Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 6206 del 05/03/2021

Cassazione civile sez. II, 05/03/2021, (ud. 22/09/2020, dep. 05/03/2021), n.6206

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SAN GIORGIO Maria Rosaria – Presidente –

Dott. BELLINI Ubaldo – Consigliere –

Dott. FORTUNATO Giuseppe – Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – rel. Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 22728/2019 proposto da:

O.G., domiciliato in ROMA presso la Cancelleria della Corte

di Cassazione, rappresentato e difeso dall’avvocato NICOLETTA MARIA

MAURO, giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, (OMISSIS);

– intimato –

avverso la sentenza della CORTE D’APPELLO di MILANO, depositata il

27/5/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

22/09/2020 dal Consigliere Dott. MAURO CRISCUOLO.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA E RAGIONI DELLA DECISIONE

Con ricorso D.Lgs. n. 25 del 2008, ex art. 35, O.G., cittadino della (OMISSIS), ha adito il Tribunale di Milano impugnando il provvedimento con cui la competente Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale ha respinto la sua richiesta di protezione internazionale, nelle forme dello status di rifugiato, di protezione sussidiaria e di protezione umanitaria.

Il ricorrente, cittadino nigeriano originario della città di (OMISSIS), aveva riferito che nell'(OMISSIS) era stato aggredito da un vicino di casa, appartenente alla setta degli (OMISSIS), a causa di una controversia circa la proprietà di un appezzamento di terreno, che gli era stato sottratto mentre era impegnato a terminare i suoi studì lontano dal villaggio di provenienza, e che a seguito di tale aggressione a scopo intimidatorio gli era stato tagliato un dito della mano.

Dopo tale aggressione, su consiglio della comunità era stato indotto a fuggire dalla Nigeria, sino a giungere in Italia, nel mentre la sua famiglia si era a sua volta allontanata dal villaggio per trovare riparo presso i genitori della moglie, senza però ricevere altre minacce.

Con ordinanza del 14/6/2018 il Tribunale di Milano ha respinto il ricorso, ritenendo che non sussistessero i presupposti per il riconoscimento di ogni forma di protezione internazionale e umanitaria.

L’appello proposto da O.G. è stato rigettato dalla Corte di appello di Milano, a spese compensate, con sentenza del 27/5/2019.

Avverso la predetta sentenza ha proposto ricorso O.G., svolgendo un motivo.

L’intimata Amministrazione dell’Interno non si è costituita.

Con il motivo di ricorso, proposto ex art. 360 c.p.c., n. 3, riferito al mancato riconoscimento della protezione umanitaria, il ricorrente denuncia l’erronea e falsa applicazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 51 comma 6.

Si deduce che il giudice di merito ha sostenuto, a torto, che non ricorreva alcuna situazione di vulnerabilità in capo al ricorrente e che il rapporto di lavoro non era sufficiente a dimostrare un percorso di integrazione in Italia, tale da giustificare il riconoscimento della protezione umanitaria.

In tal modo la sentenza impugnata ha violato i principi affermati dal giudice di legittimità, non avendo considerato che il ricorrente aveva realizzato un adeguato grado di integrazione sociale in Italia, e ciò previa comparazione con la situazione soggettiva ed oggettiva del richiedente con riferimento al Paese di origine.

Giova ricordare che secondo la recente sentenza delle Sezioni Unite del 13/11/2019 n. 29460, che ha avallato l’interpretazione maggioritaria inaugurata da Sez. 1, n. 4890 del 19/02/2019, Rv. 652684-01, in tema di successione delle leggi nel tempo in materia di protezione umanitaria, il diritto alla protezione, espressione di quello costituzionale di asilo, sorge al momento dell’ingresso in Italia in condizioni di vulnerabilità per rischio di compromissione dei diritti umani fondamentali e la domanda volta a ottenere il relativo permesso attrae il regime normativo applicabile; ne consegue che la normativa introdotta con il D.L. n. 113 del 2018, convertito con L. n. 132 del 2018, nella parte in cui ha modificato la preesistente disciplina contemplata dal D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 e dalle altre disposizioni consequenziali, non trova applicazione in relazione a domande di riconoscimento del permesso di soggiorno per motivi umanitari proposte prima dell’entrata in vigore (5/10/2018) della nuova legge; tali domande saranno, pertanto, scrutinate sulla base della normativa esistente al momento della loro presentazione, ma, in tale ipotesi, l’accertamento della sussistenza dei presupposti per il riconoscimento del permesso di soggiorno per motivi umanitari sulla base delle norme esistenti prima dell’entrata in vigore del D.L. n. 113 del 2018, convertito nella L. n. 132 del 2018, comporterà il rilascio del permesso di soggiorno per casi speciali previsto dall’art. 1, comma 9, del suddetto D.L..

Inoltre, la stessa sentenza n. 24960/2019 delle Sezioni Unite, che in proposito ha aderito al filone giurisprudenziale promosso dalla sentenza della Sez. 1, n. 4455 del 23/02/2018, Rv. 647298-01, in tema di protezione umanitaria, ha affermato che l’orizzontalità dei diritti umani fondamentali comporta che, ai fini del riconoscimento della protezione, occorre operare la valutazione comparativa della situazione soggettiva e oggettiva del richiedente con riferimento al paese di origine, in raffronto alla situazione d’integrazione raggiunta nel paese di accoglienza.

Secondo il richiamato orientamento giurisprudenziale, i seri motivi di carattere umanitario o risultanti da obblighi internazionali o costituzionali cui il D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6, subordina il riconoscimento allo straniero del diritto al rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari, pur non essendo definiti dal legislatore, sono accumunati dal fine di tutelare situazioni di vulnerabilità personale dello straniero derivanti dal rischio di essere immesso nuovamente, in conseguenza del rimpatrio, in un contesto sociale, politico o ambientale idoneo a costituire una significativa ed effettiva compromissione dei suoi diritti fondamentali inviolabili.

La condizione di vulnerabilità può avere ad oggetto anche le condizioni minime per condurre un’esistenza nella quale non sia radicalmente compromessa la possibilità di soddisfare i bisogni ineludibili della vita personale, quali quelli strettamente connessi al proprio sostentamento e al raggiungimento degli standards minimi per un’esistenza dignitosa. Al fine di verificare la sussistenza di tale condizione, non è sufficiente l’allegazione di una esistenza migliore nel Paese di accoglienza, sotto il profilo dell’integrazione sociale, personale o lavorativa, ma è necessaria una valutazione comparativa tra la vita privata e familiare del richiedente in Italia e quella che egli ha vissuto prima della partenza e alla quale si troverebbe esposto in conseguenza del rimpatrio.

Nè il livello di integrazione dello straniero in Italia nè il contesto di generale compromissione dei diritti umani nel Paese di provenienza del medesimo integrano, se assunti isolatamente, i seri motivi umanitari alla ricorrenza dei quali lo straniero risulta titolare di un diritto soggettivo al rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari. Da un lato, infatti, il diritto al rispetto della vita privata, sancito dall’art. 8 CEDU, può subire ingerenze da parte dei pubblici poteri per il perseguimento di interessi statuali contrapposti, quali, tra gli altri, l’applicazione e il rispetto delle leggi in materia di immigrazione, in modo particolare nel caso in cui lo straniero non goda di un titolo di soggiorno nello Stato di accoglienza, ma vi risieda in attesa che venga definita la sua domanda di determinazione dello status di protezione internazionale. Dall’altro, il contesto di generale compromissione dei diritti umani nel Paese di provenienza del richiedente deve necessariamente correlarsi alla vicenda personale del richiedente stesso, perchè altrimenti si finirebbe per prendere in considerazione non già la sua situazione particolare, ma quella del suo Paese di origine in termini generali e astratti, in contrasto con il D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6.

Il riconoscimento della protezione umanitaria al cittadino straniero che abbia realizzato un grado adeguato d’integrazione sociale in Italia, non può pertanto escludere l’esame specifico ed attuale della situazione soggettiva ed oggettiva del richiedente con riferimento al Paese di origine. Tale riconoscimento deve infatti essere fondato su una valutazione comparativa effettiva tra i due piani, al fine di verificare se il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità e dell’esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile, costitutivo dello statuto della dignità personale, in comparazione con la situazione d’integrazione raggiunta nel Paese di accoglienza (Sez. 1, 23/02/2018, n. 4455).

Il motivo va disatteso.

Il ricorrente concentra la sua attenzione esclusivamente sull’asserita dimenticanza delle produzioni volte a suffragare il suo inserimento socio-lavorativo in Italia, ma trascura completamente l’altro profilo del giudizio comparativo richiesto dall’orientamento giurisprudenziale invocato, ossia la sussistenza di una situazione di vulnerabilità soggettivamente individualizzante con riferimento alle condizioni del Paese di origine, specificamente esclusa a pag. 11 della sentenza impugnata, ove si sottolinea che la vicenda personale esposta dal ricorrente non denota alcun pericolo irreparabile per i suoi diritti fondamentali ben potendo questi, una volta fatto rientro in Nigeria, rinunciare ai diritto sul bene oggetto della contesa con il vicino, anche previo trasferimento dal suo villaggio di nascita, rinunce queste dolorose ed indubitabilmente ingiuste, ma che sussisterebbero anche qualora il ricorrente restasse definitivamente in Italia.

Peraltro, la Corte d’Appello ha altresì manifestato dubbi sulla effettiva integrazione dell’ O. in Italia, atteso il carattere sporadico delle esperienze lavorative, di modo che il motivo, lungi dal denunciare una violazione di legge, appare piuttosto finalizzato a contestare inammissibilmente l’apprezzamento in fatto operato dal giudice di appello.

Ma anche a voler ammettere che vi sia stata una non adeguata valutazione della sua attuale condizione di integrazione in Italia, la stessa non riguarderebbe un fatto decisivo, perchè la sentenza impugnata si reggerebbe anche solo sull’esclusione dell’altro requisito del necessario giudizio comparativo, il che si riflette negativamente anche sull’interesse alla censura.

Il ricorso deve quindi essere rigettato.

Nulla sulle spese in difetto di costituzione dell’Amministrazione.

PQM

La Corte rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, ove dovuto.

Così deciso in Roma, il 22 settembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 5 marzo 2021

 

 

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