Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 6140 del 12/03/2010

Cassazione civile sez. II, 12/03/2010, (ud. 03/02/2010, dep. 12/03/2010), n.6140

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ROVELLI Luigi Antonio – Presidente –

Dott. MALZONE Ennio – Consigliere –

Dott. BURSESE Gaetano Antonio – Consigliere –

Dott. BUCCIANTE Ettore – Consigliere –

Dott. CORRENTI Vicenzo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 25594/2006 proposto da:

M.A. (OMISSIS), S.G.

(OMISSIS), elettivamente domiciliati in ROMA, VIALE MEDAGLIE

D’ORO 157, presso lo studio dell’avvocato CIPRIANI Romolo Giuseppe,

che li rappresenta e difende unitamente all’avvocato SAVIA ORAZIO

SALVATORE;

– ricorrenti –

contro

ALER AZD LOMBARDA EDIL RESIDENZIALE MILANO P.IVA (OMISSIS), in

persona del legale rappresentante pro tempore elettivamente

domiciliato in ROMA, VIA FEDERICO CONFALONIERI 5, presso lo studio

dell’avvocato MANZI Luigi, che lo rappresenta e difende unitamente

all’avvocato CAPPELLINI VALERIA;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1728/2005 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 30/06/2005;

udita la relazione della causa svolta nella Pubblica udienza del

03/02/2010 dal Consigliere Dott. VINCENZO CORRENTI;

udito l’Avvocato CIPRIANI, difensore dei ricorrente che ha chiesto di

riportarsi agli atti;

udito Le Avvocato ALBINI Carlo, con delega depositata in udienza

dell’Avvocato MANZI Luigi, difensore del resistente che si riporta

agli atti depositati;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FUCCI Costantino, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

M.A. e S.G. proponevano appello alla sentenza del Tribunale di Milano del 29 gennaio 2001 che, pronunciando nella causa da loro promossa contro A.L.E.R., già I.A.C.P., di (OMISSIS) aveva respinto, con condanna alle spese, la domanda tendente ad accertare la natura pertinenziale di un box autorimessa rispetto all’alloggio acquistato con atto (OMISSIS).

Controparte chiedeva il rigetto della impugnazione.

La Corte di appello di Milano, con sentenza n. 1728/05 respingeva l’appello, con condanna alle spese sul presupposto che il (OMISSIS) era stato stipulato il contratto definitivo, in epoca successiva, con lettera 5 marzo 1996, il M. aveva chiesto di acquistare il box, dopo che l’istituto, in base al disposto della L. n. 560 del 1993, aveva approvato il piano di vendita dei boxes e solo in data (OMISSIS) aveva rivendicato la proprietà dell’autorimessa, affermando che non era esclusa dalla vendita stipulata.

Era da escludere che il contratto preliminare ed il definitivo avessero ad oggetto il box, come poteva desumersi dal testo dei contratti ed anche a ritenere che la mancata indicazione non fosse rilevante per la natura pertinenziale, l’esclusione della pertinenza era ricavabile dall’atto sul piano oggettivo, per l’esplicito riferimento alla determinazione del prezzo dell’appartamento.

Ricorrono M. e S. con quattro motivi, illustrati da memoria, resiste A.L.E.R..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Col primo motivo si denunzia violazione degli artt. 818 e 1362 c.c., perchè gli atti ed i rapporti giuridici che hanno per oggetto la cosa principale riguardano anche le pertinenze se non è diversamente disposto e la cessazione del vincolo pertinenziale si esplica o con la espressa esclusione o con atto giuridico che riguardi solo la pertinenza.

Col secondo motivo si lamenta violazione degli artt. 1362 e 1363 c.c., perchè il giudice deve partire, nella interpretazione del contratto, dal significato letterale svolgendo attività ermeneutica in maniera sistematica.

Col terzo motivo si deduce insufficiente e/o contraddittoria motivazione circa l’estensione degli effetti del contratto preliminare e del definitivo alle pertinenze.

Col quarto motivo si lamenta omessa motivazione sul rapporto di pertinenza necessaria tra l’alloggio e l’autorimessa. Le censure possono esaminarsi congiuntamente e respingersi.

La sentenza impugnata ha valorizzato le circostanze che solo successivamente al contratto definitivo il M. aveva chiesto di acquistare il box, salvo, poi, ad affermare che non era escluso dalla vendita; nè il preliminare nè il definitivo lo prevedevano ed il prezzo era stato determinato in funzione del solo appartamento.

Di fronte a questa motivazione le prime due censure richiamano principi astrattamente applicabili in tema di interpretazione dei contratti, senza riportare testualmente le clausole dalle quali ricavare una possibile diversa interpretazione rispetto a quella operata concordemente dai giudici di merito mentre le altre due censure invocano vizi di motivazione, limitandosi a contrapporre una propria tesi rispetto a quella logicamente e razionalmente esposta in sentenza.

Su entrambi gli aspetti questa Corte Suprema ha espresso da tempo principi consolidati.

I ricorrenti avrebbero dovuto concretamente svolgere rilievi in relazione all’attività ermeneutica posta in essere dal giudice a qua, relativamente a ciascuno degli atti presi in considerazione nella motivazione della sentenza, con puntuale riferimento ai singoli criteri legali d’ermeneutica contrattuale, e solo successivamente, una volta idoneamente dimostrato l’errore nel quale fosse eventualmente incorso al riguardo il detto giudice, avrebbero potuto procedere ad un’utile prospettazione delle ulteriori questioni d’erronea od inesatta applicazione d’altre norme ed istituti, dacchè la disamina di tali questioni presuppone l’intervenuto accertamento dell’errore sull’interpretazione della volontà negoziale e non può, pertanto, aver luogo ove manchi siffatto previo accertamento d’un vizio che inficerebbe, sul punto, ab origine l’impugnata pronunzia, costituendo tale interpretazione il presupposto logico-giuridico delle conclusioni alle quali il giudice del merito è pervenuto poi sulla base di essa (Cass. 21.7.03 n. 11343, 30.5.03 n. 8809, 28.8.02 n. 12596).

E’ ben vero che i ricorrenti hanno inteso in qualche modo censurare la valutazione degli atti de quibus effettuata dal giudice a quo, tuttavia, quand’anche vi si volesse ravvisare una, se pure irrituale, denunzia d’errore interpretativo, questa sarebbe, comunque, inidoneamente formulata ed insuscettibile d’accoglimento.

L’opera dell’interprete, infatti, mirando a determinare una realtà storica ed obiettiva, qual è la volontà delle parti espressa nel contratto, è tipico accertamento in fatto istituzionalmente riservato al giudice del merito, censurabile in sede di legittimità soltanto per violazione dei canoni legali d’ermeneutica contrattuale posti dall’art. 1362 c.c., e segg., oltre che per vizi di motivazione nell’applicazione di essi; pertanto, onde far valere una violazione sotto entrambi i due cennati profili, il ricorrente per cassazione deve, non solo, come già visto, fare esplicito riferimento alle regole legali d’interpretazione mediante specifica indicazione delle norme asseritamente violate ed ai principi in esse contenuti, ma è tenuto, altresì, a precisare in qual modo e con quali considerazioni il giudice del merito siasi discostato dai canoni legali assuntivamente violati o questi abbia applicati sulla base di argomentazioni illogiche od insufficienti.

Di conseguenza, ai fini dell’ammissibilità del motivo di ricorso sotto tale profilo prospettato, non può essere considerata idonea – anche ammesso ma non concesso lo si possa fare implicitamente – la mera critica del convincimento, cui quel giudice sia pervenuto, operata, come nella specie, mediante la mera ed apodittica contrapposizione d’una difforme interpretazione a quella desumibile dalla motivazione della sentenza impugnata, trattandosi d’argomentazioni che riportano semplicemente al merito della controversia, il cui riesame non è consentito in sede di legittimità (e pluribus, da ultimo, Cass. 9.8.04 n. 15381, 23.7.04 n. 13839, 21.7.04 n. 13579, 16.3.04 n. 5359, 19.1.04 n. 753).

Nella fattispecie, poi, anche il comportamento delle parti successivo alla stipulazione assume rilievo (Cass. 4.8.00 n. 10250, 18.7.00 n. 9438, 19.5.00 n. 6482, 11.8.99 n. 8590, 23.11.98 n. 11878, 23.2.98 n. 1940, 26.6.97 n. 5715, 16.6.97 n. 5389) e trattandosi di atti soggetti alla forma scritta ad substantiam, non può in ogni caso, evidenziare una formazione del consenso al di fuori dell’atto scritto medesimo (Cass. 20.6.00 n. 7416, 21.6.99 n. 6214, 20.6.95 n. 6201, 11.4.92 n. 4474).

Questa Corte Suprema ha anche statuito che la volontà di escludere il rapporto pertinenziale può non essere espressa (Cass. n. 6656/03).

Nè si riportano proprio quegli elementi di fatto in considerazione dei quali la richiesta valutazione, sia della conformità a diritto dell’interpretazione operatane dalla corte territoriale, sia della coerenza e sufficienza delle argomentazioni motivazionali sviluppate a sostegno della detta interpretazione, avrebbe dovuto essere effettuata, in tal guisa non ponendosi il giudice di legittimità in condizione di svolgere il suo compito istituzionale (e pluribus, da ultimo, Cass. 9.2.04 n. 2394, 5.9.03 n. 13012, 6.6.03 n. 9079, 24.7.01 n. 10041, 19.3.01 n. 3912, 30.8.00 n. 11408, 13.9.99 n. 9734, 29.1.99 n. 802);

In mancanza, dunque, d’un’adeguata impugnazione, nei sensi indicati, dei giudizi espressi dalla corte territoriale in ordine agli atti ed ai rapporti con gli stessi regolati, resta ineccepibile il consequenziale riconoscimento da parte dello stesso giudice della ricorrenza nella specie del presupposto di fatto legittimante la conferma della prima decisione, giudizio operato in conformità ai fondamentali criteri legali d’interpretazione dettati dall’art. 1362 c.c., commi 1 e 2, e nell’ambito dei poteri discrezionali del giudice del merito, a fronte del quale, in quanto obiettivamente immune da censure ipotizzabili in forza dell’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, la diversa opinione soggettiva di parte ricorrente è inidonea a determinare le conseguenze previste dalle norme stesse.

Quanto, poi, al vizio di motivazione, devesi considerare come la censura con la quale alla sentenza impugnata s’imputino i vizi di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5, debba essere intesa a far valere, a pena d’inammissibilità comminata dall’art. 366 c.p.c., n. 4, in difetto di loro puntuale indicazione, carenze o lacune nelle argomentazioni, ovvero illogicità nell’attribuire agli elementi di giudizio un significato fuori dal senso comune, od ancora mancanza di coerenza tra le varie ragioni esposte per assoluta incompatibilità razionale degli argomenti ed insanabile contrasto tra gli stessi; non può, per contro, essere intesa a far valere la non rispondenza della valutazione degli elementi di giudizio operata dal giudice del merito al diverso convincimento soggettivo della parte ed, in particolare, non si può con essa proporre un preteso migliore e più appagante coordinamento degli elementi stessi, atteso che tali aspetti del giudizio, interni all’ambito della discrezionalità di valutazione degli elementi di prova e dell’apprezzamento dei fatti, attengono al libero convincimento del giudice e non ai possibili vizi dell’iter formativo di tale convincimento rilevanti ai sensi della norma stessa; diversamente, il motivo di ricorso per cassazione si risolverebbe – com’è, appunto, per quello in esame – in un’inammissibile istanza di revisione delle valutazioni e dei convincimenti del giudice del merito, id est di nuova pronunzia sul fatto, estranea alla natura ed alle finalità del giudizio di legittimità.

Soddisfa all’esigenza d’adeguata motivazione che il raggiunto convincimento risulti – come è dato, appunto, rilevare nel caso di specie – da un esame logico e coerente di quelle, tra le prospettazioni delle parti e le emergenze istruttorie, che siano state ritenute di per sè sole idonee e sufficienti a giustificarlo;

in altri termini, perchè sia rispettata la prescrizione desumibile dal combinato disposto dell’art. 132 c.p.c., n. 4 e degli artt. 115 e 116 c.p.c., non si richiede al giudice del merito di dar conto dell’esito dell’avvenuto esame di tutte le prove prodotte o comunque acquisite e di tutte le tesi prospettategli, ma di fornire una motivazione logica ed adeguata dell’adottata decisione evidenziando le prove ritenute idonee e sufficienti a suffragarla ovvero la carenza di esse.

Nella specie, per converso, le esaminate argomentazioni non risultano intese, nè nel loro complesso nè nelle singole considerazioni, a censurare le rationes decidendi dell’impugnata sentenza sulle questioni de quibus, bensì a supportare una generica contestazione con una valutazione degli elementi di giudizio in fatto difforme da quella effettuata dal giudice a quo e più rispondente agli scopi perseguiti dalla parte, ciò che non soddisfa affatto alla prescrizione dell’art. 360 c.p.c., n. 5, in quanto si traduce nella prospettazione d’un’istanza di revisione il cui oggetto è estraneo all’ambito dei poteri di sindacato sulle sentenze di merito attribuiti al giudice della legittimità, onde le argomentazioni stesse sono inammissibili, secondo quanto esposto nella prima parte delle svolte considerazioni.

In definitiva il ricorso va rigettato, con la conseguente condanna alle spese.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti alle spese, liquidate in Euro 1500,00 di cui Euro 1300,00 per onorari, oltre accessori.

Così deciso in Roma, il 3 febbraio 2010.

Depositato in Cancelleria il 12 marzo 2010

 

 

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