Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 6130 del 05/03/2021

Cassazione civile sez. trib., 05/03/2021, (ud. 22/10/2020, dep. 05/03/2021), n.6130

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CIRILLO Ettore – Presidente –

Dott. D’ANGIOLELLA Rosita – Consigliere –

Dott. CONDELLO Pasqualina Anna Piera – Consigliere –

Dott. FRACANZANI Marcello Maria – Consigliere –

Dott. MANCINI Laura – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 4954/2014 R.G. proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE, (C.F. (OMISSIS)), in persona del Direttore pro

tempore, elettivamente domiciliata in Roma, in via dei Portoghesi

12, presso l’Avvocatura Generale dello Stato, che la rappresenta e

difende ope legis;

– ricorrente –

contro

N.G., (C.F. (OMISSIS)), rappresentate e difesa

dall’Avv. Fabio Mariottino ed elettivamente domiciliato in Roma, in

via Pinciana, n. 25 presso lo Studio Signoriello;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 681/1/2013 della Commissione tributaria

regionale del Lazio, depositata il 12 novembre 2013 e non

notificata.

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 22 ottobre

2020 dal Consigliere Dott.ssa Laura Mancini.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. Con la sentenza n. 681/1/2013, depositata il 12 novembre 2013, la Commissione tributaria regionale del Lazio dichiarò inammissibile – in quanto proposto oltre il termine D.Lgs. n. 546 del 1992, ex art. 51 – l’appello proposto dall’Agenzia delle entrate avverso la pronuncia con la quale la Commissione tributaria provinciale di Roma aveva accolto il ricorso spiegato da N.G. avverso l’atto di intervento nel pignoramento n. RGE 847/09, traente origine da diciotto cartelle di pagamento, alcune delle quali emesse per la riscossione di tributi liquidati dall’Agenzia delle entrate a seguito di controllo automatizzato D.P.R. n. 600 del 1973, ex art. 36-bis conseguente alle dichiarazioni relative agli anni 1999, 2000, 2004 e 2005.

Secondo i giudici d’appello l’impugnazione doveva ritenersi tardiva in quanto notificata dall’Amministrazione finanziaria mediante il servizio postale con raccomandata spedita in data 13 novembre 2012, laddove il termine semestrale ex art. 327 c.p.c., comprensivo della sospensione feriale, decorrente dalla data di deposito della sentenza (26 marzo 2012), era scaduto il 12 novembre 2012.

3. Avverso tale decisione propone ricorso l’Agenzia delle entrate affidato a quattro motivi. N.G. resiste con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Con il primo motivo si deduce, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 51.

Si assume, in particolare, che, contrariamente a quanto ritenuto dalla Commissione tributaria regionale, l’Ufficio ha notificato l’atto di appello nel rispetto del termine per l’impugnazione, come dimostrato dalla cartolina di ritorno della raccomandata postale, prodotta in allegato al ricorso depositato in Commissione tributaria regionale, recante la data di spedizione del 12 novembre 2012 e non del 13 novembre 2012.

1.1. Con il secondo motivo, formulato in via subordinata ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, si lamenta che i giudici d’appello non hanno tenuto conto del fatto, decisivo per il giudizio, che la Commissione tributaria provinciale di Roma aveva già rigettato il ricorso presentato dallo stesso N. avverso il pignoramento fondato sulle medesime cartelle di pagamento, con il quale era stata contestata la mancata notifica, la nullità e l’inesistenza di dette cartelle, la violazione del D.P.R. n. 602 del 1973, art. 50 l’omessa indicazione, negli atti dell’Amministrazione finanziaria, degli elementi di cui alla L. n. 212 del 2000, art. 7 e l’omessa indicazione del nome del responsabile del procedimento.

Ad avviso della ricorrente, alla luce della suddetta sentenza passata in giudicato il ricorso avrebbe dovuto essere dichiarato inammissibile in ossequio al principio del ne bis in idem.

1.2. Con il terzo e il quarto mezzo, proposti, in via ulteriormente subordinata, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, l’Agenzia delle entrate denuncia insufficiente e contraddittoria motivazione su un fatto controverso e decisivo per il giudizio rappresentato dall’avviso di ricevimento relativo alla notificazione del gravame, per non avere la Commissione tributaria laziale spiegato la ragione per la quale tale documento, nonostante recasse il timbro del 12/11/2013, non è stato considerato idoneo ad escludere la declaratoria di inammissibilità dell’impugnazione.

2. Il primo, il terzo e il quarto motivo di ricorso, da trattarsi congiuntamente, in quanto connessi, devono essere respinti.

Dalla documentazione riprodotta a corredo del ricorso per cassazione e dalla stessa sentenza gravata risulta che l’Agenzia delle entrate ha impugnato la sentenza della Commissione tributaria provinciale di Roma depositata il 26 marzo 2012 mediante ricorso notificato al contribuente a mezzo del servizio postale universale.

Risulta, inoltre, che, all’atto della costituzione in giudizio, la stessa Amministrazione finanziaria ha depositato l’avviso di ricevimento del plico e non anche la ricevuta di spedizione.

Come chiarito dalle Sezioni Unite di questa Corte nella sentenza n. 13452 del 29 maggio 2017, tale evenienza non decreta l’inammissibilità del gravame soltanto se nell’avviso di ricevimento la data di spedizione sia asseverata dall’ufficio postale con stampigliatura meccanografica ovvero con proprio timbro datario. In tal caso, infatti, l’avviso di ricevimento è idoneo ad assolvere la medesima funzione probatoria che la legge assegna alla ricevuta di spedizione, laddove, al contrario, in loro mancanza, la non idoneità della mera scritturazione manuale o comunemente dattilografica della data di spedizione sullo stesso avviso di ricevimento può essere superata, ai fini della tempestività della notifica del ricorso (o dell’appello), unicamente se la ricezione del plico sia certificata dall’agente postale come avvenuta entro il termine di decadenza per l’impugnazione dell’atto (o della sentenza) (in senso conforme v. Cass. Sez. 6-5, ord. 11/5/2018, n. 11559).

2.1. Tanto premesso, l’avviso di ricevimento relativo alla notificazione dell’appello spiegato dall’Agenzia delle entrate reca la data del 12 novembre 2012, ricadente entro il termine ex art. 327 c.p.c. (applicabile ratione temporis) di sei mesi e 46 giorni dal deposito della sentenza di primo grado, avvenuta il 26 marzo 2012.

Ritiene, tuttavia, il Collegio che tale atto non sia idoneo ad assolvere alla medesima funzione probatoria che la legge assegna alla ricevuta di spedizione, giacchè la data di spedizione ivi riportata risulta essere stata scritta manualmente.

Occorre, infine, rilevare che l’evidenziata carenza documentale non è stata colmata attraverso la produzione, da parte dell’Amministrazione finanziaria, di idonea certificazione, proveniente dall’agente postale, della ricezione del plico entro il termine per l’impugnazione.

Tale non può, infatti, ritenersi il documento, pure prodotto la ricorrente, denominato “Distinta analitica posta registrata” e recante l’intestazione “Poste Italiane”, nel quale risultano riportati i dati relativi alla spedizione della raccomandata in questione, tra cui la data di spedizione del 12 novembre 2012.

Trattandosi, invero, di un modulo predisposto da Poste Italiane ma compilato dall’Agenzia delle entrate con i dati relativi agli atti giudiziari da spedire, deve escludersene l’equiparabilità tanto alla ricevuta di spedizione, quanto alla certificazione della data di spedizione del plico, posto che le indicazioni ivi trascritte non provengono dall’agente postale, ma dalla stessa parte che intende avvalersene.

2.2. Deve, infine, essere dichiarata l’inammissibilità per sopravvenuta carenza di interesse del motivo con il quale è denunciata la violazione, da parte della pronuncia gravata, del principio del ne bis in idem, dal momento che, stante il rigetto dei motivi attinenti all’inammissibilità dell’appello, il suo eventuale accoglimento non condurrebbe ad alcun risultato pratico favorevole alla ricorrente.

3. In conclusione, il ricorso è rigettato.

Le spese processuali sono regolate nel dispositivo secondo il principio di soccombenza.

Non trova, infine, applicazione il disposto del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, (nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17) dal momento che il provvedimento che dichiara la parte impugnante tenuta al versamento di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato non può essere pronunciato nei confronti di quelle parti della fase o del giudizio di impugnazione, come le Amministrazioni dello Stato, che siano istituzionalmente esonerate, per valutazione normativa della loro qualità soggettiva, dal materiale versamento del contributo stesso, mediante il meccanismo della prenotazione a debito (così Cass. Sez. 6-L, 29/1/2016, n. 1778; Cass. Sez. 3, 14/3/2014, n. 5955).

PQM

La Corte respinge il primo, il terzo e il quarto motivo di ricorso e dichiara inammissibile il secondo; condanna la ricorrente al pagamento, in favore del controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 1.415,00 per compensi, oltre alle spese forfetarie nella misura del 15 per cento ed agli accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 22 ottobre 2020.

Depositato in Cancelleria il 5 marzo 2021

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