Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 6098 del 12/03/2010

Cassazione civile sez. lav., 12/03/2010, (ud. 28/01/2010, dep. 12/03/2010), n.6098

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DE LUCA Michele – Presidente –

Dott. AMOROSO Giovanni – Consigliere –

Dott. BANDINI Gianfranco – Consigliere –

Dott. NOBILE Vittorio – Consigliere –

Dott. MELIADO’ Giuseppe – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

G.A., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA PANAMA 74,

presso lo studio dell’avvocato IACOBELLI GIANNI EMILIO, che lo

rappresenta e difende, giusta mandato a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

POSTE ITALIANE S.P.A., in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE EUROPA 175, presso

lo studio dell’avvocato URSINO ANNA MARIA, che la rappresenta e

difende, giusta mandato a margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1059/2005 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 27/07/2005 r.g.n. 2486/02;

udita la relazione della causa svolta nella Udienza pubblica del

28/01/2010 dal Consigliere Dott. MELIADO’ Giuseppe;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FUZIO Riccardo, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza in data 15.2 – 27.7.2005 la Corte di appello di Napoli confermava la sentenza resa dal Tribunale di Benevento il 21.2.2002, impugnata da G.A., che aveva rigettato la domanda da quest’ultimo proposta per essere inquadrato nell’area quadri di (OMISSIS) livello a decorrere dal 26.11.1994, data di stipulazione del primo contratto collettivo di lavoro.

Osservava la corte territoriale che l’appellante, ex dirigente di esercizio, inquadrato nella (OMISSIS) categoria, era stato inquadrato, a seguito della nuova classificazione del personale conseguente alla privatizzazione del rapporto di lavoro dei dipendenti dell’Ente Poste, nell’area operativa e che lo stesso, per come era emerso anche dalla prova testimoniale esperita, svolgeva mansioni coerenti con tale qualifica, laddove, invece, facevano difetto i tratti caratteristici della superiore posizione professionale richiesta, non essendo stato mai preposto alla conduzione di unita’ operative.

Per la cassazione della sentenza propone ricorso G.A. con due motivi. Resistono con controricorso le Poste Italiane.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con i motivi rassegnati in ricorso G.A. lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3 violazione e falsa applicazione degli artt. 1362, 1363 e 1364 c.c., dell’art. 2087 c.c. in relazione all’art. 44 CCNL Poste del 26.11.1994, dell’art. 2103 c.c. anche con riferimento alla disciplina della L. n. 797 del 1981, ed ancora dell’art. 2095 c.c. in relazione alla L. n. 190 del 1985, art. 1 e degli artt. 115 e 116 c.p.c.. Osserva, al riguardo, il ricorrente che i giudici di merito, erroneamente interpretando la disciplina contrattuale, avevano assegnato esclusivo rilievo, ai fini dell’accesso all’area quadri di (OMISSIS) livello, alla gestione apicale di agenzie di media rilevanza, laddove, invece, la normativa collettiva aveva attribuito rilevanza ad un complesso di situazioni, quali la collaborazione ai responsabili di agenzie di superiore livello o di altre strutture organizzative, o lo svolgimento di funzioni di significativa importanza con facolta’ di iniziative nell’ambito delle direttive gestionali, che, per come era emerso dall’istruttoria, pienamente ricorrevano nel caso.

Il ricorso e’ fondato.

Giova, al riguardo, premettere, in conformita’ al consolidato indirizzo della giurisprudenza di legittimita’, che l’interpretazione dei contratti collettivi di diritto comune implica un accertamento di fatto riservato al giudice di merito, che, come tale, puo’ essere denunciato, in sede di legittimita’, per violazione dei canoni legali di ermeneutica contrattuale (art. 1362 c.c. e segg. in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3) ovvero per vizio di motivazione (art. 360 c.p.c., n. 5), fermo l’onere del ricorrente di indicare specificamente il modo in cui l’interpretazione si discosti dai canoni di ermeneutica o la motivazione relativa risulti obiettivamente carente o logicamente contraddittoria, non potendosi, invece, limitare a contrapporre interpretazioni o argomentazioni alternative o, comunque, diverse rispetto a quelle proposte dal giudice di merito, non potendo il controllo di logicita’ del giudizio di fatto risolversi in una revisione del ragionamento decisorio, ossia dell’opzione che ha condotto il giudice di merito ad una determinata soluzione della questione esaminata.

In tal contesto, poi, i canoni legali di ermeneutica contrattuale sono governati da un principio di gerarchia, in forza del quale i canoni strettamente interpretativi (artt. 1362 – 1365 c.c.) prevalgono su quelli interpretativi – integrativi (art. 1366 – 1371 c.c.) e ne escludono la concreta operativita’, quando l’applicazione degli stretti canoni interpretativi risulti, da sola, sufficiente per rendere palese la comune intenzione delle parti stipulanti.

Nell’ambito, poi, dei canoni strettamente interpretativi, risulta prioritario il canone fondato sul significato letterale delle parole (art. 1362 c.c., comma 1), con la conseguenza che, quando quest’ultimo risulti sufficiente, l’operazione ermeneutica deve ritenersi utilmente conclusa, mentre, in caso contrario, il giudice puo’, in via sussidiaria e gradatamente, ricorrere agli altri, al fine di identificare, nel caso concreto, la comune intenzione delle parti contraenti (v. ex plurimis ad es Cass. n. 23273/2007; Cass. n. 20660/2005; Cass. n. 7548/2003). Di tali principi la sentenza impugnata non ha fatto corretta applicazione, non risultando in alcun modo specificate le ragioni, connesse all’interpretazione delle norme contrattuali rilevanti, alla luce dei criteri ermeneutici indicati, per cui la direzione di unita’ operative costituisca non solo “un tratto caratteristico”, ma anche esclusivo, delle mansioni di quadro di (OMISSIS) livello, tenuto conto che le stesse individuano, secondo come prospettato in ricorso, nello svolgimento di “funzioni di significativa importanza con facolta’ di iniziativa nell’ambito delle direttive gestionali” (per come previsto dall’art. 44 del CCNL del 26.11.1994) ed in particolare, nella “gestione di agenzie di base di media rilevanza, collaborazione ai responsabili di agenzie di superiore livello, attribuite ai (OMISSIS) o di altre strutture organizzative centrali e territoriali” (per come specificato nell’accordo integrativo del 23.5.1995, filone gestionale) uno degli ulteriori tratti caratterizzanti della declaratoria contrattuale; la quale, ai fini del relativo inquadramento, prende in considerazione in successione i dipendenti che sono preposti “alla conduzione ed al controllo di unita’ organizzative o parti di essa di media rilevanza”, o “a funzioni di significativa importanza con facolta’ di iniziativa nell’ambito delle direttive gestionali”, ovvero “a favorire i contributi per il conseguimento degli obiettivi di qualita’ ed efficienza del servizio”, o ancora che siano proposti “alla promozione di servizi, con piena responsabilita’ delle direttive impartite ed i risultati conseguiti”.

Allo stesso modo nemmeno riescono ad apprezzarsi, per difetto di alcuna motivazione, idonea a ricostruire le ragioni del convincimento del giudice, i motivi per i quali la Corte territoriale abbia ritenuto che, sulla base delle deposizioni testimoniali, le mansioni del ricorrente rientrassero adeguatamente nelle “attivita’ esecutive e tecniche” proprie dell’area operativa, se si considera che dalle dichiarazioni orali assunte nel corso del giudizio (e puntualmente documentate in questa sede) e’ emerso, fra l’altro, che il dipendente, assegnato sin dalla sua costituzione all’Area amministrazione e finanza della Filiale di Benevento, “controllava tutte le contabilita’ e gli incassi delle 108 agenzie di base”, nonche’ tutti i “proventi di filiale”, rispondendo direttamente del suo operato al direttore dell’Area stessa (per come quest’ultimo ha riferito).

Con la conseguenza che, in definitiva, risulta omessa una motivata valutazione dei criteri che, secondo il costante insegnamento di questa Suprema Corte, presiedono alla determinazione dell’inquadramento spettante al lavoratore alla stregua delle qualifiche previste dalla disciplina collettiva di diritto comune, che, come noto, si articola in una attivita’ interpretativa complessa implicante, in sequenza, l’individuazione dei criteri generali ed astratti caratteristici delle singole categorie o qualifiche alla stregua della disciplina collettiva del rapporto (senza trascurare l’interpretazione delle piu’ specifiche disposizioni eventualmente contenute in accordi aziendali e ponendo in evidenza le caratteristiche distintive tra le attivita’ lavorative riconducibili all’una e all’altra), l’accertamento, quindi, delle mansioni effettivamente svolte e, infine, la loro comparazione con le previsioni della disciplina pattizia (v. ad es. ex plurimis Cass. n. 11037/2006; Cass. n. 3069/2005; Cass. n. 5942/2004; Cass. n. 12555/1998).

Il ricorso va, quindi, accolto e la sentenza cassata con rinvio ad altro giudice di pari grado, il quale provvedera’ a riesaminare il caso sulla base dei criteri indicati e statuira’ anche in ordine alla regolamentazione delle spese del giudizio di legittimita’.

P.Q.M.

LA CORTE Accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, alla Corte di appello di Napoli in diversa composizione.

Cosi’ deciso in Roma, il 28 gennaio 2010.

Depositato in Cancelleria il 12 marzo 2010

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