Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 6097 del 04/03/2020

Cassazione civile sez. lav., 04/03/2020, (ud. 26/11/2019, dep. 04/03/2020), n.6097

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NAPOLETANO Giuseppe – Presidente –

Dott. TORRICE Amelia – Consigliere –

Dott. TRIA Lucia – Consigliere –

Dott. DI PAOLANTONIO Annalisa – rel. Consigliere –

Dott. MAROTTA Caterina – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 23739/2013 proposto da:

A.R., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA EUCLIDE n.

47, presso lo studio dell’avvocato CARLO FERRUCCIO LA PORTA, che lo

rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

REGIONE AUTONOMA VALLE D’AOSTA, in persona del legale rappresentante

pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE MAZZINI n.

134, presso lo studio dell’avvocato LUIGI FIORILLO, rappresentata e

difesa dall’avvocato PAOLO TOSI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 364/2013 della CORTE D’APPELLO di TORINO,

depositata il 16/04/2013 R.G.N. 554/2012;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

26/11/2019 dal Consigliere Dott. ANNALISA DI PAOLANTONIO;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CIMMINO Alessandro, che ha concluso per l’accoglimento del terzo

motivo del ricorso;

udito l’Avvocato CARLO FERRUCCIO LA PORTA;

udito l’Avvocato ORNELLA GIRGENTI per delega Avvocato PAOLO TOSI.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. La Corte d’Appello di Torino, pronunciando sull’appello principale della Regione Autonoma Valle d’Aosta e sull’impugnazione incidentale di A.R., ha parzialmente riformato la sentenza del Tribunale di Aosta che aveva accertato l’illegittimità dei contratti a tempo determinato intercorsi fra le parti dal 2 luglio 2002 sino a tutto l’anno 2011 ed aveva condannato la Regione al risarcimento del danno, quantificato in misura pari a venti mensilità dell’ultima retribuzione percepita, respingendo le ulteriori domande.

2. La Corte territoriale ha premesso che l’originario ricorrente aveva prestato attività lavorativa sulla base di 17 contratti a tempo determinato, con qualifica di custode di castelli e di assistente alle manifestazioni e con inquadramento nell’area B, posizione economica B1, del CCRL del comparto unico della Valle d’Aosta. Ha evidenziato, per quel che ancora rileva in questa sede, che, contrariamente a quanto asserito dall’appellante principale, i contratti a termine erano stati stipulati in assenza delle condizioni richieste dalla L.R. n. 68 del 1989 e L.R. n. 22 del 2010, con le quali era stato consentito il ricorso alla tipologia contrattuale solo in presenza di esigenze straordinarie e temporanee.

3. Quanto alle conseguenze della ritenuta nullità, il giudice d’appello ha escluso di potere accogliere l’impugnazione incidentale volta ad ottenere la “stabilizzazione” del rapporto, ed ha ritenuto ostativo all’accoglimento della domanda il disposto del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 36, secondo cui la violazione di disposizioni imperative riguardanti l’assunzione o l’impiego di lavoratori da parte delle pubbliche amministrazioni non può in alcun caso comportare la costituzione di rapporti di lavoro a tempo indeterminato.

4. La Corte torinese, inoltre, ha evidenziato che l’ A. non poteva neppure pretendere di essere risarcito del danno asseritamente subito in quanto, da un lato, nell’impiego pubblico contrattualizzato il danno risarcibile prescinde dalla mancata conversione del rapporto, che deriva da una disposizione di legge costituzionalmente legittima e conforme al diritto comunitario, dall’altro il danno, al quale nel nostro ordinamento è estranea ogni componente punitiva o sanzionatoria, deve essere allegato e provato dal soggetto che assume di averlo subito. L’appellato principale non aveva dedotto alcunchè in ordine alla natura e all’entità del pregiudizio subito e solo in grado di appello aveva tardivamente fatto leva sulle conseguenze pregiudizievoli derivate dalla situazione di precarietà. Sulla base delle considerazioni sopra sinteticamente riassunte, la Corte, in parziale accoglimento dell’appello principale e respinto l’appello incidentale, ha “assolto la Regione Autonoma Valle d’Aosta dalla condanna al risarcimento del danno”.

5. Per la cassazione della sentenza ha proposto ricorso A.R. formulando cinque motivi, ai quali la Regione Autonoma ha resistito con tempestivo controricorso. Entrambe le parti hanno depositato memoria ex art. 380 bis 1 c.p.c., in vista dell’adunanza camerale del 25 ottobre 2018, all’esito della quale la causa è stata rinviata a nuovo ruolo, su sollecitazione della controricorrente, per la trattazione unitaria con altri ricorsi aventi il medesimo oggetto.

La Regione Autonoma Valle D’Aosta ha anche depositato memoria ex art. 378 c.p.c., con la quale ha insistito sull’efficacia satisfattiva della stabilizzazione ed ha dedotto che nelle more del giudizio il ricorrente era stato assunto, previa procedura selettiva, dalla Società di Servizi Valle d’Aosta s.p.a., istituita ai sensi della L.R. n. 44 del 2010.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo il ricorrente censura il capo della sentenza che ha respinto la domanda di conversione del contratto a termine illegittimo in rapporto a tempo indeterminato e denuncia la violazione di norme costituzionali (artt. 3,10 e 117 Cost.), del diritto Eurounitario (clausola 4 dell’accordo quadro recepito dalla direttiva 1999/70/CE; artt. 1, 2 e 3 della direttiva 2000/43/CE; artt. 1, 2 e 3 della direttiva 2000/78/CE; artt. 1 e 4 della direttiva 2006/54/CE) nonchè del D.Lgs. n. 315 del 2003, D.Lgs. n. 216 del 2003 e D.Lgs. n. 198 del 2006. Sostiene, in sintesi, che il D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 36, come interpretato dalla Corte territoriale, viola il divieto di discriminazione, perchè determina un’ingiustificata disparità di trattamento fra lavoratori pubblici e privati, pur a fronte di un medesimo comportamento illegittimo, costituito dal ricorso abusivo al contratto a termine. Aggiunge che per il principio di prevalenza del diritto Eurounitario su quello nazionale, di quest’ultimo occorre dare un’interpretazione che sia orientata al rispetto dei precetti dettati dalle direttive richiamate nella rubrica e, quindi, il rapporto fra il D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 36 e la disciplina dettata dal D.Lgs. n. 368 del 2001, va ricostruito dando prevalenza alla normativa in tema di lavoro a termine, emanata successivamente ed estesa dal legislatore anche all’impiego pubblico contrattualizzato, senza eccezione alcuna.

2. La seconda critica, formulata sempre ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, denuncia la violazione del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 35 e L. n. 53 del 1987, art. 16, in relazione all’art. 97 Cost., perchè il divieto di conversione, fondato sul principio della necessità del concorso per l’accesso al pubblico impiego, non può operare rispetto a quei rapporti che si instaurano a prescindere dalla procedura concorsuale. Il ricorrente evidenzia che il legislatore, a ciò autorizzato dallo stesso art. 97 Cost., ha consentito l’assunzione anche mediante avviamento degli iscritti nelle liste di collocamento e, quindi, in tal caso, ricorrente nella fattispecie, non sussiste ragione alcuna che possa essere ostativa alla trasformazione del contratto a termine illegittimo in rapporto a tempo indeterminato.

3. Con il terzo motivo è dedotta la violazione del D.Lgs. n. 165 del 2001, artt. 2 e 36, nonchè della clausola 5 dell’accordo quadro recepito dalla direttiva 1999/70/CE, che impone agli Stati membri di adottare misure di prevenzione degli abusi prevedendo sanzioni che siano proporzionate, effettive e dissuasive. Richiamati i principi affermati dalla Corte di Giustizia, il ricorrente sostiene che, una volta esclusa la conversione, il risarcimento del danno non può essere subordinato all’assolvimento dell’onere probatorio gravante sul lavoratore nei termini richiesti dalla Corte territoriale, perchè in tal modo si finisce per negare ogni tutela al soggetto illegittimamente assunto e, di conseguenza, si consente un abuso non adeguatamente sanzionato.

4. La quarta censura addebita alla sentenza impugnata oltre alla violazione del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 36, della clausola 5 dell’accordo quadro e degli artt. 1218, 1223, 1226, 1227, 2056 e 2697 c.c., l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio perchè la Corte territoriale, nel ritenere non provato il danno subito, non ha considerato che il pregiudizio consiste nella perdita delle retribuzioni relative agli intervalli non lavorati nonchè di quelle che il lavoratore avrebbe percepito qualora fosse stato assunto a tempo indeterminato.

5. Con la quinta critica il ricorrente denuncia “nullità della sentenza gravata per omesso esame circa un fatto decisivo del giudizio ex art. 360 c.p.c., n. 4” innanzitutto perchè il giudice d’appello non ha pronunciato sul motivo di gravame con il quale era stata reiterata la domanda di “risarcimento danni da differenziali retributivi” ed era stato rilevato che si poteva e doveva prescindere dall’offerta delle energie lavorative, posto che la Regione sicuramente l’avrebbe rifiutata, non potendo disporre l’assunzione a prescindere dal pubblico concorso. Aggiunge che la Regione non aveva contestato la quantificazione degli importi richiesti in relazione agli intervalli non lavorati ed infine riporta nel ricorso gli argomenti spesi nell’atto di appello incidentale per sostenere che doveva essere risarcito il danno da precarizzazione, da liquidarsi, eventualmente, in via equitativa.

6. I primi due motivi, da trattare unitariamente in ragione della loro connessione logico giuridica, sono infondati per le ragioni già indicate da questa Corte in plurime pronunce (Cass. nn. 9116, 9115, 9114, 5432, 4952, 4810, 4236, 3197 del 2019; Cass. nn. 7982, 7059, 6902 e 6901 del 2018), tutte riguardanti il contenzioso promosso nei confronti della Regione Autonoma Valle d’Aosta da lavoratori reiteratamente assunti a termine, in difetto delle condizioni previste per il ricorso al lavoro a tempo determinato.

Le richiamate decisioni, alla cui motivazione si rinvia ex art. 118 disp. att. c.p.c., hanno ribadito che, ai sensi del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 36, nell’impiego pubblico contrattualizzato la violazione di disposizioni imperative riguardanti l’assunzione di lavoratori non può mai comportare la costituzione di rapporti a tempo indeterminato ed hanno valorizzato i principi affermati dalle Sezioni Unite di questa Corte (Cass. S.U. n. 5072/2016), dalla Corte Costituzionale (Corte Cost. n. 89/2003) e dalla Corte di Giustizia (sentenza 7.9.2006 causa C-53/04 Marrosu e Sardino) per escludere profili di illegittimità costituzionale e di contrarietà al diritto dell’Unione del divieto di conversione operante nell’ambito del rapporto alle dipendenze di pubbliche amministrazioni.

6.1. L’orientamento, ormai consolidato ed al quale il Collegio intende dare continuità, ha trovato ulteriore avallo nella più recente giurisprudenza del Giudice delle leggi (Corte Cost. n. 248/2018) e della Corte di Lussemburgo (Corte di Giustizia 7.3.2018 in causa C-494/16, Santoro), che, da un lato, ha ribadito l’impossibilità per tutto il settore pubblico di conversione del rapporto da tempo determinato a tempo indeterminato; dall’altro ha riaffermato che la clausola 5 dell’Accordo quadro allegato alla direttiva 1999/70/CE non osta ad una normativa nazionale che vieta la trasformazione del rapporto, purchè sia prevista altra misura adeguata ed effettiva, finalizzata ad evitare e se del caso a sanzionare il ricorso abusivo alla reiterazione del contratto a termine.

6.2. Nè si può sostenere che il divieto di conversione sarebbe privo di copertura costituzionale nei casi in cui, ai sensi del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 35, comma 1, lett. b), l’assunzione può legittimamente essere disposta, a prescindere dal previo esperimento di procedura concorsuale, mediante avviamento degli iscritti nelle liste di collocamento.

L’argomento è già stato esaminato e disatteso da questa Corte, la quale ha evidenziato che del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 36, comma 5, seppure tradizionalmente ricondotto al principio sancito dall’art. 97 Cost., comma 4, si ricollega anche alla necessità di assicurare il buon andamento della Pubblica Amministrazione, che sarebbe pregiudicato qualora si consentisse l’immissione stabile nei ruoli a prescindere dall’effettivo fabbisogno del personale e dalla previa programmazione delle assunzioni, indispensabili per garantire efficienza ed economicità della gestione dell’ente pubblico. Si è pertanto affermato che la regula iuris dettata dal legislatore ordinario non ammette eccezioni e trova applicazione sia nell’ipotesi in cui per l’assunzione a tempo indeterminato non sia richiesto il concorso pubblico, sia qualora il contratto a termine sia stato stipulato con soggetto selezionato all’esito di procedura concorsuale (Cass. n. 8671/2019).

I primi due motivi di ricorso non prospettano argomenti che possano indurre a rimeditare i richiamati principi e vanno conseguentemente rigettati.

7. E’, invece, fondata la terza censura perchè la Corte territoriale, nell’affermare che il danno deve essere provato dal soggetto che assume di averlo subito e in nessun caso può essere ritenuto in re ipsa, si è discostata dal principio di diritto affermato dalle Sezioni Unite di questa Corte secondo cui “in materia di pubblico impiego privatizzato, nell’ipotesi di abusiva reiterazione di contratti a termine, la misura risarcitoria prevista dal D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 36, comma 5, va interpretata in conformità al canone di effettività della tutela affermato dalla Corte di Giustizia UE (ordinanza 12 dicembre 2013, in C-50/13), sicchè, mentre va escluso – siccome incongruo – il ricorso ai criteri previsti per il licenziamento illegittimo, può farsi riferimento alla fattispecie omogenea di cui alla L. n. 183 del 2010, art. 32, comma 5, quale danno presunto, con valenza sanzionatoria e qualificabile come “danno comunitario”, determinato tra un minimo ed un massimo, salva la prova del maggior pregiudizio sofferto, senza che ne derivi una posizione di favore del lavoratore privato rispetto al dipendente pubblico, atteso che, per il primo, l’indennità forfetizzata limita il danno risarcibile, per il secondo, invece, agevola l’onere probatorio del danno subito.” (Cass. S.U. 15.3.2016 n. 5072).

Non è condivisibile la tesi, sviluppata dalla Regione Autonoma nella memoria ex art. 378 c.p.c., secondo cui l’intervenuta stabilizzazione ad opera della società di servizi Valle d’Aosta s.p.a. costituirebbe una misura proporzionata, effettiva ed idonea a cancellare le conseguenze della violazione del diritto dell’Unione, avendo la Regione già assicurato al lavoratore il medesimo bene della vita per il riconoscimento del quale aveva agito in giudizio.

Valgono al riguardo le considerazioni già espresse da questa Corte (cfr. fra le più recenti Cass. 3197/2019 e Cass. n. 4952/2019) la quale ha escluso che la stabilizzazione alle dipendenze di una società privata, sia pure controllata dall’ente pubblico, possa essere ritenuta misura equivalente alla conversione del rapporto ed ha anche ritenuto la stabilizzazione che qui viene in rilievo non omologabile a quella disposta per il personale precario della scuola e del Ministero della Giustizia.

8. Il quarto motivo è infondato in quanto nell’impiego pubblico contrattualizzato l’esclusione de iure della conversione dei contratti di lavoro a termine in un unico rapporto di lavoro a tempo indeterminato rende i singoli contratti del tutto autonomi ed esclude alla radice la possibilità di ravvisare il danno patrimoniale nella mancata percezione della retribuzione relativa agli intervalli non lavorati.

9. Infine è inammissibile la quinta censura, innanzitutto perchè non coglie pienamente la ratio della sentenza impugnata, nella parte in cui ha ritenuto tardive le allegazioni e le deduzioni sviluppate, quanto alla natura del pregiudizio subito, solo in grado di appello. Si deve poi aggiungere che il Collegio, in fattispecie sovrapponibile a quella oggetto di causa (Cass. n. 3197/2019), ha sottolineato la genericità della doglianza, incentrata sul mancato riconoscimento di un non meglio precisato differenziale retributivo.

10. In via conclusiva merita accoglimento, nei limiti e per le ragioni sopra indicate, il solo terzo motivo di ricorso e, pertanto, la sentenza impugnata deve essere cassata con rinvio alla Corte territoriale indicata in dispositivo che procederà ad un nuovo esame, attenendosi al principio di diritto richiamato al punto 7 e statuendo anche sulle spese del giudizio di legittimità.

Non sussistono le condizioni di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater.

PQM

La Corte accoglie il terzo motivo di ricorso e rigetta gli altri. Cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia alla Corte di Appello di Torino, in diversa composizione, alla quale demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 26 novembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 4 marzo 2020

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