Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 6091 del 12/03/2010

Cassazione civile sez. lav., 12/03/2010, (ud. 25/01/2010, dep. 12/03/2010), n.6091

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ROSELLI Federico – rel. Presidente –

Dott. DE RENZIS Alessandro – Consigliere –

Dott. LA TERZA Maura – Consigliere –

Dott. IANNIELLO Antonio – Consigliere –

Dott. AMOROSO Giovanni – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

ING. V.L., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA MONTANELLI

11, presso lo studio dell’avvocato ANDRIOLA ALESSANDRO, che lo

rappresenta e difende unitamente agli avvocati AMENTA PIERO,

TARTAGLIONE LUCA e ANTONINI STEFANIA, giusta mandato a margine del

ricorso;

– ricorrente –

contro

COMUNE DI EMPOLI;

– intimato –

e sul ricorso n. 21069/2006 proposto da:

COMUNE DI EMPOLI, in persona del Sindaco pro tempore, elettivamente

domiciliato in ROMA, VIA DELLA VITE 7, presso lo studio dell’avvocato

MASINI MARIA STEFANIA, rappresentato e difeso dall’avvocato IARIA

DOMENICO, giusta mandato a margine del controricorso e ricorso

incidentale;

– controricorrente e ricorrente incidentale –

contro

ING. V.L.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 281/2006 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE,

depositata il 12/04/2006 r.g.n. 400/05;

udita la relazione della causa svolta nella Udienza pubblica del

25/01/2010 dal Consigliere Dott. ROSELLI Federico;

udito l’Avvocato PIER AURELIO COMPAGNONI per delega ANDRIOLA

ALESSANDRO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

DESTRO Carlo, che ha concluso per il rigetto del ricorso principale e

dell’incidentale.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso del 3 luglio 2003 al Tribunale di Firenze V.L. esponeva di aver lavorato quale ingegnere alle dipendenze del Comune di Empoli e di essere stato licenziato, in data 25 giugno 2002, per avere esercitato la libera professione senza autorizzazione, cosi’ nell’inosservanza del D.Lgs. 30 marzo 2001, n. 165, art. 53.

Assumendo l’illegittimita’ del licenziamento sia per violazione delle norme sul procedimento disciplinare contenute nel contratto collettivo sia per insussistenza dei fatti addebitati sia ancora per sproporzione della sanzione, il V. chiedeva la condanna del Comune alla reintegrazione nel posto di lavoro ed al risarcimento del danno.

Il convenuto si costituiva e chiedeva in riconvenzionale la condanna dell’attore al versamento di quanto percepito per il lavoro professionale non autorizzato, ai sensi del D.Lgs. 30 marzo 2001, n. 165, art. 53, comma 7.

Con sentenza del 3 dicembre 2004 il Tribunale rigettava entrambe le domande e la decisione veniva confermata con sentenza del 7 marzo 2006 dalla Corte d’appello, la quale riteneva, quanto alla ritualita’ del procedimento disciplinare, che le scansioni temporali previste nel contratto collettivo nazionale per il personale delle regioni e degli enti locali fossero caratterizzate da termini ordinatori, mentre era perentorio ma rispettato nella fattispecie concreta il termine per la conclusione del procedimento, di centoventi giorni dalla contestazione dell’addebito.

Ne’ la contestazione era generica, considerato che essa faceva riferimento alla posizione, propria del V., di partecipante al 50 per cento ad una s.r.l. di consulenza ingegneristica e immobiliare, pubblicizzata su internet anche con rappresentazione del suo curriculum professionale nonche’ con una targhetta stradale con indicazione di “studio tecnico di ingegneria”. La qualita’ di coordinatore dei lavori e della progettazione era risultata da un cartello di cantiere mentre i redditi di lavoro autonomo erano stati denunciati al Fisco per gli anni dal 1998 al 2001, cio’ che dimostrava la non occasionalita’ e temporaneita’ dell’attivita’ professionale.

Questa si era rivelata particolarmente dannosa per l’Amministrazione datrice di lavoro quando il V., il (OMISSIS), aveva partecipato ad una visita di collaudo quale responsabile del procedimento e progettista, mentre direttore dei lavori era risultato altro ingegnere, che in corso d’opera aveva costituito col V. la suddetta s.r.l. di consulenza. Era in definitiva proporzionata la sanzione espulsiva.

Quanto alla domanda riconvenzionale, essa era stata legittimamente rigettata, in mancanza di prova rigorosa della riferibilita’ di ciascun compenso ad uno specifico incarico professionale nonche’ dell’ammontare di ogni compenso.

Contro questa sentenza ricorrono per Cassazione in via principale il V. ed in via incidentale il Comune di Empoli, che e’ anche controricorrente.

Memorie da entrambe le parti.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

I due ricorsi, principale e incidentale, debbono essere riuniti ai sensi dell’art. 335 c.p.c..

Col primo motivo il ricorrente principale lamenta la violazione della L. 20 maggio 1970, n. 300, art. 7, comma 2 e vizi di motivazione, ritenendo in particolare “non assolutamente convincente e non sufficiente” la motivazione della sentenza impugnata nella parte in cui, sulla base degli elementi di fatto qui riferiti nella parte narrativa, ha ravvisato un’attivita’ libero professionale espletata dal pubblico impiegato con continuita’, sulla base di una contestazione generica, mossa dal datore di lavoro.

Il motivo non e’ fondato. La contestazione dell’illecito disciplinare venne con precisione formulata dal datore di lavoro attraverso al richiamo al divieto di cui al D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 53 nonche’ a fatti, quali la partecipazione al 50 per cento ad una societa’ di consulenza ingegneristica, con pubblicita’ del relativo studio professionale, l’attivita’ di coordinatore di lavori di costruzione e della relativa progettazione nonche’ la denuncia tributaria di redditi di lavoro autonomo per tre anni. Questi fatti, considerati complessivamente, erano idonei a provare la violazione del divieto ora detto.

Col secondo motivo il ricorrente principale denuncia la violazione della L. 20 maggio 1970, n. 300, art. 7, comma 2, cit., D.Lgs. del 2001, art 53, art. 24, comma 3, della “procedura disciplinare” prevista nel c.c.n.l. per i dipendenti delle regioni e delle autonomie locali, sostenendo non essere stati rispettati i termini ivi previsti e piu’ precisamente essere stati violati, nel corso della detta procedura, i termini per la convocazione dell’incolpato e per la sua difesa, e per essere i motivi dei licenziamento diversi da quelli del capo d’incolpazione.

Neppure questo motivo e fondato.

Qualora, come nella specie, il contratto collettivo di lavoro preveda termini rivolti a scandire le fasi del procedimento disciplinare con riferimento alla contestazione dell’illecito, alla convocazione dell’incolpato, alla presentazione delle difese, ecc. ed un termine per la conclusione del procedimento, solo quest’ultimo deve considerarsi come perentorio, con conseguente nullita’ della sanzione in caso di inosservanza, mentre i termini interni sono ordinatori, onde la violazione di essi rende nulla la sanzione solo se l’incolpato denunci con concreto fondamento l’impossibilita’ o la eccessiva difficolta’ della sua difesa.

Queste eventualita’ non si sono verificate, con la connessa infondatezza della censura annuale.

Quanto all’assento mutamento dell’incolpazione nel corso del procedimento disciplinare, il principio di necessaria corrispondenza fra addebito contestato e addebito posto a fondamento della sanzione disciplinare vieta di infliggere un licenziamento sulla base di fatti diversi da quelli contestati, ma cio’ non si verifica quando, contestati fatti capaci di ingrare un’astratta previsione legale (nella specie, la violazione del piu’ volte citato art. 53), il datore di lavoro alleghi nel corso del procedimento disciplinare circostanze confermative o ulteriori prove, su cui il prevenuto possa senza difficolta’ controdedurre (Cass. 25 febbraio 1993 n. 2287, 7 giugno 2003 n. 9167, 13 giugno 2005 n. 12644).

Col terzo motivo il ricorrente principale deduce ancora la violazione dell’art. 7, comma 2, cit. e vizi di motivazione, sostenendo la legittimita’, per un pubblico dipendente, di una partecipazione societaria e la possibilita’ di essere autorizzato all’accettazione ed espletamento di certi incarichi professionali.

Il motivo e’ manifestamente infondato poiche’ nel caso qui in esame la partecipazione societaria e’ stata sanzionata non in se’ ma ha costituito uno dei diversi elementi di fatto idonei a provare, tutti insieme, lo svolgimento di attivita’ professionale.

La legittima autorizzazione di alcuni incarichi e’ argomento non trattato dalla sentenza impugnata, ne’ il ricorrente lamenta ora il vizio di omessa pronuncia, onde per questa parte la censura e’ inammissibile.

Col quarto motivo il ricorrente principale lamenta la violazione dell’art. 7 cit. e del D.Lgs. cit., art. 53, art. 25 c.c.n.l. cit., dell’art. 2106 c.c. per sproporzione della sanzione rispetto all’atto addebitato.

Il motivo non e’ fondato.

I giudici di merito hanno rilevato come la condotta del lavoratore, ossia lo svolgimento di attivita’ professionale sia liberamente sia quale pubblico dipendente, fosse espressamente vietata da una disposizione con forza di legge (art. 53 cit.) ed hanno aggiunto che quell’attivita’ per le modalita’ di svolgimento aveva posto in pericolo anche il rispetto del dovere di imparzialita’ da parte del pubblico dipendente. Esattamente percio’ essi hanno ritenuto proporzionata la sanzione espulsiva.

Con l’unico motivo il ricorrente incidentale deduce la violazione del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 53, degli artt. 61 e 116 c.p.c. e dell’art. 2697 c.c. negando che mancasse la prova della specifica riferibilita’ dei compensi, ricevuti dal proprio dipendente a titolo di remunerazione per prestazioni di lavoro autonomo, a singoli incarichi professionali, stanti le contestazioni del medesimo sul quantum, ed affermando percio’ l’accoglibilita’ della domanda di versamento di quei compensi nelle casse del Comune ex art. 53 cit., comma 7.

Il motivo non e’ fondato.

Lo stesso ricorrente ammette, a pag. 37 del ricorso, che il giudice di primo grado parlo’ di alcuni incarichi autorizzati e percio’ legittimamente eseguiti, ma non dice di avere specificamente impugnato in appello quell’affermazione ne’ nega avere la controparte contestato l’ammontare dei compensi. In tale situazione processuale non e’ censurabile l’apprezzamento, sovranamente espresso dal collegio di merito, di insufficienza della prova fornita dall’attore in riconvenzionale, attuale ricorrente.

Ne’ la consulenza tecnica contabile, la cui mancanza viene ora lamentata dal medesimo ricorrente, puo’ servire per sollevare la parte dell’onere della prova previsto dall’art. 2697 c.c. cit.

La reciproca soccombenza giustifica la compensazione delle spese processuali.

P.Q.M.

LA CORTE Riuniti i ricorsi, li rigetta e compensa le spese.

Cosi’ deciso in Roma, il 25 gennaio 2010.

Depositato in Cancelleria il 12 marzo 2010

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