Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 6056 del 04/03/2021

Cassazione civile sez. VI, 04/03/2021, (ud. 28/01/2021, dep. 04/03/2021), n.6056

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCOTTI Umberto L.C.G. – Presidente –

Dott. VALITUTTI Antonio – Consigliere –

Dott. MELONI Marina – Consigliere –

Dott. TERRUSI Francesco – Consigliere –

Dott. NAZZICONE Loredana – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 5324-2019 proposto da:

M.P., quale figlio ed erede dell’Avvocato

M.G., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA FLAMINIA 79, presso lo

studio dell’avvocato ANTONIO SIMONELLI, rappresentato e difeso

dall’avvocato SESTO SANTUCCI;

– ricorrente –

contro

FALLIMENTO (OMISSIS) SPA, in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA GIROLAMO DA CARPI n.

6, presso lo studio dell’avvocato ANDREA PIETROPAOLI, rappresentato

e difeso dall’Avvocato MARCO DE PASCALIS;

– resistente –

avverso la sentenza n. 39/2019 della CORTE D’APPELLO di PERUGIA,

depositata il 14/01/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 28/01/2021 dal Consigliere Relatore Dott. LOREDANA

NAZZICONE.

 

Fatto

RILEVATO

– che con sentenza del 14 gennaio 2019, la Corte d’appello di Perugia, decidendo su rinvio da Cass. 13 giugno 2017, n. 14694, ha confermato la sentenza di primo grado, di rigetto dell’opposizione L. Fall., ex art. 98, al passivo del Fallimento (OMISSIS) s.p.a., proposta da M.G., volta alla corresponsione del compenso relativo alle cariche di presidente ed amministratore della società dal 1992 al 1999;

– che avverso questa sentenza propone ricorso la parte soccombente, affidato a tre motivi;

– che non svolge difese la procedura intimata.

Diritto

RITENUTO

– che i motivi di ricorso devono essere come di seguito riassunti:

1) violazione della “disciplina del gruppo” e dell’art. 2359 c.c., in quanto si trattava di un complesso gruppo di società, tutte facenti capo al M. ed alla moglie, soggette a direzione e coordinamento, onde le singole operazioni infragruppo non erano affatto illecite, nè estranee all’oggetto sociale della società poi fallita, ma finalizzate ad un unico programma economico;

2) violazione della “disciplina del gruppo” e dell’art. 2359 c.c., in quanto, proprio per l’esistenza di un gruppo di società, si può tranquillamente affermare come le operazioni infragruppo, indicate dal c.t.u. come illegittime, non fossero per niente tali, esponendo il motivo le ragioni circa la legittimità degli anticipi, dei finanziamenti e delle altre facilitazioni concesse dalla (OMISSIS) s.p.a. alle singole società del gruppo;

3) violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, od omesso esame di fatto decisivo, nella parte in cui la sentenza ha inteso rispondere alle censure mosse dal consulente tecnico di parte alla c.t.u., con mera motivazione apparente o manifestamente illogica circa le conseguenze dannose delle condotte gestorie di favor verso le altre società del gruppo, nè avendo la corte territoriale spiegato le ragioni per cui ha disatteso l’istanza di rinnovazione della c.t.u.;

– che la corte del merito, per quanto ancora rileva, ha ritenuto che: a) il compenso dell’amministratore, ove non determinato dall’assemblea, può essere stabilito dal giudice, in via equitativa e tenuto conto del risultato utile dell’attività gestoria, da remunerare secondo il criterio del compenso per attività ed enti similari, tenuto conto del fatturato sociale; b) vi è prova sia della costante attività di amministrazione della società negli anni sino al 1997, sia di una serie di condotte depauperative per la società, sempre ripetute verso altre società del gruppo (concessione di anticipi con maggiori costi per sè a titolo di interessi passivi, mancati incassi, spostamento di utili, storno di guadagni), già rilevate dal collegio sindacale della società, e dalla corte analiticamente analizzate, mediante confutazione delle critiche avanzate alla c.t.u. dal consulente di parte; c) ha concluso per l’adeguatezza del compenso, già nel tempo in acconto corrisposto al ricorrente;

– che giova ricordare come la determinazione giudiziaria del giusto compenso dell’amministratore di società di capitali, ove non pattuito dalle parti ex art. 2389 c.c., debba essere condotta alla stregua del criterio dell’equità (cfr. art. 1709 c.c.), secondo la regola della proporzione con l’entità della prestazione in concreto svolta e con il risultato fatto conseguire alla società, potendo rilevare, al riguardo, una pluralità di elementi, quali l’impegno profuso dall’amministratore nell’attività prestata, la situazione economica della società, gli utili ed i vantaggi conseguiti, la misura dei compensi come corrisposti nei precedenti esercizi, il compenso corrente nel mercato per analoghe prestazioni, in relazione a società di simili dimensioni, e così via (cfr., per alcune considerazioni in tema di art. 2373 c.c., Cass. 3 dicembre 2008, n. 28748; Cass. 17 luglio 2007, n. 15942);

– che, al fine di pervenire alla corretta valutazione con il criterio predetto, è sufficiente che il giudice dia l’indicazione di congrue ragioni del processo logico in base al quale lo ha adottato, restando incensurabile, in sede di legittimità, l’esercizio di questo potere discrezionale;

– che, ciò posto, i tre motivi sono affetti dal medesimo vizio di inammissibilità, in quanto, pur sotto l’egida del vizio di motivazione, intendono ripetere un giudizio sul fatto;

– che, inoltre, il primo motivo, quanto alla deduzione di vantaggi compensativi, viola l’art. 366 c.p.c., non menzionando il luogo ed il tempo della precedente deduzione dei medesimi, nè, ancor prima, la dettagliata natura e consistenza di essi, limitandosi a genericissime asserzioni;

– che, quanto alla censura di diritto del medesimo primo motivo, essa è inammissibile laddove lamenta una generica violazione della “disciplina del gruppo”, mentre non tiene affatto conto dell’opposto principio, fissato dall’art. 2497 c.c., che impone la prova rigorosa dei vantaggi compensativi alla società amministrata, derivanti dall’operato dell’amministratore, in ragione della appartenenza al gruppo e idonei a neutralizzare, in tutto o in parte, il pregiudizio cagionato direttamente alla società amministrata (in tema, v. Cass. 24 agosto 2004, n. 16707): vantaggi cui il motivo solo apoditticamente e genericamente accenna, peraltro in sede di giudizio di legittimità;

– che la sentenza impugnata è pienamente coerente con l’orientamento consolidato, secondo cui il rapporto che intercorre tra società ed amministratore è di immedesimazione organica e l’opus di amministrazione che egli si impegna a fornire non è determinabile aprioristicamente, identificandosi con la stessa attività d’impresa, costituita da un insieme variegato di atti materiali, negozi giuridici, operazioni complesse (Cass. 17 ottobre 2014, n. 22046; Cass. 27 febbraio 2014, n. 4769; Cass. 24 aprile 2007, n. 9911; Cass. 23 luglio 2004, n. 13805; Cass. 26 febbraio 2002, n. 2769; Cass. 17 agosto 1998, n. 8083; Cass. 14 settembre 1995, n. 9692);

– che, pertanto, la corte del merito ha operato una liquidazione equitativa del compenso, prendendo a riferimento quello medio per attività similari e pregresse, assegnato per il consigliere di amministrazione o l’amministratore delegato, tenendo conto del fatturato sociale e di ogni altro elemento utile;

– che la corte territoriale ha dato assai ampia spiegazione diffondendosi nell’esame dettagliato di tutte le operazioni inadempienti ai doveri della carica, ravvisate dal c.t.u. – delle ragioni a sostegno della operata determinazione del compenso gestorio, sia con riguardo al quantum inizialmente determinato, sia in ordine alla riduzione, derivante dagli eccepiti inadempimenti ai doveri della carica (cfr. art. 1460 c.c.);

– che, dunque, se, da un lato, l’accertamento in fatto resta una valutazione riservata al giudice del merito, dall’altro lato la deduzione che il medesimo giudice ne ha tratto in punto di determinazione del compenso finale, è assai approfonditamente motivata, nel pieno rispetto perciò dell’art. 111 Cost., e art. 132 c.p.c., avendo – al contrario di quanto il terzo motivo assume – la corte territoriale ampiamente spiegato il fondamento del suo convincimento;

– che il motivo non coglie nel segno neppure laddove lamenta la mancata rinnovazione della c.t.u. al fine di rispondere alle critiche avanzate dal consulente di parte, decisione dalla corte del merito adeguatamente spiegata proprio con la sufficienza degli elementi in atti per resistere alle critiche medesime, come ampiamente dimostrato dalla intera motivazione ivi esposta; mentre, ancor più radicalmente, al giudice del merito compete l’esclusiva decisione di rinnovare o no la consulenza tecnica d’ufficio, onde questi non è tenuto, anche a fronte di una esplicita richiesta di parte, a disporre una nuova c.t.u., atteso che il rinnovo dell’indagine tecnica rientra tra i suoi poteri discrezionali (Cass. 29 settembre 2017, n. 22799; Cass. 29 agosto 2011, n. 17698);

– che non occorre provvedere sulle spese.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Dichiara che, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, sussistono i presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello richiesto, se dovuto, per il ricorso.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 28 gennaio 2021.

Depositato in Cancelleria il 4 marzo 2021

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