Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 6036 del 12/03/2010

Cassazione civile sez. I, 12/03/2010, (ud. 01/12/2009, dep. 12/03/2010), n.6036

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PANEBIANCO Ugo Riccardo – rel. Presidente –

Dott. PICCININNI Carlo – Consigliere –

Dott. DI PALMA Salvatore – Consigliere –

Dott. RAGONESI Vittorio – Consigliere –

Dott. GIANCOLA Maria Cristina – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

C.M., + ALTRI OMESSI

elettivamente domiciliati in Roma, via Andrea Doria 48,

presso l’avvocato ABBATE FERDINANDO EMILIO, che li rappresenta e

difende, giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrenti –

contro

MINISTERO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE, in persona del Ministro pro

tempore, PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI, in persona del

Presidente pro tempore, domiciliati in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che li rappresenta e

difende ope legis;

– controricorrenti –

avverso il decreto della CORTE D’APPELLO di ROMA, depositato il

06/03/2007;

udita la relazione della causa svolta nella Pubblica udienza del

01/12/2009 dal Presidente Dott. UGO RICCARDO PANEBIANCO;

udito, per i ricorrenti, l’Avvocato RODA RANIERI che ha chiesto

l’accoglimento del ricorso;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

DESTRO Carlo, che ha concluso per il rigetto del primo motivo,

accoglimento del secondo motivo assorbito il terzo motivo.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con decreto depositato in data 6.3.2007 la Corte d’Appello di Roma – pronunciando sulle domande di equa riparazione ex Lege n. 89 del 2001, proposte da C.M. e dagli altri 37 indicati in epigrafe nei confronti della Presidenza del Consiglio dei Ministri in relazione al giudizio dai medesimi promosso con ricorso depositato il 10.11.1993 avanti al TAR del Lazio, al fine di ottenere, quali dipendenti del Ministero della Giustizia, l’annullamento dei decreti del 2.6.1993 e del 2.7.1993 con cui l’Amministrazione aveva bandito due concorsi per accedere alla qualifica di funzionario di livello superiore (VII) e deciso in data 6.4.2004, vale a dire dopo anni dieci e mesi cinque – riteneva che la durata del procedimento non fosse ragionevole nella misura di anni sette e liquidava a favore di ciascuno la somma di Euro 7.000,00 a titolo di danno non patrimoniale con gli interessi dalla data del decreto.

Avverso detto decreto i suddetti dipendenti propongono ricorso per Cassazione, deducendo tre motivi di censura illustrati anche con memoria.

Resistono con controricorso la Presidenza del Consiglio dei Ministri ed il Ministero della Economia e delle Finanze.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Pregiudizialmente deve essere dichiarata l’inammissibilità del controricorso proposto dal Ministero dell’Economia e delle Finanze nonostante il ricorso non sia stato notificato anche nei suoi confronti ma solo nei confronti della Presidenza del Consiglio.

Nè, d’altra parte, può trovare applicazione la L. 27 dicembre 2006, n. 296, art. 1, comma 1224, che, modificando la previsione della L. n. 89 del 2001, art. 3, comma 3, ha attribuito al Ministero dell’Economia e delle Finanze la legittimazione nelle cause per equa riparazione relative a giudizi presupposti diversi da quelli promossi avanti al giudice ordinario ed al giudice militare, avendo la norma transitoria di cui al successivo comma 1225, previsto espressamente la sua applicazione ai procedimenti iniziati dopo l’entrata in vigore di detta legge, ed essendo stato invece il procedimento in esame promosso nel 2005.

Conseguentemente rimane ferma la legittimazione passiva della Presidenza del Consiglio, mentre va esclusa quella del Ministero dell’Economia e delle Finanze.

Con il primo motivo i ricorrenti denunciano violazione e/o falsa applicazione della L. n. 89 del 2001, art. 2, nonchè difetto di motivazione. Lamentano che la Corte d’Appello, dopo aver determinato in anni tre la durata ragionevole del procedimento presupposto, abbia ritenuto irragionevoli anni sette nonostante il procedimento si fosse protratto per anni dieci e mesi cinque (Novembre 1993-Aprile 2004).

La censura è fondata.

Determinata da parte del giudice di merito la durata ragionevole del procedimento, tutto il restante periodo, ivi compresa anche la porzione dell’anno, va considerato non ragionevole e valutato ai fini del computo della relativa indennità prevista dalla L. n. 89 del 2001. Erroneamente pertanto la Corte d’Appello, pur in presenza di un periodo di anni sette e mesi cinque successivo a quello considerato ragionevole (anni tre), ha riconosciuto ai fini della determinazione dell’indennizzo solo anni sette, tralasciando di considerare la porzione di mesi cinque di cui va invece tenuto conto.

Sul punto il decreto va pertanto cassato.

Con il secondo motivo i ricorrenti denunciano ancora violazione della L. n. 89 del 2001, art. 2, nonchè dell’art. 1173 c.c.. Lamentano che la Corte d’Appello abbia liquidato gli interessi con decorrenza dalla data del decreto anzichè, come avrebbe dovuto, dalla domanda.

Anche tale censura è fondata.

Gli interessi sulla somma riconosciuta all’esito del giudizio non possono che decorrere dalla domanda la quale costituisce anche un atto di messa in mora ai sensi dell’art. 1295 c.c.. Conseguentemente anche sotto tale profilo il decreto deve essere cassato.

Con il terzo motivo i ricorrenti denunciano violazione e/o falsa applicazione degli artt. 90 e 91 c.p.c., nonchè del D.M. n. 127 del 2004, artt. 4 e 5. Sostengono che la Corte d’Appello, nel liquidare le spese in complessivi Euro 750,00, da aumentare del 20% per ogni parte oltre alla prima fino al massimo di dieci, si sia tenuta al di sotto dei minimi tariffari.

La censura deve ritenersi assorbita in quanto, a seguito della disposta cassazione del decreto impugnato, questa Corte deve provvedere ad una nuova liquidazione delle spese del giudizio di merito, spese che si distraggono a favore del difensore e che si liquidano come in dispositivo unitamente a quelle relative al presente giudizio di legittimità.

Non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto e ricorrendo quindi le condizioni per una decisione nel merito ai sensi dell’art. 384 c.p.c., comma 1, l’indennizzo va determinato, tenuto conto dell’ulteriore durata di mesi cinque non considerata dalla Corte d’Appello, in complessivi Euro 7,415,00 per ciascuno dei ricorrenti, con gli interessi dalla domanda.

P.Q.M.

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE Accoglie il ricorso nei termini di cui in motivazione. Cassa il decreto impugnato e, decidendo nel merito, condanna la Presidenza del Consiglio dei Ministri al pagamento in favore di ciascuno dei ricorrenti della somma di Euro 7.415,00 con gli interessi dalla domanda. Condanna inoltre la stessa Amministrazione al pagamento delle spese processuali che distrae a favore del difensore e che liquida, quanto al giudizio di merito, in Euro 3.589,00 per diritti, in Euro 1.200,00 per onorario ed in Euro 100,00 per esborsi, oltre accessori di legge e, quanto al giudizio di legittimità, in complessivi Euro 1.200,00 di cui Euro 100,00 per esborsi, oltre accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 1 dicembre 2009.

Depositato in Cancelleria il 12 marzo 2010

 

 

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