Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 6013 del 04/03/2021

Cassazione civile sez. I, 04/03/2021, (ud. 17/02/2021, dep. 04/03/2021), n.6013

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TIRELLI Francesco – Presidente –

Dott. VANNUCCI Marco – Consigliere –

Dott. MARULLI Marco – Consigliere –

Dott. IOFRIDA Giulia – Consigliere –

Dott. ARIOLLI Giovanni – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 6262/2019 proposto da:

U.H., elettivamente domiciliato presso lo studio dell’Avv.

Ester Nemola, del foro di Lecce che lo rappresenta e difende (pec:

nemola.ester.ordavvle.legalmail.it);

– ricorrente –

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro pro tempore;

– intimato –

avverso il decreto n. 140/2019 del Tribunale di Lecce;

udita la relazione della causa svolta all’udienza camerale del

17/2/2021 dal consigliere relatore Dott. Giovanni Ariolli.

 

Fatto

FATTO E DIRITTO

1. U.H., cittadino del (OMISSIS), ricorre per cassazione avverso il decreto n. 140/2019 del Tribunale di Lecce con cui è stato rigettato il ricorso avverso la decisione con la quale la locale Commissione territoriale aveva rigettato la sua domanda di protezione internazionale ed umanitaria.

2. Svolgendo cinque motivi chiede l’annullamento del decreto impugnato.

2.1. Con il primo motivo lamenta, ex art. 360 c.p.c., n. 4, la nullità del provvedimento impugnato per difetto di motivazione in ordine alla credibilità del ricorrente, nonchè la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 3, artt. 4 e 5, in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5. La censura attiene al mancato riconoscimento die presupposti per il riconoscimento dello status di rifugiato.

2.2. Con il secondo motivo deduce la violazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 1, e art. 8, D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, lett. a), c), d) e art. 6, comma 2, art. 7, lett. a), b), in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3, 4 e 5. Si sostiene che il Tribunale non ha considerato la condizione sociale del richiedente e la sua posizione di debolezza per il fatto di appartenere ad un gruppo assolutamente debole e minoritario, non tutelato dall’ordinamento statuale, alla luce delle condizioni generali del Pakistan in punto di accesso alla giustizia e di tutela dei diritti umani.

2.3. Con il terzo motivo lamenta la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 8, comma 1, lett. b) e comma 2, in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5. Il provvedimento impugnato avrebbe omesso di considerare la valenza, ai fini della realizzazione degli atti persecutori, del rito religioso celebratosi a casa del richiedente, evento che avrebbe poi scatenato la reazione del gruppo di orientamento avverso.

2.4. Con il quarto motivo lamenta la violazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 1, nonchè del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14 e difetto di motivazione in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3, 4 e 5. La censura attiene al diniego della protezione sussidiaria, tanto con riguardo alle ipotesi di cui dell’art. 14, lett. a) e b), in considerazione della minaccia proveniente dal gruppo religioso avverso, quanto alla lett. c), in ragione della situazione del Paese di origine del richiedente.

2.5. Con il quinto motivo deduce la violazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 3, violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3. Si era omesso di valutare, ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria, delle condizioni di vita esistenti in Punjab e dei relativi presupposti per il riconoscimento di tale speciale forma di protezione.

3. Il Ministero dell’Interno non si è costituito.

4. Il ricorso è inammissibile per essere tutti i motivi manifestamente infondati.

4.1-4.2-4.3. I primi tre motivi di ricorso attengono al mancato riconoscimento dello status di rifugiato e sono accumunati dalle ragioni che avrebbero indotto il richiedente all’espatrio, dovute ad una persecuzione di carattere religioso. Sul punto il provvedimento impugnato si sottrae alle violazioni denunciate in quanto, anche laddove i fatti narrati dal richiedente fossero veritieri, non involgerebbero una persecuzione ascrivibile allo Stato – apparato, seppur inteso nella sua accezione più ampia come insieme di autorità, persone e organizzazioni con cui lo stato ordinamento attribuisce i poteri di compiere atti giuridici o materiali. Con la conseguenza che risultano prive della necessaria decisività le doglianze che involgono i paventati vizi di mancanza di motivazione in ordine alla sussistenza della persecuzione e della rilevanza a detti fine degli elementi fattuali allegati dal ricorrente.

4.4. La censura mossa con il quarto motivo in ordine al diniego della protezione sussidiaria, nelle declinazioni previste dal D.Lgs. n. 241 del 2007, art. 14, lett. a) e b), è generica. Il decreto impugnato, infatti, ha motivatamente escluso il ricorrere delle condizioni per il riconoscimento di tale forma di protezione sulla scorta di una valutazione di inattendibilità del narrato, risultato denso di contraddizioni e di elementi vaghi e generici. Ciò in ossequio al principio dettato da questa Corte secondo cui: “In tema di protezione internazionale, l’attenuazione dell’onere probatorio a carico del richiedente non esclude l’onere di compiere ogni ragionevole sforzo per circostanziare la domanda D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 3, comma 5, lett. a), essendo possibile solo in tal caso considerare “veritieri” i fatti narrati; la valutazione di non credibilità del racconto, costituisce un apprezzamento di fatto rimesso al giudice del merito il quale deve valutare se le dichiarazioni del richiedente siano coerenti e plausibili, D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 3, comma 5, lett. c), ma pur sempre a fronte di dichiarazioni sufficientemente specifiche e circostanziate” (Cass. 30 ottobre 2018, n. 27503) e “In materia di protezione internazionale, l’accertamento del giudice di merito deve innanzi tutto avere ad oggetto la credibilità soggettiva della versione del richiedente circa l’esposizione a rischio grave alla vita o alla persona; qualora le dichiarazioni siano giudicate inattendibili alla stregua degli indicatori di genuinità soggettiva di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, non occorre procedere ad un approfondimento istruttorio officioso circa la prospettata situazione persecutoria nel Paese di origine, salvo che la mancanza di veridicità derivi esclusivamente dall’impossibilità di fornire riscontri probatori” (Cass., n. 16925/2018; e v. Cass., n. 3340/2019, Cass. n. 24506/2020 fra le molte).

Nel caso in esame, il decreto impugnato, mediante una valutazione unitaria delle dichiarazioni rese, ha rilevato come le lacune o le discrasie del racconto del richiedente attenessero ad aspetti non affatto secondari della vicenda, involgendo, al contrario, elementi fattuali di pregnante significato, con particolare riguardo ad aspetti significativi del ricordo in merito alla sua reale adesione alla fede sciita che, in ragione di quanto allegato, dovrebbe costituire l’antefatto causale delle temute persecuzioni (si citano le lacune in ordine: alla conoscenza degli elementi pur minimali di tale credo religioso; al riferire su altri episodi significativi a carattere persecutorio, oltre a quello allegato, che avrebbero riguardato il suo villaggio; inoltre, il racconto relativo al conflitto personale avuto con l’agente persecutore è del tutto generico e privo delle necessarie circostanze che rendano poi logicamente verosimile l’accanimento mosso nei suoi confronti). A fronte di tali specifiche argomentazioni le censure del ricorrente, sotto il profilo espresso della violazione di legge, risultano del tutto generiche, essendosi questi limitato a “contestarne” il contenuto, senza al contempo indicare su quali parti del racconto l’interessato avrebbe fornito indicazioni specifiche e di carattere decisivo, che il giudice di merito avrebbe omesso doverosamente di apprezzare. Parimenti è a dirsi con riguardo al dovere di cooperazione istruttoria che il giudice avrebbe dovuto ex officio attivare, ove il ricorrente manca di indicare quali siano gli accertamenti e le informazioni che in concreto avrebbero potuto avvalorare il proprio racconto.

Con riguardo alla protezione sussidiaria dello straniero, prevista dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), “l’ipotesi della minaccia grave ed individuale alla vita o alla persona di un civile derivante dalla violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale implica o una contestualizzazione della minaccia suddetta, in rapporto alla situazione soggettiva del richiedente, laddove il medesimo sia in grado di dimostrare di poter essere colpito in modo specifico, in ragione della sua situazione personale, ovvero la dimostrazione dell’esistenza di un conflitto armato interno nel Paese o nella regione, caratterizzato dal ricorso ad una violenza indiscriminata, che raggiunga un livello talmente elevato da far sussistere fondati motivi per ritenere che un civile, rientrato nel paese in questione o, se del caso, nella regione in questione, correrebbe, per la sua sola presenza sul territorio di questi ultimi, un rischio effettivo di subire detta minaccia” (v. Cass. n. 14006 del 2018).

Tanto premesso, va rilevato che il Tribunale ha congruamente motivato (con il dovuto specifico riferimento e richiamo a siti internazionali accreditati: cfr. Cass. n. 15794 del 2019) in ordine al fatto che il Punjab sia una regione che (secondo le fonti attendibili e recenti) non può ritenersi preda di violenza indiscriminata nella accezione sopra prescritta (in termini Cass., n. 2834/2021). Confermando così le conclusioni della locale commissione basate sulle affermazioni in tal senso tratte dalle evocate recenti fonti privilegiate in ordine alle ragioni per cui si debba escludere che il richiedente provenga da una zona del Pakistan in cui si registri un clima di tensione tale da far presumere che in caso di suo rientro possa andare incontro a torture o altre forme di trattamento inumano e degradante. Peraltro, la nozione di “violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale”, di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), dev’essere interpretata in conformità della fonte Eurounitaria di cui è attuazione (direttive 2004/83/CE e 2011/95/UE), in coerenza con le indicazioni ermeneutiche fornite dalla Corte di Giustizia UE (Grande Sezione, 18 dicembre 2014, C-542/13, par. 36), secondo cui i rischi a cui è esposta in generale la popolazione di un paese o di una parte di essa di norma non costituiscono di per sè una minaccia individuale da definirsi come danno grave (v. 26 Considerando della direttiva n. 2011/95/UE), sicchè “l’esistenza di un conflitto armato interno potrà portare alla concessione della protezione sussidiaria solamente nella misura in cui si ritenga eccezionalmente che gli scontri tra le forze governative di uno Stato e uno o più gruppi armati o tra due o più gruppi armati siano all’origine di una minaccia grave e individuale alla vita o alla persona del richiedente la protezione sussidiaria, ai sensi dell’art. 15 direttiva, lett. c), a motivo del fatto che il grado di violenza indiscriminata che li caratterizza raggiunge un livello talmente elevato da far sussistere fondati motivi per ritenere che un civile rinviato nel paese in questione o, se del caso, nella regione in questione correrebbe, per la sua sola presenza sul territorio di questi ultimi, un rischio effettivo di subire la detta minaccia” (v., in questo senso, Corte Giustizia UE 17 febbraio 2009, Elgafaji, C465/07, e 30 gennaio 2014, Diakitè, C285/12; v. Cass. n. 13858 del 2018; Cass. n. 30105 del 2018; in termini, sul Punjab, vedi Cass. ord. n. 2814/2021).

Dalla lettura del provvedimento impugnato risulta che il giudice di merito ha puntualmente valutato la situazione del paese di origine del richiedente, con particolare riguardo alla zona del distretto di Gujrat, giungendo ad escludere la ricorrenza dei presupposti per il riconoscimento della protezione sussidiaria del D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. c), all’esito di una ponderata valutazione desunta dai citati siti internazionali accreditati, senza peraltro che il ricorrente peraltro che il ricorrente abbia, in senso contrario, addotto altre fonti aventi carattere decisivo, essendosi limitato a contestare quanto in quelle affermato. Anche tale accertamento implica un apprezzamento di fatto rimesso al giudice del merito, il cui risultato (come sopra detto) può essere censurato, con motivo di ricorso per cassazione, solo nei limiti consentiti dal novellato art. 360 c.p.c., n. 5, peraltro, è principio acquisito in sede di legittimità che con i motivi di ricorso per cassazione la parte non può limitarsi a riproporre le tesi difensive svolte nelle fasi di merito e motivatamente disattese dal giudice dell’impugnazione, senza considerare le ragioni offerte da quest’ultimo, poichè in tal modo si determina una mera contrapposizione della propria valutazione al giudizio espresso dal provvedimento impugnato che si risolve, in sostanza, nella proposizione di un “non motivo”, come tale inammissibile ex art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4 (ex multis Sez. 1, Ordinanza n. 22478 del 24/9/2018, Rv. 650919).

4.5. Anche l’ultimo motivo di ricorso (il quinto) è manifestamente infondato, avendo il provvedimento impugnato fatto corretta applicazione dei principi di diritto enunciati da questa Corte in materia. Al riguardo, si è infatti affermato che non può essere riconosciuto al cittadino straniero il diritto al permesso di soggiorno per motivi umanitari, di cui al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, considerando, isolatamente ed astrattamente, il suo livello di integrazione in Italia, nè il diritto può essere affermato in considerazione del contesto di generale e non specifica compromissione dei diritti umani accertato in relazione al Paese di provenienza atteso che il rispetto del diritto alla vita privata di cui all’art. 8 CEDU, può soffrire ingerenze legittime da parte di pubblici poteri finalizzate al raggiungimento d’interessi pubblici contrapposti quali quelli relativi al rispetto delle leggi sull’immigrazione, particolarmente nel caso in cui lo straniero non possieda uno stabile titolo di soggiorno nello Stato di accoglienza, ma vi risieda in attesa che sia definita la sua domanda di riconoscimento della protezione internazionale (Sentenza CEDU 8/4/2008 Ric. 21878 del 2006 Caso Nyianzi c. Regno Unito)(Cass., n. 17072 del 28/6/2018, Rv. 649648).

Nel caso in esame, all’assenza di una situazione di vulnerabilità conseguente al rimpatrio nel Paese di origine, si accompagna l’assenza di condizioni dimostrative di un’effettiva integrazione in Italia, non potendosi questa ricavare, per come correttamente evidenziato dal decreto impugnato, dal mero svolgimento di una prestazione lavorativa, in assenza di altri e pregnanti elementi che diano conto di un radicamento sociale nel nostro Paese, altrimenti venendosi a stravolgere le finalità alle quali il permesso di soggiorno per motivi umanitari è volto a salvaguardare.

5. In conclusione va dichiarata l’inammissibilità del ricorso. Nulla per le spese non avendo l’Amministrazione intimata svolto attività difensiva.

6. Per quanto dovuto a titolo di doppio contributo, si ritiene di aderire all’orientamento espresso da questa Corte con la sentenza n. 9660/2019.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Nulla per le spese. Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, il 17 febbraio 2021.

Depositato in Cancelleria il 4 marzo 2021

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