Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 5976 del 04/03/2020

Cassazione civile sez. VI, 04/03/2020, (ud. 11/07/2019, dep. 04/03/2020), n.5976

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. D’ASCOLA Pasquale – Presidente –

Dott. COSENTINO Antonello – rel. Consigliere –

Dott. GRASSO Giuseppe – Consigliere –

Dott. TEDESCO Giuseppe – Consigliere –

Dott. FORTUNATO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 9645-2018 proposto da:

M.E., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR

presso la CANCELLERIA della CORTE di CASSAZIONE, rappresentato e

difeso dagli avvocati ALFREDO PASANISI, BERNARDINO PASANISI;

– ricorrente –

contro

B.C., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA MONTE ZEBIO

19, presso lo studio dell’avvocato ANTONIO ALBERTO MARTINELLI,

rappresentata e difesa dall’avvocato VINCENZO DI PONZIO;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1261/2017 della CORTE D’APPELLO di LECCE,

depositata il 04/12/2017;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata dell’11/07/2019 dal Consigliere Relatore Dott. ANTONELLO

COSENTINO.

Fatto

RAGIONI IN FATTO ED IN DIRITTO DELLA DECISIONE

Nel 1993 la signora B.C. – premesso che con contratto dell’1.4.93 aveva venduto una pescheria, per il prezzo di 20 milioni di lire, al signor M.E. citava quest’ultimo davanti al tribunale di Taranto deducendo che il medesimo aveva versato solo 5 milioni di lire e, pertanto, chiedendo la risoluzione del contratto e la restituzione dell’azienda.

Costituitosi, il signor M. deduceva – tra l’altro – che aveva provveduto al versamento dell’intero prezzo nelle mani del marito della signora B. – signor S.C. – e, lamentando l’inadempimento della venditrice (in ragione della dedotta inutilizzabilità del compendio aziendale vendutogli), chiedeva a propria volta, in via riconvenzionale, la risoluzione del contratto di compravendita, con condanna della venditrice alla restituzione del prezzo da lui versato.

Il tribunale di Taranto riteneva provato il pagamento del prezzo solo per l’importo di 5 milioni di lire, riconosciuto dalla stessa signora B., mentre escludeva che potessi imputarsi a tale pagamento l’importo di 20 milioni di lire versato dal M. allo S.; giudicato, quindi, l’acquirente inadempiente all’obbligo di pagamento del prezzo, pronunciava la risoluzione del contratto e condannava il M. a restituire l’azienda alla B. e quest’ultima a restituire al M. solo l’importo di 5 milioni di lire.

La corte d’appello di Lecce, adita, per quanto qui ancora interessa, con l’appello del M., che insisteva per la restituzione dei 20 milioni da lui versati al marito della venditrice, dichiarava, con sentenza 149/2002, la nullità della sentenza di primo grado, ritenendo sussistente un litisconsorzio necessario dei litiganti con i rispettivi coniugi.

Questa Corte, con la sentenza 4890/06, cassava la suddetta sentenza di appello, disconoscendo la sussistenza del litisconsorzio necessario ivi ritenuto, con rinvio alla medesima corte salentina. Quest’ultima, con la sentenza n. 57/2009, emessa in sede di rinvio, rigettava l’appello proposto dal M. avverso la sentenza del tribunale di Taranto.

Anche la sentenza n. 57/2009 veniva impugnata per cassazione dal M. e questa Corte la cassava, rinviando nuovamente alla corte salentina perchè quest’ultima rinnovasse l’accertamento sull’imputabilità delle somme versate dal M. allo S. a titolo di prezzo della pescheria alla luce del principio che la potestas gerendi disgiuntivamente spettante a ciascun coniuge ai sensi dell’art. 180 c.c. era tale da abilitare – quanto meno in linea astratta – tanto B.C., quanto suo marito S.C. a percepire il prezzo della pescheria nell’interesse della comunione e, dunque, non solo nell’interesse ed a nome di colui che si era reso materiale e diretto accipiens, ma pur nell’interesse ed a nome dell’altro coniuge (nè diretto nè materiale percipiente).

Con la sentenza 1261/17, pronunciata nel secondo giudizio di rinvio, la corte di appello di Lecce ha nuovamente rigettato l’appello del M. avverso la sentenza di primo grado.

La corte territoriale rilevava che gli assegni versati dal M. allo S. risultavano emessi in epoca anteriore alla stipula del contratto di trasferimento della pescheria, così che i medesimi non potevano essere imputati al pagamento del debito derivante da tale contratto – per il cui adempimento erano stati pattuiti versamenti per 20 milioni di lire effettuati solo per 5 milioni – ma dovevano, semmai, riferirsi, “ad un anticipo pattuito tra le parti oltre le previsioni contrattuali” (pag. 9, quinto capoverso, della sentenza).

La sentenza 1261/17 è stata impugnata per cassazione dal M., sulla scorta di tre mezzi di ricorso.

Con il primo motivo, riferito all’art. 360 c.p.c., n. 3, si denuncia la violazione degli artt. 2909 c.c. e 324 c.p.c., la disapplicazione dell’art. 215 c.p.c. e degli artt. 2702, 2712 e 1193 c.c., la violazione dell’art. 132 c.p.c. e dell’art. 1458 c.c.. Nel mezzo di impugnazione si argomenta che la corte territoriale, avendo riconosciuto che il pagamento effettuato dal M. allo S. costituiva “un anticipo pattuito tra le parti, oltre le previsioni contrattuali”, avrebbe violato il principio della retroattività della risoluzione contrattuale, fissato dall’art. 1458 c.c., omettendo di disporre la restituzione al M. di tutti i versamenti da lui effettuati in base al contratto risolto, ivi compresi gli anticipi versati prima della redazione della scrittura negoziale.

Con il secondo motivo, riferito all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, si denuncia la violazione dell’art. 132 c.p.c., n. 4, e dell’art. 112 c.p.c., nonchè il vizio di omesso esame di fatti decisivi in cui la corte territoriale sarebbe incorsa omettendo qualunque motivazione sul motivo di appello con cui il M. aveva censurato la sentenza di prime cure sia con riferimento alla statuizione di mancata imputazione al prezzo della pescheria degli assegni incassati dal marito della venditrice, sia con riferimento alla statuizione che ha disatteso la sua domanda di risoluzione del contratto di trasferimento di azienda per inadempimento della venditrice.

Con il terzo motivo, riferito all’art. 360 c.p.c., n. 3, si denuncia la violazione degli artt. 91 e 92 c.p.c., contestando la regolazione delle spese del secondo giudizio di cassazione operata in sede di rinvio dalla sentenza qui impugnata.

La signora B. ha resistito con controricorso.

La causa è stata discussa nell’adunanza di camera di consiglio del 11.7.19, per la quale solo il ricorrente ha depositato una memoria illustrativa.

I primi due mezzi di ricorso, da esaminare congiuntamente, vanno giudicati fondati.

Nella sentenza 6558/15 questa Corte rinviava alla corte distrettuale perchè la stessa rinnovasse l’accertamento dei fatti di causa attenendosi al rilievo che “la potestas gerendi disgiuntivamente spettante, ex art. 180 c.c., comma 10, a ciascun coniuge era tale da abilitare – quanto meno in linea astratta – e B.C. e suo marito, S.C., a percepire il prezzo nell’interesse della comunione e, dunque, non solo nell’interesse ed a nome di colui che ha provveduto a rendersi materiale e diretto accipiens, ma pur nell’interesse ed a nome dell’altro coniuge nè diretto nè materiale percipiente”.

Sulla scorta di tali principi la sentenza qui gravata ha rilevato che i venti milioni di lire versati dal M. allo S. con due assegni circolari del gennaio 1993 (anteriormente alla stipula del contratto) si riferivano “presumibilmente ad un acconto di 20 milioni sul prezzo reale pattuito in 40 milioni” (pag. 9 della sentenza, terzo capoverso); tale importo, cioè, si riferiva “ad un anticipo pattuito tra le parti” (pag. 9 della sentenza, quinto capoverso).

Rispetto alla suddetta ricostruzione presuntiva dei fatti, la statuizione di rigetto della domanda di restituzione dei 20 milioni di lire versati dal M. allo S. – veicolata nel secondo motivo di appello del medesimo M., nella parte in cui egli censurava la sentenza di primo grado per avere limitato a 5 milioni di lire la stauizione restitutoria conseguente alla pronunciata risoluzione contrattuale – risulta del tutto priva di motivazione.

Se, infatti, la corte territoriale non ha errato nel negare che i 20 milioni versati dal M. allo S. nel gennaio del 1993 potessero essere imputati a pagamento delle somme pattuite nella scrittura dell’1.4.93 e, quindi, non ha errato nell’affermare che il mancato pagamento di queste ultime somme giustificava la risoluzione del contratto per inadempimento del compratore, essa ha però errato nel non trarre dalla pronunciata risoluzione contrattuale tutte le conseguenze restitutorie che ne discendevano.

I primi due mezzi di ricorso vanno quindi accolti, nei termini di cui in motivazione, con assorbimento del terzo mezzo.

L’impugnata sentenza va cassata, con rinvio alla corte d’appello di Lecce in diversa composizione, che si pronuncerà nuovamente sulla domanda restitutoria del M. e regolerà anche le spese del presente giudizio.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza gravata e rinvia alla corte d’appello di Lecce, in altra composizione, che regolerà anche le spese del giudizio di cassazione.

Così deciso in Roma, il 11 luglio 2019.

Depositato in Cancelleria il 4 marzo 2020

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