Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 5928 del 04/03/2021

Cassazione civile sez. VI, 04/03/2021, (ud. 26/01/2021, dep. 04/03/2021), n.5928

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FERRO Massimo – Presidente –

Dott. TRICOMI Laura – Consigliere –

Dott. MERCOLINO Guido – Consigliere –

Dott. SCALIA Laura – Consigliere –

Dott. PAZZI Alberto – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 10880-2020 proposto da:

H.C., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA TARANTO

90, presso lo studio dell’avvocato LUCIANO NATALE VINCI,

rappresentato e difeso dall’avvocato GIUSEPPE MARIANI;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro pro tempore,

domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA

GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope legis;

– resistente –

avverso la sentenza n. 811/2019 della CORTE D’APPELLO di POTENZA,

depositata il 20/11/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 26/01/2021 dal Consigliere Relatore Dott. ALBERTO

PAZZI.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. il Tribunale di Potenza, con ordinanza ex art. 702-bis c.p.c., del 11 novembre 2018, rigettava il ricorso proposto da H.C., cittadino della Nigeria, avverso il provvedimento emesso dalla locale Commissione territoriale di diniego di riconoscimento del suo status di rifugiato nonchè del suo diritto alla protezione sussidiaria D.Lgs. n. 251 del 2007, ex artt. 2 e 14, o a quella umanitaria ai sensi del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 3, e del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6;

2. la Corte d’appello di Potenza, con sentenza del 20 novembre 2019, respingeva l’appello proposto del richiedente asilo avverso tale ordinanza;

in particolare la Corte distrettuale riteneva che il racconto del richiedente asilo (il quale aveva dichiarato di essere espatriato per sfuggire alle percosse e alle minacce di morte del padre a seguito della sua conversione alla religione cristiana pentecostale) non fosse credibile e comunque non avesse rilievo determinante ai fini della concessione della protezione richiesta, giacchè lo stesso migrante aveva riconosciuto che il trasferimento all’interno del paese gli aveva consentito di sfuggire alle ire paterne;

i giudici distrettuali, una volta esclusa l’esistenza nel sud della Nigeria di una situazione di conflitto armato e violenza indiscriminata, rilevavano che le non credibili dichiarazioni del migrante non comportavano comunque nemmeno in astratto una condizione di vulnerabilità del richiedente asilo;

il migrante, inoltre, non aveva fornito elementi utili per dimostrare di aver conseguito una condizione socio-lavorativa e di integrazione suscettibile di valutazione in comparazione con la situazione che avrebbe fronteggiato nel paese di origine, dove peraltro si trovano i genitori e i fratelli;

la Corte distrettuale, da ultimo, disponeva la revoca del provvedimento di ammissione dell’appellante al patrocinio a spese dello Stato, avendo egli agito con colpa grave per l’impugnazione di una statuizione che aveva già evidenziato le radicali carenze, in fatto e in diritto, delle sue ragioni;

3. per la cassazione di tale sentenza ha proposto ricorso H.C. prospettando tre motivi di doglianza;

il Ministero dell’Interno si è costituito al di fuori dei termini di cui all’art. 370 c.p.c., al fine dell’eventuale partecipazione all’udienza di discussione della causa.

Diritto

CONSIDERATO

che:

4. il primo motivo di ricorso assume che la Corte di merito abbia rigettato la domanda di protezione limitandosi a menzionare qualche report sulla situazione politica ed economica esistente nel paese di provenienza, senza però tenere in alcun conto il clima di violazione dei diritti umani fondamentali attualmente esistente in Nigeria e glissando completamente sul timore del migrante di essere ucciso in caso di rimpatrio;

la Corte distrettuale ha così omesso di esaminare – a dire del ricorrente – un fatto che di per sè poteva costituire motivo di accoglimento del gravame, senza svolgere alcun approfondimento ufficioso;

i giudici distrettuali, inoltre, non hanno indicato le ragioni per cui la Nigeria sarebbe esclusa dall’eccezione alla regola dell’individualizzazione della minaccia ai fini del riconoscimento della protezione sussidiaria D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. c);

5. la Corte distrettuale, a seguito del giudizio di non credibilità delle dichiarazioni del migrante (e comunque tenuto conto del fatto che questi era riuscito a sottrarsi alla persecuzione per motivi religiosi spostandosi all’interno del paese di origine) ha ritenuto che non sussistessero le condizioni per il riconoscimento dello status di rifugiato;

i giudici distrettuali, del pari, hanno escluso il ricorrere dei presupposti per il riconoscimento della protezione sussidiaria D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. c), in mancanza di una situazione di conflitto armato e violenza generalizzata;

la censura in esame non tiene in alcun conto gli argomenti illustrati dalla Corte di merito e si duole genericamente della mancata valutazione tanto della situazione di violazione dei diritti umani fondamentali nel paese di origine, quanto dello specifico timore espresso dal migrante, da un lato senza considerare e criticare specificamente le ragioni offerte dalla Corte di merito, dall’altro non preoccupandosi di indicare fonti internazionali alternative idonee a dimostrare l’esistenza di una situazione differente da quella ravvisata dalla Corte di merito;

un simile tenore del mezzo, del tutto generico e non correlato in maniera puntuale alla decisione impugnata, ne comporta la sua inammissibilità;

il ricorso per cassazione deve infatti necessariamente fondarsi su motivi aventi i caratteri di specificità, completezza e riferibilità alla decisione impugnata (Cass. n. 6587/2017, Cass. n. 13066/2007);

la proposizione di censure prive di specifica attinenza al decisum della sentenza impugnata è assimilabile alla mancata enunciazione dei motivi richiesti dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4), con la conseguente inammissibilità del ricorso, rilevabile anche d’ufficio (Cass. n. 20910/2017);

6. il secondo motivo di ricorso si duole dell’inesistenza, all’interno della decisione impugnata, di argomenti capaci di spiegare le reali motivazioni del diniego della protezione umanitaria;

la Corte territoriale avrebbe dovuto verificare se la prospettazione di un quadro generale di violenza diffusa e indiscriminata fosse quanto meno capace di integrare una situazione di vulnerabilità idonea alla concessione della protezione umanitaria; allo stesso modo dovevano essere esaminati i diritti che più direttamente interessano la sfera personale e umana del ricorrente e che rischiavano di essere compromessi nel paese di provenienza in caso di rimpatrio;

7. la Corte distrettuale ha rilevato che il migrante non solo aveva reso dichiarazioni non credibili e comunque non comportanti nemmeno in astratto una condizione di vulnerabilità tale da legittimare il riconoscimento della protezione umanitaria richiesta, ma non aveva neppure fornito elementi che consentissero di effettuare una comparazione fra la condizione di integrazione socio-lavorativa in Italia e la situazione che si sarebbe trovato ad affrontare in caso di rimpatrio;

simili assunti si riducono, nella sostanza, all’affermazione che la domanda diretta ad ottenere il riconoscimento della protezione umanitaria non si sottrae all’applicazione del principio dispositivo (sicchè il ricorrente ha l’onere di indicare i fatti costitutivi del diritto azionato, pena l’impossibilità per il giudice di introdurli d’ufficio nel giudizio; Cass. n. 27336/2018) ed alla constatazione che tale onere di allegazione non era stato assolto in termini utili;

la critica in esame, laddove assume che il richiedente asilo non è stato messo nelle condizioni di comprendere le reali motivazioni del diniego oppostogli, non coglie tale ratio decidendi, come il ricorso per cassazione deve necessariamente fare, nè – tanto meno – la critica, limitandosi ad addurre generiche doglianze che non trovano, quindi, alcuna correlazione con la decisione impugnata (Cass. n. 19989/2017);

8. il terzo motivo di ricorso denuncia la violazione e/o l’errata applicazione del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 136, comma 2, in quanto la Corte d’appello avrebbe proceduto alla revoca del provvedimento di ammissione dell’appellante al patrocinio a spese dello Stato pur in mancanza di alcuna colpa grave a lui imputabile;

9. la Corte distrettuale ha proceduto alla revoca dell’ammissione al patrocinio a spese dello Stato direttamente all’interno della sentenza impugnata e in uno con la decisione sul merito della controversia piuttosto che con separato decreto ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 136, comma 2;

il che tuttavia non comporta mutamenti nel relativo regime impugnatorio, che resta quello, ordinario e generale, dell’opposizione prevista dal citato D.P.R., art. 170, dovendosi escludere che la pronuncia sulla revoca, in quanto adottata con il decreto che definisce il merito, sia, per ciò solo, impugnabile immediatamente con il ricorso per cassazione, rimedio previsto solo per l’ipotesi contemplata dall’art. 113, del testo unico in parola (Cass. n. 3028/2018, Cass. n. 29228/2017, Cass. n. 32028/2018, Cass. n. 16968/2020);

10. per tutto quanto sopra esposto il ricorso deve essere dichiarato inammissibile;

la costituzione dell’amministrazione intimata al di fuori dei termini previsti dall’art. 370 c.p.c., ed al solo fine dell’eventuale partecipazione all’udienza di discussione, non celebrata, esime il collegio dal provvedere alla regolazione delle spese di lite.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, ove dovuto.

Così deciso in Roma, il 26 gennaio 2021.

Depositato in Cancelleria il 4 marzo 2021

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