Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 5907 del 11/03/2010

Cassazione civile sez. trib., 11/03/2010, (ud. 16/12/2009, dep. 11/03/2010), n.5907

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PLENTEDA Donato – Presidente –

Dott. BOGNANNI Salvatore – Consigliere –

Dott. MARIGLIANO Eugenia – Consigliere –

Dott. CAMPANILE Pietro – Consigliere –

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

MINISTERO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE in persona del Ministro pro

tempore, AGENZIA DELLE ENTRATE in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliati in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12 presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che li rappresenta e difende ope

legis;

– ricorrenti –

contro

FONDAZIONE BANCA DEL MONTE DI LOMBARDIA in persona del Presidente pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, LARGO SOMALIA 67 presso

lo studio dell’Avvocato GRADARA RITA, rappresentata e difesa dagli

Avvocati PANSIERI SILVIA, FALSITTA GASPARE giusta procura in calce al

controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 224/2001 della COMMISSIONE TRIBUTARIA

REGIONALE di MILANO, depositata il 08/06/2001;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

16/12/2009 dal Consigliere Dott. LUIGI ALESSANDRO SCARANO;

udito per il resistente l’Avvocato PANSIERI SILVIA, che si riporta

agli atti;

lette le conclusioni scritte del P.M. in persona del Sostituto

Procuratore Generale Dott. SORRENTINO Federico, con le quali si

chiede l’accoglimento del ricorso.

Il Procuratore Generale Dott. ENNIO ATTILIO SEPE si riporta alle

conclusioni scritte.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza dell’8/6/2001 la Commissione Tributaria Regionale della Lombardia, in accoglimento del gravame interposto dalla contribuente Fondazione Banca del Monte della Lombardia riformava la pronunzia della Commissione Tributaria Provinciale di Milano di rigetto delle riunite opposizioni spiegate in relazione a diniego di esenzione dalla ritenuta d’acconto sui dividendi da distribuire nel 1997 L. n. 1745 del 1962, ex art. 10 bis e di revoca dell’agevolazione già concessa, emessi dall’Ufficio II.DD. di Milano.

Avverso la suindicata sentenza del giudice dell’appello il Ministero delle Finanze e l’Agenzia delle entrate propongono ora ricorso per cassazione, affidato a 2 motivi.

Resiste con controricorso la Fondazione Banca del Monte della Lombardia.

Con requisitoria scritta il P.G. ha chiesto emettersi pronunzia ex art. 375 c.p.c., di accoglimento del ricorso per manifesta fondatezza.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il 1^ motivo i ricorrenti denunziano la violazione e/o falsa applicazione del D.P.R. n. 601 del 1973, art. 6, D.Lgs. n. 356 del 1990, art. 12, art. 14 preleggi, art. 2697 c.c., in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3; nonchè omessa, insufficiente, contraddittoria motivazione su punti decisivi della controversia, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Lamentano che il giudice dell’appello ha ritenuto la sussistenza in capo alla contribuente dei requisiti per poter beneficiare dell’agevolazione prevista dal D.P.R. n. 601 del 1973, art. 6, senza invero debitamente valutare la natura dell’attività in concreto dalla medesima svolta bensì in base alle astratte previsioni statutarie, in termini oltretutto apodittici, senza chiarire quali fossero specificamente i fini statutari.

Con il 2^ motivo i ricorrenti denunziano la violazione e/o falsa applicazione del D.P.R. n. 601 del 1973, art. 6, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3; nonchè omessa ed insufficiente motivazione su punto decisivo della controversia, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Lamentano che erroneamente il giudice dell’appello abbia escluso la natura commerciale dell’attività di amministrazione della partecipazione nella società conferitaria nel caso posta in essere dalla contribuente, laddove la medesima rappresenta invece “di regola un’attività imprenditoriale”.

I motivi, che possono congiuntamente esaminarsi in quanto connessi, sono fondati e vanno accolti nei termini di seguito indicati.

Come le Sezioni Unite di questa Corte hanno, a scioglimento dell’insorto contrasto interpretativo in argomento, avuto modo di affermare, gli enti di gestione delle partecipazioni bancarie, quali risultanti dal conferimento delle aziende di credito in apposite società per azioni e gravati dall’obbligo di detenzione e conservazione della maggioranza del relativo capitale ai sensi della L. n. 218 del 1990 ed in base al D.Lgs. n. 356 del 1990, art. 12, a causa del particolare vincolo genetico che le univa alle aziende scorporate, non possono essere assimilati nè alle persone giuridiche di cui alla L. n. 1745 del 1962, art. 10 bis, (che perseguono esclusivamente scopi di beneficenza, educazione, istruzione, studio e ricerca scientifica), ai fini della esenzione dal versamento della ritenuta d’acconto sugli utili, nè agli enti ed istituti di interesse generale aventi scopi esclusivamente culturali, di cui al D.P.R. n. 601 del 1973, art. 6, ai fini del riconoscimento della riduzione a metà dell’aliquota sull’IRPEG. La predetta disciplina agevolativa non trova applicazione quanto agli enti considerati nè in via analogica, trattandosi di disposizioni eccezionali, nè in via estensiva, poichè la sua ratio va ricercata nella esclusività e tipicità del fine sociale previsto per ciascun ente, individuato in maniera tassativa quale già esistente al momento dell’entrata in vigore delle predette norme.

La successiva disciplina di riforma del sistema creditizio, nell’attribuire a tali enti, ai sensi del D.Lgs. n. 153 del 1999, art. 12 ed ove si siano adeguati alle nuove prescrizioni, la qualifica di fondazioni con personalità giuridica di diritto privato, così estendendo ad essi il regime tributario proprio degli enti non commerciali, D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, ex art. 87, comma 1, lett. c), non ha assunto valenza interpretativa, e quindi efficacia retroattiva, avendo essa previsto adempimenti collegati all’attuazione della riforma stessa, senza influenza sui periodi precedenti.

Ne consegue l’esistenza di una presunzione di esercizio di impresa bancaria in capo ai soggetti che, in relazione all’entità della partecipazione al capitale sociale, sono in grado di influire sull’attività dell’ente creditizio e, dall’altro, la possibile fruizione dei predetti benefici, per gli enti considerati, solo a seguito della dimostrazione, di cui sono onerati secondo il comune regime della prova ex art. 2697 c.c., di aver in concreto svolto un’attività, per l’anno d’imposta rilevante, dei tutto differente da quella prevista dal legislatore, dunque un’attività di prevalente o esclusiva promozione sociale e culturale anzichè quella di controllo e governo delle partecipazioni bancarie e sempre che il relativo tema sia stato introdotto nel giudizio secondo le regole proprie del processo tributario, ovverosia mediante la proposizione di specifiche questioni nel ricorso introduttivo, non incombendo all’A.F. l’onere di sollevare in proposito precise contestazioni (v. Cass., Sez. Un., 22/1/2009, n. 1576. Conformemente v. Cass., 21/12/2009, n. 26883;

Cass., 9/12/2009, n. 25738).

Orbene, il giudice dell’appello ha nell’impugnata sentenza invero disatteso i suindicati principi (cfr. Cass., 30/12/2009, n. 28041).

In particolare laddove perviene a non poter escludere il diritto dell’allora appellante Fondazione Banca del Monte della Lombardia “all’esonero dei dividendi da distribuire dalla ritenuta d’acconto” argomentando dalla ravvisata irrilevanza “dell’attività effettivamente esercitata dalla persona giuridica al fine di raggiungere le finalità indicate in statuto”, in quanto “l’eventuale attività commerciale esercitata dalla fondazione costituisce mero strumento per il perseguimento degli scopi sociali”, nonchè dalla ritenuta qualificabilità della “gestione di partecipazioni bancarie” in termini di “attività amministrativa ed esclusivamente conservativa del patrimonio, non volta alla gestione diretta dell’attività bancaria e in definitiva neppure definibile come ‘commercialè”. E non già, dunque, sulla base di prova debitamente fornita dalla contribuente ed idonea a vincere la suindicata presunzione a carico della medesima di esercizio di impresa bancaria.

Al riguardo, si noti, anche nel controricorso quest’ultima si limita a fare apoditticamente riferimento ad atti e documenti del giudizio di merito (in particolare, allo “Statuto … (prodotto in prime cure)”, agli “scopi dell’Ente”), omettendo invero, in violazione del principio di autosufficienza valido sia per il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, che per quello di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, (cfr. Cass., 23/7/2009, n. 17253), e applicantesi anche al controricorso (cfr. Cass., 7/3/2006, n. 4840), di specificamente indicare le prove – quali richieste nella sopra richiamata Cass., Sez. Un., 22/1/2009, n. 1576 – eventualmente fornite e dai giudici di merito non valutate o mal valutate, alla cui stregua possa evincersi la non commercialità della svolta attività.

Dell’impugnata sentenza s’impone pertanto la cassazione.

Non essendo necessari ulteriori accertamenti in fatto, la causa può essere decisa nel merito ex art. 384 c.p.c., comma 2, con il rigetto del ricorso introduttivo della contribuente.

Le ragioni della decisione costituiscono peraltro giusti motivi per disporsi la compensazione tra le parti delle spese dell’intero giudizio.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso. Cassa l’impugnata sentenza e, decidendo nel merito, rigetta il ricorso introduttivo della contribuente.

Compensa tra le parti le spese dell’intero giudizio.

Così deciso in Roma, il 16 dicembre 2009.

Depositato in Cancelleria il 11 marzo 2010

 

 

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