Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 5889 del 03/03/2020

Cassazione civile sez. lav., 03/03/2020, (ud. 02/10/2019, dep. 03/03/2020), n.5889

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Presidente –

Dott. GARRI Fabrizia – rel. Consigliere –

Dott. PAGETTA Antonella – Consigliere –

Dott. CINQUE Guglielmo – Consigliere –

Dott. LEO Giuseppina – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 24396/2016 proposto da:

POSTE ITALIANE S.P.A., C.F. (OMISSIS), in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE

EUROPA 175 (DIREZIONE AFFARI LEGALI DI ROMA DI POSTE ITALIANE),

presso lo studio dell’avvocato ANTONIO SEBASTIANO CAMPISI,

rappresentata e difesa dall’avvocato SERGIO GALASSI;

– ricorrente –

contro

E.G.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 50/2016 della CORTE D’APPELLO di ANCONA,

depositata il 03/05/2016 R.G.N. 115/2015.

Fatto

RILEVATO

che:

1. La Corte di appello di Ancona in accoglimento dell’appello principale di E.G. e di quello incidentale di Poste Italiane s.p.a. ha rideterminato la somma dovuta in restituzione dall’ E. alla società in e 16.822,51 oltre interessi legali dalla sentenza al saldo confermata la revoca del decreto ingiuntivo opposto.

2. Il giudice del gravame ha ritenuto in primo luogo che, con riguardo all’importo spettante al lavoratore a titolo di indennità risarcitoria ai sensi della L. n. 183 del 2010, art. 32, nella retribuzione globale di fatto dovesse essere computato anche il premio di produttività dovuto ai sensi dell’art. 55, lett. b del c.c.n.l. dei dipendenti postali trattandosi di compensi spettanti ai dipendenti a tempo indeterminato. Ha poi chiarito che tale retribuzione è del pari dovuta al lavoratore sin dalla sentenza che ha disposto la conversione del rapporto da tempo determinato a tempo indeterminato. Ha escluso che gli interessi legali sull’indennità risarcitoria decorrano dalla data di cessazione del rapporto stante la natura costitutiva della sentenza che ne ha disposto la conversione. Ha infine ritenuto che le somme versate a titolo di retribuzione, e di cui era chiesta la restituzione, dovessero essere restituite al netto e non al lordo delle ritenute fiscali posto che l’obbligo di versamento grava sul datore di lavoro. Elaborate a mezzo di consulenza contabile, all’attualità, le somme spettanti, ha per l’effetto quantificato l’importo dovuto a Poste in restituzione.

3. Per la cassazione della sentenza ha proposto ricorso Poste Italiane s.p.a. affidato a due motivi. E.G. non ha opposto difese.

Diritto

CONSIDERATO

che:

4. Con il primo motivo di ricorso è denunciata la violazione e falsa applicazione del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602, art. 38, in correlazione alle circolari e risoluzione dell’Amministrazione finanziaria (in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) e si sostiene che il datore di lavoro non può chiedere il rimborso delle somme versate all’Erario se non nelle ipotesi tassative previste dall’art. 38 (errore materiale, duplicazione o inesistenza totale o parziale dell’obbligo di versamento), tra le quali non rientra la fattispecie in esame. Pertanto si ritiene che le somme debbano essere restituite al lordo delle trattenute fiscali operate. Con il secondo motivo di ricorso è dedotta la violazione e falsa applicazione del D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, art. 10, comma 1, lett. d bis (in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) e si evidenzia che la società era solo sostituto d’imposta ragion per cui le era preclusa la domanda di rimborso essendo il lavoratore unico legittimato a proporla. Conseguentemente ancora una volta il recupero, da parte dell’ente erogatore, avrebbe dovuto essere effettuato al lordo delle imposte come da circolare ministeriale del 23.12.1997 n. 326 e Risoluzioni nn. 111-5-174, 110/2005 e 71/2008 dell’Agenzia delle Entrate.

5. I motivi di ricorso, da trattare congiuntamente in quanto logicamente connessi, sono infondati alla luce degli orientamenti di questa Corte cui si ritiene di dare continuità (per un caso analogo vedi Cass. del 20 luglio 2018 n. 19459) secondo cui: a) in tema di rimborso delle imposte sui redditi, ai sensi del D.P.R. n. 602 del 1973, art. 38, sono legittimati a richiedere alla Amministrazione finanziaria il rimborso delle somme non dovute e ad impugnare l’eventuale rifiuto dinanzi al giudice tributario sia il soggetto che ha effettuato il versamento (cd. “sostituto di imposta”) sia il percipiente delle somme assoggettate a ritenuta (cd. “sostituito”) (Cass. 29 luglio 2015 n. 16105 ed i riferimenti giurisprudenziali ivi contenuti); b) il datore di lavoro non può pretendere di ripetere somme al lordo delle ritenute fiscali, allorchè le stesse non siano mai entrate nella sfera patrimoniale del dipendente (cfr. Cass. 29 gennaio 2018 n. 2135; Cass. 2.2.2012 n. 1464; in tali termini anche Consiglio di Stato Sez. 6 2.3.2009 n. 1164 con riguardo al rapporto di pubblico impiego). Ed infatti, nel caso in esame, è pacifico che le ritenute fiscali non siano state versate direttamente all’ E. cui la società, a prescindere da ogni altra considerazione, non avrebbe potuto ripeterli nei confronti del lavoratore perchè appunto da questo non percepiti.

6. In conclusione va riaffermato il principio secondo cui “In caso di riforma, totale o parziale, della sentenza di condanna del datore di lavoro al pagamento di somme in favore del lavoratore, il datore di lavoro ha diritto a ripetere quanto il lavoratore abbia effettivamente percepito e non può pertanto pretendere la restituzione di importi al lordo di ritenute fiscali mai entrate nella sfera patrimoniale del dipendente, atteso che il caso del venir meno con effetto “ex tunc” dell’obbligo fiscale a seguito della riforma della sentenza da cui è sorto ricade nel raggio di applicazione del D.P.R. n. 602 del 1973, art. 38, comma 1, secondo cui il diritto al rimborso fiscale nei confronti dell’amministrazione finanziaria spetta in via principale a colui che ha eseguito il versamento non solo nelle ipotesi di errore materiale e duplicazione, ma anche in quelle di inesistenza totale o parziale dell’obbligo” (cfr. Cass. 25/07/2018 n. 19735, 02/02/2012n. 1464 e, recentemente vedi Cass. 27/03/2019 n. 8614 e 20/05/2019n. 13530).

7. Per le ragioni su esposte, il ricorso deve essere rigettato.

8. La mancata costituzione dell’ E. esime il Collegio dal provvedere sulle spese del giudizio di legittimità.

9. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, va dato atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso a norma dell’art. 13, comma 1 bis del citato D.P.R., se dovuto.

P.Q.M.

La Corte, rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso a norma dell’art. 13, comma 1 bis del citato D.P.R., se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale, il 2 ottobre 2019.

Depositato in Cancelleria il 3 marzo 2020

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