Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 5877 del 03/03/2020

Cassazione civile sez. I, 03/03/2020, (ud. 16/01/2020, dep. 03/03/2020), n.5877

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SAMBITO Maria Giovanna – Presidente –

Dott. PARISE Clotilde – Consigliere –

Dott. CAIAZZO Rosario – Consigliere –

Dott. CAMPESE Eduardo – rel. Consigliere –

Dott. AMATORE Roberto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 35289/2018 r.g. proposto da:

E.B.A., rappresentato e difeso, giusta procura speciale

apposta in calce al ricorso, dagli Avvocati Gabriella Banda e Marco

Paglia, con studio in Torino, alla via Principe Tommaso n. 10;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, (cod. fisc. (OMISSIS)), in persona del

Ministro pro tempore;

– intimato –

avverso l’ordinanza del GIUDICE DI PACE DI TORINO depositata in data

08/11/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

16/01/2020 dal Consigliere Dott. Eduardo Campese.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. E.B.A., cittadino (OMISSIS), venne espulso dal territorio nazionale con decreto del Prefetto di Torino del 9 agosto 2018.

1.1. L’opposizione avverso questo decreto proposta dallo E.B. è stata respinta dall’adito Giudice di Pace di Torino, con ordinanza dell’8 novembre 2018, che, dopo aver osservato che l’espulsione era stata disposta ai sensi del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 13, comma 2, lett. b), ha escluso la sussistenza, nella specie, del presupposto di cui all’art. 19 citato D.Lgs., ed ha ritenuto “che la tutela di cui all’art. 31 della medesima normativa, proprio per la sua estrema delicatezza, è devoluta all’esame del Tribunale per i Minorenni, essendo quindi l’esame precluso al sottoscritto giudice non dotato della specifica competenza per materia”. Il tutto, considerando validamente prodotti in giudizio gli atti provenienti dalla Prefettura.

2. Avverso il descritto decreto, E.B.A. ricorre per cassazione affidandosi a tre motivi. Il ricorso risulta essere stato notificato esclusivamente al Ministero dell’Interno (presso l’Avvocatura Generale dello Stato), il quale non si è costituito nei termini di legge, ma ha depositato un “atto di costituzione” al solo fine di prendere eventualmente parte alla udienza di discussione ex art. 370 c.p.c., comma 1.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Le formulate doglianze prospettano, rispettivamente:

I) “Nullità ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, in relazione al disposto ex art. 82, p. II c.p.c., ed al R.D. 30 ottobre 1933, n. 1611, nonchè D.Lgs. n. 286 del 1998, ex art. 13-bis”;

II) “Nullità ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5”;

III) “Nullità ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, in relazione alla L. n. 87 del 1953, art. 23”.

1.1. Tutte tali censure sembrano riferirsi al fatto che il Giudice di Pace di Torino “non ha deciso osservando le nette ed inequivocabili Disposizioni di Legge sulla rappresentanza e costituzione in giudizio delle Pubbliche Amministrazioni ed in particolare del Ministero dell’Interno/Prefettura/UTG nel caso di ricorso avverso decreto di espulsione”.

2. L’odierno ricorso è inammissibile per una duplice ragione.

2.1. In primo luogo, lo stesso risulta essere stato notificato esclusivamente al Ministero dell’Interno presso l’Avvocatura Generale dello Stato, laddove, invece, secondo il costante orientamento della giurisprudenza di questa Corte, il ricorso per cassazione avverso il provvedimento emesso all’esito del giudizio di opposizione al decreto prefettizio di espulsione dello straniero va promosso nei confronti dell’autorità che ha emanato il decreto e, altresì, notificato presso di essa (cfr. Cass. n. 12665 del 2019; Cass. n. 28852 del 2005).

2.2. Esso, inoltre, è affetto da evidente violazione dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 3, non assolvendo, in modo idoneo, al raggiungimento dello scopo che detto requisito di contenuto-forma deve soddisfare.

2.2.1. La sua struttura si rivela, infatti, assolutamente priva della esposizione sommaria dei fatti della causa e del contenuto della decisione adottata dal giudice di pace torinese, esclusivamente riferendo, sul punto, che venne rigettato il ricorso contro il provvedimento di espulsione dell’odierno ricorrente dal territorio nazionale, senza nulla spiegare, anche solo sommariamente, quanto alle ragioni di tali statuizione.

2.3. Tanto premesso, rileva il Collegio che l’esposizione sommaria dei fatti prescritta, a pena di inammissibilità del ricorso per cassazione, dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 3, essendo considerata dalla norma come uno specifico requisito di contenuto-forma del ricorso stesso, deve consistere in una esposizione che garantisca alla Suprema Corte di avere una chiara e completa cognizione del fatto sostanziale che ha originato la controversia e del fatto processuale, senza dover ricorrere ad altre fonti o atti in suo possesso, compresa la stessa decisione impugnata (cfr. Cass., SU, n. 11653 del 2006; Cass. n. 5640 del 2018, in motivazione). La prescrizione del requisito risponde non ad un’esigenza di mero formalismo, ma a quella di consentire una conoscenza chiara e completa dei fatti di causa, sostanziali e o processuali, che permetta di bene intendere il significato e la portata delle censure rivolte al provvedimento impugnato (cfr. Cass., SU., n. 2602 del 2003).

2.3.1. Stante tale funzione, per soddisfare il suddetto requisito è necessario, come statuisce la prima delle decisioni evocate, che il ricorso per cassazione contenga, sebbene in modo non analitico o particolareggiato, l’indicazione sommaria delle pretese delle parti, con i presupposti di fatto e le ragioni di diritto che le hanno giustificate, delle eccezioni, delle difese e delle deduzioni di ciascuna parte in relazione alla posizione avversaria, dello svolgersi della vicenda processuale nelle sue articolazioni e, dunque, delle argomentazioni essenziali, in fatto e in diritto, su cui si è fondata la decisione impugnata.

2.3.2. Orbene, la sopra ricordata struttura dell’odierno ricorso non rispetta tali necessari contenuti, perchè non indica i fatti storici che hanno occasionato la controversia, nè individua le ragioni giuridiche sulla base delle quali la domanda dell’odierno ricorrente era stata introdotta in primo grado, nè espone, pur sinteticamente, le argomentazioni giustificative del decreto impugnato. L’esposizione del fatto è, pertanto, del tutto inidonea al raggiungimento dello scopo suo proprio, donde la inammissibilità del ricorso, ricordandosi, peraltro, che, secondo la Corte EDU, il diritto di accedere al giudice di ultima istanza non è assoluto e, sulle condizioni di ricevibilità dei ricorsi, gli Stati hanno un sicuro margine di apprezzamento, potendo prevedere restrizioni a seconda del ruolo svolto dai vari organi giurisdizionali e dell’insieme delle regole che governano il processo (cfr. Corte EDU, 15/09/2016, Trevisanato c. Italia; Cass., SU. n. 30996 del 2017, p. 2.3).

3. Il ricorso, dunque, va dichiarato inammissibile, senza necessità di pronunce sulle spese di questo giudizio di legittimità, essendo il Ministero dell’Interno (peraltro oggi erroneamente evocato in giudizio) rimasto solo intimato.

3.1. Trattandosi di procedimento esente da ogni tassa o imposta (cfr. D.Lgs. n. 150 del 2011, art. 18, comma 8, che ha sostituito il D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 13-bis), non è dovuto il raddoppio del contributo unificato).

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione Prima civile della Corte di cassazione, il 16 gennaio 2020.

Depositato in Cancelleria il 3 marzo 2020

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