Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 5875 del 08/03/2017

Cassazione civile, sez. II, 08/03/2017, (ud. 31/01/2017, dep.08/03/2017),  n. 5875

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MIGLIUCCI Emilio – Presidente –

Dott. BIANCHINI Bruno – Consigliere –

Dott. ORILIA Lorenzo – Consigliere –

Dott. ORICCHIO Antonio – rel. Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 13353/2012 proposto da:

G.M., (OMISSIS), elettivamente domiciliata in ROMA,

VIA MUZIO CLEMENTI 58, presso lo studio dell’avvocato ALBA GIORDANO,

che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato RICCARDO DE

MARCO;

– ricorrente –

contro

B.A., (OMISSIS), HBC GRUPPO B. S.p.A. (p.iva

(OMISSIS)) già GERIMO RISORSE IMMOBILIARI S.r.l., già LWF S.r.l.)

in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente

domiciliati in ROMA, VIA ANIENE 14, presso lo studio dell’avvocato

ROBERTO GEROSA, che li rappresenta e difende unitamente all’avvocato

MARCO MARIO CUPIDO;

R.C. (OMISSIS), R.M. (OMISSIS), RO.MA.

(OMISSIS), elettivamente domiciliati in ROMA, VIA ANIENE 14, presso

lo studio dell’avvocato ROBERTO GEROSA, che li rappresenta e difende

unitamente all’avvocato MARCO MARIO CUPIDO;

– controricorrenti –

e contro

L.B.S., BO.PI., S.S.B., nella

qualità di coeredi di M.V.: A.A.E. e

M.L., nonchè C.P., G.F.,

G.D., AD.AD., F.M., AL.AL.,

GI.PI., S.A., S.F., IMMOBILIARE VALDA S.r.l.

in persona del legale rappresentante pro tempore, IMMOBILIARE

FINANZIARIA PORTOVENERE SIFP S.r.l. in persona del legale

rappresentante pro tempore, eredi di M.V., AIRC

Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro;

– intimati –

avverso la sentenza n. 1173/2011 della CORTE D’APPELLO di GENOVA,

depositata il 25/11/2011;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

31/01/2017 dal Consigliere Dott. ANTONIO ORICCHIO;

udito l’Avvocato RICCARDO DE MARCO, difensore della ricorrente, che

si è riportato agli atti depositati; udito l’Avvocato MASSIMO

RAGAZZO, con delega dell’Avvocato ROBERTO GEROSA difensore dei

controricorrenti, che si è riportato agli atti depositati;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SGROI Carmelo, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

FATTI DI CAUSA

G.M., con atto del 17 maggio 2012, ha proposto ricorso, fondato su due ordini di motivi, avverso la sentenza n. 1173/2011 della Corte di Appello di Genova. Con tale decisione la Corte territoriale, in riforma della sentenza n. 272/2004 del Tribunale di la Spezia, ha rigettato le domande degli attori-appellati G.M. ed altri.

Tali domande derivavano da distinti atti di citazione, che avevano, in primo grado, dato origine a due distinti giudizi, poi riuniti e congiuntamente decisi:

– il primo di negatoria servitutis e condanna all’eliminazione o subordinatamente alla riduzione in pristino della strada a mezzo della quale si esercitava la negata servitù;

– il secondo per la declaratoria di nullità degli atti a rogito Notaio Ce. del (OMISSIS) e del (OMISSIS), per negatoria servitutis e, in subordine, per l’accertamento della luogo in cui la servitù poteva esercitarsi con minor danno.

A seguito di apposita istanza di cui in atti la Sesta Sezione civile – Seconda, con ordinanza interlocutoria del 24 gennaio 2013, assegnava termine perentorio per la rinnovazione della notifica del ricorso nei confronti delle parti indicate nel provvedimento.

Con nota di deposito in cancelleria del 29 maggio 2013 parte ricorrente documentava l’avvenuta rinotifica.

Hanno resitito al ricorso con distinti controricorsi gli intimati B.A. e HBC Gruppo Bianchi S.p.a. e R.C., M. e Ma..

Non hanno svolto attività difensiva le rimanenti parti intimate.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1.- La Corte, prima di procedere allo scrutinio del ricorso, ritiene doveroso dar conto delle questioni da ultimo sollevate, direttamente in pubblica udienza, dalla parte ricorrente e relative, in particolare, all’integrità del contraddittorio nei pregressi gradi del giudizio in relazione alla citazione di una società cancellata.

Deve, al riguardo, affermarsi che sono inammissibili le questioni nuove rispetto a quelle formulate con i motivi del ricorso, posto che le eventuali ragioni di nullità del giudizio di appello si convertono in motivi di nullità ex art. 161 c.p.c., ed avrebbero dovute essere dedotte col ricorso per cassazione.

Per di più. Con la citata ordinanza collegiale, questa Corre ha già – emesso i provvedimento ritenuti necessari per l’integrazione, innanzi ad essa, del contraddittorio.

2.- Con il primo motivo del ricorso si censura il vizio di violazione e falsa applicazione degli artt. 1059 e 1411 c.c., nonchè insufficiente motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5.

Parte ricorrente si duole, nella sostanza, dell’errore, in cui sarebbe incorsa la gravata decisione, allorchè ha ritenuto prestato valido consenso del C. nel rogito notaio per notaio Ce. al fine della costituzione della servitù per cui è lite.

Orbene, a prescindere dalla decisiva e non attinta ratio dell’impugnata sentenza per cui il consenso per la costituzione servitù de qua è avvenuto anche con atti successivi (cosa ben possibile, come già affermato da Cass. n. 10822/2000), la sentenza stessa oggetto di gravame ha svolto una ulteriore e corretta serie di valutazioni.

Ha escluso, in particolare, la nullità degli atti costitutivi della servitù ed ha ritenuto l’adesione, anche se non contestuale, di tutti i comproprietari del fondo servente; ha, quindi, individuato i fondi i fondi dominanti e serventi in base alle indicazioni individuanti (esistenza di confini, strade, ecc.) del titolo, escludendo che vi fosse incertezza e considerando, perciò, frutto di mero errore materiale il riferimento al nominativo del soggetto individuato come proprietario del fondo dominante.

E’ stato, quindi, logicamente escluso – da parte della gravata decisione – che il successivo accordo di mera correzione dell’errore materiale potesse integrare un accordo solutorio dei precedenti, nel mentre è da escludere una rilevanza alla mancatà accettazione, da parte del proprietario del fondo dominante, attesa la natura di contratto a favore di terzo.

Al riguardo va ribadito un consolidato e condiviso principio, che questa Corte ha già avuto modo di affermare, per cui, la mancata partecipazione al negozio costitutivo di una servitù di taluno dei comproprietari di un fondo indiviso non priva l’atto di effetti giuridici atteso che nel caso di una servitù, attiva la stipulazione effettuata dagli altri comproprietari è valida ed efficace anche nei confronti dell’assente, in quanto con il contratto a favore di terzo può essere attribuito a quest’ultimo uno “jus in re aliena”;

e, d’altra parte, nel caso di servitù passiva, la concessione vincola il proprietario concedente ai sensi dell’art. 1059 c.c. e la servitù resta definitivamente costituita quando si verifichi l’adesione degli altri comproprietari o maturi, nei casi consentiti, l’usucapione ovvero vengano acquisite anche le altre quote (Cass. n. 855/1992).

Tanto chiarito, deve ritenersi che lì impugnata sentenza, procedendo alla ricostruzione della volontà negoziale, abbia fatto corretta applicazione dei principi in tema di interpretazione dei contratti (e, peraltro, non risulta neppure denunciata all’uopo la violazione dei criteri ermeneutici, di cui agli artt. 1362 c.c. e segg., tenuto, in particolare conto, il principio della conservazione degli atti giuridici ex art. 1367 c.c.), nonchè di quelli in tema di costituzione negoziale di servitù.

Il motivo, in quanto infondato, va dunque respinto.

3.- Con il secondo motivo del ricorso si deduce il vizio di insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, nonchè violazione dell’art. 1372 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5. Parte ricorrente pone a fondamento del motivi qui scrutinato, l’errore asseritamente commesso dalla Corte territoriale, che ha ritenuto “irrilevante” l’errore, innanzi già accennato, sul nominativo società proprietaria del fondo dominante.

La doglianza, anche in ragione di quanto prima già affermato, pure in proposito, sub 2., è infondata.

L’incertezza, per mero errore materiale, del riferimento al nominativo del soggetto indicato come proprietario del fondo dominante è stata correttamente ritenuta insussistente dalla Corte di merito poichè era possibile l’individuazione, con certezza, dei fondi dominanti e serventi in base alle indicazioni riportate nel titolo.

Il motivo qui in esame (al pari, per certo verso, di quello in precedenza già esaminato) si risolve, quindi, nella censura degli accertamenti di fatto compiuti dalla Corte di merito nella ricostruzione degli elementi – la prestazione del consenso e l’individuazione di fondi e di proprietari degli stessi – correttamente considerati in quella sede.

Deve, al riguardo, ribadirsi il consolidato e condiviso principio che questa Corte ha già avuto modo di affermare per cui “il motivo di ricorso per cassazione, con il quale la sentenza impugnata venga censurata per vizio della motivazione non può essere inteso a far valere la rispondenza della ricostruzione dei fatti operata dal Giudice del merito al diverso convincimento soggettivo della parte” (Cass. n. 932006) e, quindi, in definitiva, alla infondata pretesa di volere – da questa Corte – che “il controllo di logicità del giudizio di fatto, consentito dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, finisca per equivalere e risolversi nella revisione del “ragionamento decisorio” (Cass. civ., Sez, L., Sent. 14 no novembre 2013, n. 25608).

Il tutto, per di più, in una ipotesi – come quella della sentenza impugnata – in cui non può neppure prospettarsi una ” motivazione omessa o insufficiente (che) è configurabile soltanto qualora dal ragionamento del giudice di merito emerga una totale obliterazione di elementi” (Cass. civ., S.U., Sent. 25 ottobre 2013 n. 24148).

Il motivo deve, pertanto, essere respinto.

4.- Il ricorso va, dunque, rigettato.

5.- Le spese seguono la soccombenza e si determinano, con una unica liquidazione, a favore dei controricorrenti (pur costituitisi con distinti atti) in quanto rappresentati dai medesimi avvocati e sulla base di identiche difese.

PQM

La Corte:

rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento in favore dei controricorrenti delle spese del giudizio, determinate in Euro 4.700,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali nella misura del 15% ed accessori come per legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 31 gennaio 2017.

Depositato in Cancelleria il 8 marzo 2017

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