Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 5811 del 08/03/2017

Cassazione civile, sez. VI, 08/03/2017, (ud. 08/02/2017, dep.08/03/2017),  n. 5811

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CURZIO Pietro – Presidente –

Dott. ARIENZO Rosa – rel. Consigliere –

Dott. FERNANDES Giulio – Consigliere –

Dott. GHINOY Paola – Consigliere –

Dott. MANCINO Rossana – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 4111-2015 proposto da:

P.I., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA VITTORIO MONTIGLIO,

presso lo studio dell’avvocato DOMENICO FEMIA che la rappresenta e

difende unitamente all’avvocato RAFFAELE RIGITANO;

– ricorrente –

contro

POSTE ITALIANE SPA, (c.F. (OMISSIS)), in persona del presidente del

Consiglio di Amministrazione e Legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE MAZZINI 134, presso lo

studio dell’avvocato LUIGI FIORILLO, che la rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 8803/2013 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 29/01/2014;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipatata dell’08/02/2017 dal Consigliere Dott. ROSA ARIENZO.

Fatto

RILEVATO IN FATTO

che la Corte di Appello di Napoli, con sentenza del 29.1.2014, confermava la decisione di primo grado che aveva rigettato la domanda proposta da P.I. nei confronti di Poste Italiane s.p.a. intesa alla declaratoria di nullità del termine apposto al contratto stipulato tra essa ricorrente e detta società per il periodo dal 21.10.2004 al 15.1.2005 e, per l’effetto, a far dichiarare la sussistenza tra le parti di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, con condanna della società alla sua riammissione in servizio ed al risarcimento del danno quantificato nelle retribuzioni maturate, oltre rivalutazione monetaria ed interessi legali;

che il termine al contratto era stato apposto ai sensi del D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 1 (erroneamente la Corte di appello aveva richiamato l’art. 2, comma 1 bis stesso D.Lgs.) per ragioni di carattere sostitutivo correlate alla specifica esigenza di provvedere alla sostituzione del personale, addetto al Servizio di recapito presso il Polo Corrispondenza (OMISSIS), assente nel periodo anzidetto;

che la Corte territoriale – premesso che doveva trovare applicazione il D.Lgs. n. 368 del 2001 – osservava che nella specie nella causale del contratto di lavoro erano assolti gli oneri di specificazione della stessa a carico della società appellata e che dalla prova per testi espletata era emersa la rispondenza alla realtà fattuale delle ragioni sottese alla stipula del contratto a termine (zone di recapito coperte con personale a t. i. in ferie, malattia ed in permesso sindacale;

che di tale sentenza la P. chiede la cassazione affidando l’impugnazione a tre motivi, cui ha opposto difese la società, con controricorso;

che la proposta del relatore, ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., è stata comunicata alle parti, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in camera di consiglio.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

che il Collegio ha deliberato di adottare una motivazione semplificata; che, per quel che rileva nella presente sede, viene denunziata, con il primo motivo, violazione e falsa applicazione della normativa comunitaria n. 1999/70/Ce del 28.6.1999 nonchè dell’art. 139, n. 2 Trattato CE, Accordo Quadro CES, UNICE e CEEP del 1.3.1999, contestandosi quanto asserito nella motivazione della impugnata sentenza sulla negazione dell’esistenza di un contrasto tra il D.Lgs. n. 368 del 2001e la richiamata normativa comunitaria;

che, con il secondo motivo, si deduce omessa ed insufficiente motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio (in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5) e, in particolare, il non avere la Corte di merito considerato che non era stata provata, da parte di Poste Italiane, la correlazione con l’esigenza sostitutiva dedotta, non essendo stato indicato il nominativo dei dipendenti sostituiti ed osservandosi che a tale violazione doveva conseguire la sanzione della conversione in ragione della inesistenza delle ragioni giustificative della apposizione della clausola di determinazione temporale;

che, con il terzo motivo, si lamenta omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio (art. 360 c.p.c., n. 5) in relazione al valore attribuito alle prove orali in mancanza di documentazione che, per essere in possesso del datore di lavoro, sarebbe stato onere dello stesso produrre a conforto della situazione complessiva del personale in servizio rispetto alle cui assenze si poneva la dedotta esigenza sostitutiva;

che ritiene il Collegio si debba pervenire al rigetto del ricorso;

che la sentenza impugnata si è uniformata ai principi più volte affermati da questa Corte come di seguito delineati;

che il quadro normativo in materia è caratterizzato dall’abbandono del sistema rigido previsto dalla L. n. 230 del 1962 – che prevedeva la tipizzazione delle fattispecie legittimanti, sistema peraltro già oggetto di ripensamento come si evince dalle disposizioni di cui alla L. n. 79 del 1983 e alla L. n. 56 del 1987, art. 23 – e dall’introduzione di un sistema articolato per clausole generali, in cui l’apposizione del termine è consentita a fronte di “ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo” e che tale sistema, al fine di non cadere nella genericità, impone al suo interno un fondamentale criterio di razionalizzazione, costituito l’obbligo per il datore di lavoro di adottare l’atto scritto e di specificare, in esso, le ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo adottate;

che l’onere di specificazione della causale nell’atto scritto costituisce una delimitazione della facoltà, riconosciuta al datore di lavoro, di far ricorso al contratto di lavoro a tempo determinato per soddisfare esigenze aziendali (di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o aziendale), a prescindere da fattispecie predeterminate, con l’evidente scopo di evitare l’uso indiscriminato dell’istituto, imponendo riconoscibilità e verificabilità della motivazione addotta fin dal momento della stipula del contratto;

che il concetto di specificità in questione risente, tuttavia, di un certo grado di elasticità che, in sede di controllo giudiziale, deve essere valutato dal giudice secondo criteri di congruità e ragionevolezza, essendo tale scelta in linea con la direttiva comunitaria 1999/70/CE e dell’accordo quadro in essa trasfuso, come interpretata dalla Corte di Giustizia (sentenza del 23 aprile 2009, in causa C-378/07 ed altre; sentenza del 22 novembre 2005, in causa C-144/04), la cui disciplina non è limitata al solo fenomeno della reiterazione dei contratti a termine (ossia ai lavoratori con contratti di lavoro a tempo determinato successivi) ma si estende a tutti i lavoratori subordinati con rapporto a termine, indipendentemente dal numero di contratti stipulati dagli stessi, rispetto ai quali la clausola 8, n. 3 (cosiddetta clausola “di non regresso”) dell’accordo quadro prevede – allo scopo di impedire ingiustificati arretramenti di tutela nella ricerca di un difficile equilibrio tra esigenze di armonizzazione dei sistemi sociali nazionali, flessibilità del rapporto per i datori di lavoro e sicurezza per i lavoratori – che l’applicazione della direttiva “non costituisce un motivo valido per ridurre il livello generale di tutela offerto ai lavoratori nell’ambito coperto dall’accordo” (cfr., in tali termini, Cass. 1931/2011 cit.);

che anche alla stregua di tali ultime considerazioni non è dato ravvisare lacune nelle argomentazioni del giudice del gravame, non risultando, invero, specificamente rilevati e rilevabili vizi della decisione in rapporto alla generica deduzione di violazione dei canoni ermeneutici di interpretazione del contratto, il cui esame è stato condotto in conformità ai principi richiamati, dal momento che non è richiedibile alla società la prova negativa dell’impossibilità di utilizzare dipendenti stabili già in organico per sopperire alle indicate esigenze, posto che ciò avrebbe richiesto una diversa organizzazione del lavoro che rientra nelle scelte imprenditoriali e che, evidentemente, un diverso modo di fronteggiare le assenze di dipendenti in un periodo normalmente anche destinato al godimento delle ferie non costituisce l’oggetto dell’indagine che competeva al giudice del merito;

che, con riferimento ad ipotesi quali quella esaminata questa Corte ha più volte affermato il principio che va qui ribadito (v. in particolare, fra le altre, Cass. 26 gennaio 2010 n. 1577 e Cass. 26 gennaio 2010 n. 1576), secondo il quale “in tema di assunzione a termine di lavoratori subordinati per ragioni di carattere sostitutivo, alla luce della sentenza della Corte costituzionale n. 214 del 2009, con cui è stata dichiarata infondata la questione di legittimità costituzionale del D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 1, comma 2, l’onere di specificazione delle predette ragioni è correlato alla finalità di assicurare la trasparenza e la veridicità della causa dell’apposizione del termine e l’immodificabilità della stessa nel corso del rapporto. Pertanto, nelle situazioni aziendali complesse, in cui la sostituzione non è riferita ad una singola persona, ma ad una funzione produttiva specifica, occasionalmente scoperta, l’apposizione del termine deve considerarsi legittima se l’enunciazione dell’esigenza di sostituire lavoratori assenti – da sola insufficiente ad assolvere l’onere di specificazione delle ragioni stesse – risulti integrata dall’indicazione di elementi ulteriori (quali l’ambito territoriale di riferimento, il luogo della prestazione lavorativa, le mansioni dei lavoratori da sostituire, il diritto degli stessi alla conservazione del posto di lavoro) che consentano) di determinare il numero dei lavoratori da sostituire, ancorchè non identificati nominativamente, ferma restando, in ogni caso, la verificabilità della sussistenza effettiva del prospettar() presupposto di legittimità”;

che come questa S.C. ha già chiarito, nell’ampia casistica offerta dall’esperienza concreta, accanto a fattispecie elementari in cui è possibile individuare fisicamente il lavoratore o i lavoratori da sostituire, esistono fattispecie complesse in cui la stessa indicazione non è possibile e l’indicazione del lavoratore o dei lavoratori deve passare necessariamente attraverso la specificazione dei motivi, mediante l’indicazione di criteri che, prescindendo dall’individuazione delle persone, siano tali da non vanificare il criterio selettivo che richiede la norma e che in questi termini, le due opzioni interpretative (quella della cit. sentenza n. 214/09 della Corte cost. e quella accolta nella summenzionata giurisprudenza di questa S.C.) risultano coerenti; che, in applicazione di tale principio questa Corte ha ripetutamente accolto i ricorsi della società avverso le sentenze di merito che, disattendendo il criterio di elasticità dettato da tale principio, avevano ritenuto non specifica la causale sostitutiva indicata in contratto (v. fra le altre, Cass. 17-1-2012 n. 565, Cass. 4-6-2012 n. 8966, Cass. 20-42012 n. 6216, Cass. 30- 5-2012 n. 8647, Cass. 26-7-2012 n. 13239, Cass. 2-5-2011 n. 9602, Cass. 6-7-2011 n. 14868);

che, nel caso in esame, la Corte di merito ha correttamente applicato i sopra enunciati principi tenendo conto del fatto che il concetto di specificità deve essere collegato a situazioni aziendali non più standardizzate, ma riferite alle realtà specifiche in cui il contratto viene ad essere calato, giustamente considerando specifica una clausola in cui venivano indicate le mansioni, l'(OMISSIS) cui era destinato il lavoratore assunto a termine, l’ufficio di applicazione ed il fatto che lo stesso andava a sostituire lavoratori aventi diritto alla conservazione del posto;

che del tutto avulso dal thema decidendum è poi il richiamo alla L. n. 266 del 2005, art. 1, comma 558, ed analogamente esulano dalla fattispecie concreta e dalla normativa alla stessa applicabile i riferimenti al tipo di mansioni o alla percentuale di cui alla clausola di contingentamento ed ai criteri per la verifica della sua corretta applicazione previsti dal D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 2, comma 1 bis;

che gli ulteriori due motivi sono inammissibili in quanto non tengono conto del nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., comma 2, n. 5, (come modificato dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, comma 1, lett. b) conv. con modifiche in L. 7 agosto 2012, n. 134) che si applica ai ricorsi per cassazione contro provvedimenti pubblicati dopo 11 settembre 2012 ai sensi dell’art. 54, comma 3 D.L. cit. (quindi al caso in esame);

che è evidente come i motivi all’esame, per come formulati, non presentino) alcuno dei requisiti di ammissibilità richiesti dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, così come novellalo, nella interpretazione fornitane dalle Sezioni unite di questa Corte (Cass. 8053/2014), essendo stata lamentata la errata interpretazione della normativa di cui al D.Lgs. n. 368 del 2001;

che, pertanto, essendo da condividere la proposta del relatore, il ricorso va rigettato con ordinanza, ai sensi dell’art. 375 c.p.c., n. 5;

che le spese del giudizio di legittimità seguono la regola della soccombenza e sono liquidate come da dispositivo; che sussistono le condizioni di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater.

PQM

rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità, liquidate in Euro 200,00 per esborsi, Euro 2500,00 per compensi professionali, oltre accessori come per legge, nonchè al rimborso delle spese forfetarie in misura del 15%.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dell’art. 13, comma 1bis citato D.P.R..

Così deciso in Roma, il 8 febbraio 2017.

Depositato in Cancelleria il 8 marzo 2017

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