Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 5802 del 10/03/2010

Cassazione civile sez. lav., 10/03/2010, (ud. 03/12/2009, dep. 10/03/2010), n.5802

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCIARELLI Guglielmo – Presidente –

Dott. VIDIRI Guido – Consigliere –

Dott. LAMORGESE Antonio – rel. Consigliere –

Dott. NOBILE Vittorio – Consigliere –

Dott. MAMMONE Giovanni – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 10085-2006 proposto da:

M.C., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA RENO 21,

presso lo studio dell’avvocato RIZZO ROBERTO, che la rappresenta e

difende, giusta delega a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

POSTE ITALIANE S.P.A., in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE MAZZINI 134, presso

lo studio dell’avvocato FIORILLO LUIGI, che la rappresenta e difende,

giusta delega a margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 593/2 005 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 31/03/2005 R.G.N. 1652/03;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

03/12/2009 dal Consigliere Dott. ANTONIO LAMORGESE;

udito l’Avvocato FIORILLO LUIGI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SEPE Ennio Attilio che ha concluso per accoglimento per quanto di

ragione.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza depositata il 31 marzo 2055, la Corte di appello di Roma ha confermato la decisione di primo grado, che aveva rigettato la domanda proposta da M.C. nei confronti della società Poste Italiane, perchè fosse dichiarata la nullità del termine apposto ai contratti di lavoro a tempo determinato intercorsi nei periodi dal (OMISSIS), stipulati ai sensi dell’art. 8 ccnl 26 novembre 1994 e dell’accordo 25 settembre 1997, il primo per necessità di espletamento del servizio in concomitanza di assenze per ferie nel periodo giugno settembre, e gli altri due per esigenze eccezionali conseguenti alla fase di ristrutturazione.

Nel disattendere l’impugnazione della società, la Corte territoriale ha rilevato, in sintesi, che l’illegittimità del termine non può derivare, quanto al primo contratto, dalla mancata specificazione nella lettera di assunzione del lavoratore da sostituire e, quanto agli altri due contratti, dalla carente dimostrazione del nesso di causalità tra le esigenze riorganizzative e la singola assunzione, o dalla circostanza che i detti contratti erano stati stipulati dopo il 30 aprile 1998, scadenza dell’effetto autorizzatorio derivante dall’accordo 25 settembre 1997.

Per la cassazione della sentenza la lavoratrice ha proposto ricorso basato su quattro motivi, cui la società intimata ha resistito con controricorso.

La ricorrente ha poi depositato memoria illustrativa.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Il primo motivo denuncia violazione della L. 18 aprile 1962, n. 230, art. 3 della L. 26 febbraio 1987, n. 56, art. 23 e dell’art. 112 cod. proc. civ., nonchè vizio di motivazione. Deduce la nullità dell’apposizione del termine al contratto stipulato per la necessità di espletamento del servizio in concomitanza di assenze per ferie senza l’indicazione del nominativo del dipendente da sostituire, in quanto in contrasto con la denunciata norma imperativa del 1962.

Il motivo è infondato. Secondo il principio più volte ribadito dalla giurisprudenza di questa Corte (dopo la sentenza delle Sezioni Unite 2 marzo 2006 n. 4588), la L. 28 febbraio 1987, n. 56, art. 23, che demanda alla contrattazione collettiva la possibilità di individuare – oltre le fattispecie tassativamente previste dalla L. 18 aprile 1962, n. 230, art. 1, e successive modifiche nonchè dal D.L. 29 gennaio 1983, n. 17, art. 8 bis, convertito con modificazioni dalla L. 15 marzo 1983, n. 79 – nuove ipotesi di apposizione di un termine alla durata del rapporto di lavoro, configura una vera e propria delega in bianco a favore dei sindacati, i quali, pertanto, non sono vincolati alla individuazione di figure di contratto a termine comunque omologhe a quelle previste per legge. E, proprio con riferimento ad analoghe fattispecie in tema di contratti a termine stipulati dalla società Poste Italiane, si è affermata la correttezza dell’interpretazione dell’art. 8 del citato ccnl di settore del 1994, nel senso che per l’autonomia dell’ipotesi di contratto a termine individuata dalla contrattazione collettiva rispetto alla previsione legale del termine apposto per sostituire dipendenti in ferie, l’autorizzazione conferita dal contratto collettivo non prevede come presupposto per la sua operatività l’onere, per il datore di lavoro di provare le esigenze di servizio in concreto connesse all’assenza per ferie di altri dipendenti nonchè la relazione causale fra dette esigenze e l’assunzione del lavoratore con specifico riferimento all’unità organizzativa alla quale lo stesso è stato destinato (cfr. tra le più recenti Cass. 3 dicembre 2009 n. 25429, 7 aprile 2009 n. 8446).

Gli altri tre motivi denunciano, ciascuno unitamente a vizio di motivazione, violazione degli artt. 1362 e ss. e 1322 cod. civ., degli artt. 115 e 116 cod. proc. civ., della L. 18 aprile 1962, n. 230, artt. 1 e 3 della L. 26 febbraio 1987, n. 56, art. 23. Si critica la sentenza impugnata perchè, in relazione all’ipotesi di contratto a termine concordata con le organizzazioni sindacali nell’accordo del 25 settembre 1997, ha ritenuto la mancanza di qualsiasi termine sino al quale l’azienda avrebbe potuto usufruire della deroga alla legge comune, in contrasto con il tenore delle espressioni usate dalle parti contrattuali nel manifestare la propria volontà, chiaramente indicando come termine di scadenza, prima fino al 31 gennaio 1998 e quindi fino al 30 aprile 1998, della facoltà dell’azienda di procedere, per fare fronte alle esigenze riorganizzative, ad assunzioni di personale straordinario con contratto a tempo determinato. Si assume la mancanza di qualsiasi allegazione dell’ipotesi derogatoria cui era riferibile l’assunzione della lavoratrice e si aggiunge che l’azienda non si è mai data carico di spiegare le esigenze eccezionali dedotte e quali di esse abbiano rese necessaria l’assunzione della ricorrente nella sede ove era stata assegnata e per le mansioni lavorative in concreto espletate.

Questi tre motivi, da trattare congiuntamente per la loro connessione, sono fondati.

Con riguardo alla questione del limite temporale circa la facoltà per l’azienda di stipulare contratti di lavoro a tempo determinato per far fronte alle esigenze eccezionali conseguenti alla fase di ristrutturazione, già esaminata in numerose pronunce rese fra la società Poste Italiane ed altri lavoratori, questa Corte ha precisato che con l’accordo sindacale del 25 settembre 1997, integrativo dell’art. 8 del c.c.n.l. 26 novembre 1994, e con l’accordo attuativo sottoscritto in pari data e poi con il successivo del 16 gennaio 1998, le parti hanno convenuto di riconoscere la sussistenza della situazione straordinaria, relativa alla trasformazione giuridica dell’ente ed alla conseguente ristrutturazione aziendale e rimodulazione degli assetti occupazionali in corso di attuazione, dapprima fino al 31 gennaio 1998 e, quindi, con il secondo accordo attuativo fino alla data del 30 aprile 1998; di qui l’illegittimità delle assunzioni a termine cadute dopo il 30 aprile 1998, per carenza del presupposto normativo derogatorio, con la ulteriore conseguenza della trasformazione degli stessi contratti a tempo indeterminato, in forza della L. 18 aprile 1962, n. 230, art. 1″ (v., fra le altre, Cass. 9 settembre 2008 n. 22889, Cass. 1 ottobre 2007 n. 20608, Cass. 27 marzo 2008 n. 7979).

Questa Corte ha anche osservato che la suddetta interpretazione degli accordi attuativi non viola alcun canone ermeneutico atteso che il significato letterale delle espressioni usate è così evidente e univoco che non necessita di un più diffuso ragionamento al fine della ricostruzione della volontà delle parti; infatti nell’interpretazione delle clausole dei contratti collettivi di diritto comune, nel cui ambito rientrano sicuramente gli accordi sindacali sopra riferiti, si deve fare innanzitutto riferimento al significato letterale delle espressioni usate e, quando esso risulti univoco, è precluso il ricorso a ulteriori criteri interpretativi, i quali esplicano solo una funzione sussidiaria e complementare nel caso in cui il contenuto del contratto si presti a interpretazioni contrastanti (cfr., ex plurimis, Cass. n. 28 agosto 2003 n. 12245, Cass. 25 agosto 2003 n. 12453).

Inoltre è stato rilevato che tale interpretazione è rispettosa del canone ermeneutico di cui all’art. 1367 cod. civ. a norma del quale, nel dubbio, il contratto o le singole clausole devono interpretarsi nel senso in cui possano avere qualche effetto, anzichè in quello secondo cui non ne avrebbero alcuno; ed infatti la stessa attribuisce un significato agli accordi attuativi de quibus (nel senso che con essi erano stati stabiliti termini successivi di scadenza alla facoltà di assunzione a tempo, termini che non figuravano nel primo accordo sindacale del 25 settembre 1997); diversamente opinando, ritenendo cioè che le parti non avessero inteso introdurre limiti temporali alla deroga, si dovrebbe concludere che gli accordi attuativi, così definiti dalle parti sindacali, erano “senza senso” (così testualmente Cass. 14 febbraio 2004 n. 2866).

Infine, questa Corte ha ritenuto corretta, nella ricostruzione della volontà delle parti come operata dai giudici di merito, l’irrilevanza attribuita all’accordo del 18 gennaio 2001 in quanto stipulato dopo oltre due anni dalla scadenza dell’ultima proroga, e cioè quando il diritto del soggetto si era già perfezionato; ed infatti, ammesso che le parti avessero espresso l’intento di interpretare autenticamente gli accordi precedenti, con effetti comunque di sanatoria delle assunzioni a termine effettuate senza la copertura dell’accordo 25 settembre 1997 (scaduto in forza degli accordi attuativi), la suddetta conclusione è comunque conforme alla regala iuris dell’indisponibilità dei diritti dei lavoratori già perfezionatisi, dovendosi escludere che le parti stipulanti avessero il potere, anche mediante lo strumento dell’interpretazione autentica (previsto solo per lo speciale settore del lavoro pubblico, secondo la disciplina nel D.Lgs. n. 165 del 2001), di autorizzare retroattivamente la stipulazione di contratti a termine non più legittimi per effetto della durata in precedenza stabilita (vedi, per tutte, Cass. 12 marzo 2004 n. 5141).

In conclusione, vanno accolti il secondo, il terzo e il quarto motivo di ricorso e cassata la sentenza impugnata in relazione alle censure là esposte e come sopra sintetizzate, la causa deve essere rinviata alla stessa Corte di appello di Roma, in diversa composizione, per nuovo esame in ordine alla legittimità o meno dell’apposizione del termine ai due contratti di lavoro stipulati con la M. per i periodi l’uno dal (OMISSIS). Il giudice del rinvio provvderà inoltre al regolamento delle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte accoglie parzialmente il ricorso, cassa la sentenza impugnata in relazione alle censure accolte e rinvia, anche le spese del presente giudizio, alla Corte di appello di Roma, in diversa composizione.

Così deciso in Roma, il 3 dicembre 2009.

Depositato in Cancelleria il 10 marzo 2010

 

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA