Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 5792 del 08/03/2017


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Cassazione civile, sez. III, 08/03/2017, (ud. 14/12/2016, dep.08/03/2017),  n. 5792

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIVALDI Roberta – Presidente –

Dott. SESTINI Danilo – Consigliere –

Dott. SCODITTI Enrico – Consigliere –

Dott. GRAZIOSI Chiara – Consigliere –

Dott. MOSCARINI Anna – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 22485-2014 proposto da:

A.D., considerato domiciliato ex lege in ROMA, presso

la CANCELLERIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso

dall’avvocato GIUSEPPE TRIMONTI giusta procura a margine del

ricorso;

– ricorrente –

contro

F.L., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA FLAMINIA 79,

presso lo STUDIO MORANDINI, rappresentato e difeso dall’avvocato

ANTONIO TRULIO giusta procura a margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 4184/2013 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 28/11/2013;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

14/12/2016 dal Consigliere Dott. ANNA MOSCARINI;

udito l’Avvocato GIUSEPPE TRIMONTI;

udito l’Avvocato LOGGIA per delega;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. DE

MASELLIS MARIELLA che ha concluso per l’inammissibilità in

subordine rigetto.

Fatto

FATTI DI CAUSA

F.L., in qualità di procuratore di C.M., A., R. e P., convenne dinanzi il Tribunale di Sant’Angelo dei Lombardi, A.D., già procuratore dei Cona dal 1991 al 1999, chiedendo che rendesse il conto della gestione dei beni, restituisse somme indebitamente trattenute e fosse dichiarata l’inefficacia di alcuni atti di disposizione compiuti in nome e conto dei sig.ri C..

Costituendosi in giudizio l’ A. svolse domanda riconvenzionale nei confronti dei C. per il rimborso delle spese ed il pagamento del proprio compenso.

Il Tribunale di S. Angelo dei Lombardi con sentenza del 21/04/2008 condannò l’ A. alla restituzione della somma di Euro 8.677,18, oltre interessi dalla domanda, in favore dei C., e questi ultimi al pagamento in favore dell’ A. della somma di Euro 15.219,94 a titolo di compenso dell’attività prestata come mandatario.

A. propose appello ed i signori C., a mezzo del procuratore F., si costituivano, opponendosi all’accoglimento del gravame e svolgendo un articolato appello incidentale.

La Corte d’Appello di Napoli, con sentenza del 28/11/2013 n. 4184 ha dichiarato inammissibile l’appello principale ed accolto parzialmente quello incidentale, condannando l’ A. al pagamento dell’ulteriore somma di Euro 8.050,00, oltre interessi dalla domanda fino alla data di pubblicazione della sentenza.

Avverso la suddetta sentenza A. ha proposto ricorso per cassazione basato su due motivi. Il F. resiste con controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo il ricorrente censura l’impugnata sentenza per omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5 per violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c. e artt. 116 e 345 c.p.c. (art. 360 c.p.c., n. 3).

Occorre premettere che, in sede di appello incidentale, il F. aveva richiesto il mancato conteggio di somme spedite dagli USA all’ A. con due assegni di 20.000 e 25.000 oltre alla somma in contanti di 4.636 e che la Corte d’Appello aveva accolto detto motivo di appello incidentale.

La Corte territoriale aveva ritenuto sufficiente, ai fini della prova dell’esistenza di tali somme, la produzione in fotocopia di una ricevuta di spedizione e l’acclusione della fotocopia di 2 assegni.

L’ A. chiede la cassazione dell’impugnata sentenza nella parte in cui la stessa, pur dando atto della consegna degli assegni in dollari USA, non avrebbe accertato che detti assegni erano stati pagati, sì da giustificare la domanda di restituzione dei C..

La sentenza contrasterebbe con la consolidata giurisprudenza di questa Corte secondo la quale l’effetto liberatorio del pagamento mediante consegna di assegni di conto corrente si perfezionerebbe solo con la riscossione della somma, mentre nel caso in esame sarebbe stata ritenuta sufficiente la prova della spedizione dei titoli. In altri termini i C., nel momento in cui chiedevano l’accertamento delle somme di cui agli assegni tratti in dollari USA, avrebbero dovuto dare la prova dell’incasso dei medesimi per poterne poi esigere la restituzione: in mancanza di detta prova la sentenza non avrebbe potuto giungere alle conclusioni cui è giunta non potendo l’ A. assolvere alla probatio diabolica del mancato incasso.

Il motivo è inammissibile, sia sotto il profilo del vizio di motivazione sia sotto quello della violazione di legge.

Per quanto riguarda la violazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5 il ricorrente non ha formulato il motivo secondo le disposizioni del nuovo testo, in vigore ratione temporis, sicchè tale censura è inammissibile.

Per quel che riguarda la violazione delle norme sull’onere della prova e quelle sulla valutazione delle prove da parte del giudice, in sostanza le censure tendono ad un riesame del merito, insindacabile in questa sede, a fronte di una adeguata motivazione.

Secondo la consolidata giurisprudenza di questa Corte, infatti, le violazioni lamentate dell’art. 2697 c.c., artt. 116 e 345 c.p.c. possono essere apprezzate in sede di ricorso per cassazione solo nei limiti del giudizio di motivazione di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5, (inammissibile in questa sede per i motivi su riferiti) altrimenti si tradurrebbero in un riesame delle risultanze probatorie, inammissibile in sede di legittimità in quanto prerogativa del giudice del merito (Cass. S.U. 11/06/1998).

Inoltre in base all’insegnamento di questa Corte, è inammissibile il ricorso per cassazione con il quale si censura come violazione di norme di diritto, e non come vizio di motivazione, un errore in cui si assume sia incorso il giudice di merito nella ricostruzione di un fatto giuridicamente rilevante sul quale la sentenza doveva pronunciarsi (Cass., sez. 3, 18/5/2005 n. 10385; Cass. 21/04/2011 n. 9185).

Occorre peraltro precisare che non c’è alcun contrasto, secondo quanto sostenuto dal ricorrente, tra la pronuncia impugnata e la giurisprudenza di questa Corte secondo la quale la consegna del titolo equivale ad una consegna pro-solvendo (Cass. Sez. 1, n. 17749/2009, Sez. 3, n. 26161/2014, Sez. 2, n. 3427/1998): nel caso in esame non si poneva tanto una questione di prova dell’avvenuto pagamento degli assegni all’ A., in quanto è ammesso dallo stesso nei propri atti difensivi di aver ricevuto una provvista di Lire 74.411.692, quanto della sola rilevanza degli importi dedotti negli assegni ai fini della completezza del rendiconto cui l’ A. era obbligato come mandatario. E, sul punto, la sentenza impugnata non si discosta dalla giurisprudenza di questa Corte secondo la quale, nel giudizio di rendiconto promosso nei confronti del soggetto obbligato alla presentazione del conto al fine di ottenere il pagamento del saldo di gestione, tale soggetto è tenuto a fornire tutti gli elementi utili per la ricostruzione della gestione stessa – ed in tal caso spetta a chi contrasti le sue affermazioni documentate dimostrare la loro erroneità – mentre alla lacunosità o incompletezza delle prove fornite dalle parti sopperisce comunque l’istruttoria disposta d’ufficio dal giudice, rimanendo esclusa la possibilità di una pronunzia di non liquet che si configurerebbe come sostanzialmente assolutoria della parte tenuta all’obbligo di presentazione del conto (Cass., 1, 3/11/2004 n. 21090; Cass., L, 26/01/2006 n. 1551).

Di qui l’inammissibilità delle censure.

Con il secondo motivo si censura la violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5 nonchè dell’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5 insufficiente e contraddittoria motivazione ed omesso esame di un fatto decisivo.

La sentenza impugnata sarebbe giunta ad erronee conclusioni nella parte in cui, pur dando atto che l’ A. aveva ricevuto, in conto dei due assegni, la somma di Euro 74.411.692, avrebbe ritenuto versata, pur in mancanza di prova, la somma di 4.636 dollari in contanti ed avrebbe errato nell’applicazione del corretto cambio dollaro/Euro. Il vizio di motivazione è prospettato secondo il testo abrogato dell’art. 360 c.p.c., n. 5 sicchè appare inammissibile. Il vizio di motivazione, peraltro, secondo la menzionata giurisprudenza delle Sezioni Unite di questa Corte è l’unico strumento atto a sindacare il rispetto, da parte del giudice, delle norme sull’onere della prova, traducendosi altrimenti in inammissibile sconfinamento nel merito.

A titolo di mera completezza motivazionale, si deve anche rilevare che sul presunto errore di calcolo e di cambio si è formato un giudicato interno in quanto l’ A. non ha mai contestato il cambio dei dollari in lire, nè nel primo nè nel secondo grado di giudizio e la questione viene inammissibilmente posta per la prima volta in cassazione.

Il motivo è quindi inammissibile.

Le spese seguono la soccombenza.

PQM

La Corte dichiara il ricorso inammissibile e condanna il ricorrente al pagamento delle spese liquidate in Euro 3.200, di cui Euro 200 per esborsi, oltre accessori come per legge, e contributo spese generali al 15%. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento a carico della parte ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 14 dicembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 8 marzo 2017

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