Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 5729 del 03/03/2020

Cassazione civile sez. VI, 03/03/2020, (ud. 20/11/2019, dep. 03/03/2020), n.5729

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ESPOSITO Lucia – rel. Presidente –

Dott. RIVERSO Roberto – Consigliere –

Dott. PONTERIO Carla – Consigliere –

Dott. MARCHESE Gabriella – Consigliere –

Dott. DE FELICE Alfonsina – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 2607-2019 proposto da:

R.C., elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso

la CORTE DI CASSAZIONE, rappresentata e difesa dagli avvocati

GIOVANNI BATTISTA LUCIANO, ALESSANDRO UNALI;

– ricorrente –

contro

POSTE ITALIANE SPA, (OMISSIS), in persona del Procuratore pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE MAZZINI 134,

presso lo studio dell’avvocato LUIGI FIORILLO, che la rappresenta e

difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 235/2018 della CORTE D’APPELLO di CAGLIARI,

depositata il 28/08/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 20/11/2019 dal Presidente Relatore Dott. LUCIA

ESPOSITO.

Fatto

RILEVATO

che:

la Corte di appello di Cagliari, decidendo a seguito di rinvio della Corte di Cassazione, confermava, pur con diversa motivazione, la decisione di primo grado che aveva rigettato la domanda avanzata da R.C., volta alla declaratoria di nullità del termine apposto al contratto di lavoro a tempo determinato intercorso tra la predetta e Poste Italiane s.p.a. “per esigenze eccezionali…” dall’11/11/2000 all’8/2/2001, ritenendo il rapporto consensualmente risolto in ragione del fatto che dalla documentazione in atti risultava che la ricorrente si era rioccupata a tempo indeterminato presso altro datore di lavoro dal 16 aprile 2005 fino al marzo 2007, con lavoro comparabile a quello presso Poste Italiane s.p.a. per qualificazione e retribuzione, associandosi a tale elemento il trascorrere di un notevole lasso di tempo (quasi cinque anni) tra la scadenza del contratto a termine e la manifestazione di volontà di porre fine al rapporto;

avverso la sentenza propone ricorso per cassazione R.C. sulla base di tre motivi, illustrati con memoria;

resiste Poste Italiane s.p.a. con controricorso;

la proposta del relatore è stata comunicata alla partè, unitamente al decreto di fissazione dell’udienza, ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO

che:

Con il primo motivo la ricorrente deduce omesso esame di un fatto decisivo (360 c.p.c., n. 5), consistente nell’esame della lettera 14/9/2004 e del processo verbale di mancata conciliazione del 10/1/2005, sulla scorta dei quali l’inerzia della lavoratrice deve intendersi limitata a tre anni piuttosto che ai quasi cinque presi in considerazione dalla Corte d’appello;

con il secondo motivo deduce violazione degli artt. 112,115,230 e 437 c.p.c., dell’art. 111 Cost., per erronea ammissione in appello di istanze istruttorie dedotte da Poste Italiane s.p.a. in primo grado e non accolte, in assenza di formulazione di istanza di ammissione, con conseguente decadenza dalla possibilità di espletamento;

con il terzo motivo deduce violazione dell’art. 2697 c.c. e dell’art. 112 e 115 c.p.c., osservando che la Corte aveva ordinato alla R. di provare, nonostante la sua opposizione, fatti che non era in grado di provare;

il primo motivo è inammissibile;

l’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, riformulato dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, infatti, ha introdotto nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo, ossia idoneo a determinare un esito diverso della controversia (Sez. U, n. 8053 del 07/04/2014);

nella specie, la circostanza non considerata non riveste tale carattere, sussistendo in ogni caso un congruo intervallo temporale dopo la conclusione del contratto e non essendo tale intervallo l’unico elemento preso in considerazione dalla Corte ai fini della ritenuta risoluzione consensuale;

quanto al secondo e al terzo motivo, da trattare congiuntamente in forza dell’intima connessione, poichè entrambi involgono l’attività di ammissione di mezzi di prova, gli stessi, in difetto di indicazioni desumibili dalla sentenza impugnata, sono inammissibili per carenza di adeguate allegazioni circa le ragioni poste dalla Corte territoriale a fondamento dei provvedimenti di ammissione, posto che, in ragione del rito, detta ammissione può trovare corretta giustificazione nell’esercizio dei poteri-doveri officiosi di cui agli artt. 421 e 437 c.p.c., che possono essere esercitati dal giudice in deroga non solo alle regole sulle prove dettate dal codice civile, ma anche alle norme sull’assunzione delle prove dettate per il rito ordinario e quindi, quanto all’esibizione di cose e documenti, a prescindere dall’iniziativa di parte, in deroga all’art. 210 c.p.c. (cfr. Cass. n. 32265 del 10/12/2019);

per le considerazioni svolte, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile;

le spese del giudizio di legittimità sono regolate secondo il criterio di soccombenza e liquidate come in dispositivo;

sussistono i presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 3.000,00 per compensi professionali, in Euro 200,00 per esborsi, oltre rimborso spese generali nella misura del 15% ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale, il 20 novembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 3 marzo 2020

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