Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 5716 del 03/03/2020

Cassazione civile sez. VI, 03/03/2020, (ud. 09/05/2019, dep. 03/03/2020), n.5716

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FRASCA Raffaele – Presidente –

Dott. DE STEFANO Franco – Consigliere –

Dott. TATANGELO Augusto – Consigliere –

Dott. D’ARRIGO Cosimo – rel. Consigliere –

Dott. PORRECA Paolo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 28760-2017 R.G. proposto da:

C.S. e P.G., rappresentato e difesi

dall’avvocato Massimo Lotti presso il cui studio sono elettivamente

domiciliati in Roma, Via di Ripetta, n. 70;

– ricorrenti –

contro

C.G. e N.M., rappresentati e difesi

dall’avvocato Claudio Di Candia, elettivamente domiciliati in Roma,

Via Giuseppe Mazzini, n. 134, presso lo studio dell’avvocato Paola

Zangrilli;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 940/2017 della Corte d’appello di Lecce,

depositata il 19/09/2017;

letta la proposta formulata dal Consigliere relatore ai sensi degli

artt. 376 e 380-bis c.p.c.;

letti il ricorso, il controricorso e le memorie difensive;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 9 maggio 2019 dal Consigliere Dott. Cosimo D’Arrigo.

Fatto

RITENUTO

C.S. e P.G. ottenevano dalla Tribunale di Lecce un decreto ingiuntivo nei confronti di C.G. e N.M. in ordine al mancato pagamento di alcune somme dovute in forza di un accordo transattivo relativo alla divisione di immobili costruiti su terreno di proprietà comune.

Gli ingiunti opponevano il provvedimento monitorio e formulavano domanda riconvenzionale per il trasferimento della proprietà dei beni. Il Tribunale di Lecce revocava il decreto ingiuntivo, determinava il credito in capo ai coniugi C.- P. in Euro 21.914,51 e, in accoglimento della domanda riconvenzionale, trasferiva agli opponenti i diritti immobiliari controversi, condannando gli opposti al risarcimento dei danni conseguenti alla ritardata presa di possesso.

I coniugi C.- P. impugnavano la decisione, ma la Corte d’appello di Lecce rigettava il gravame con condanna degli appellanti alle spese processuali.

Questi ultimi hanno proposto ricorso per cassazione, articolato in due motivi. C.G. e N.M. hanno resistito con controricorso.

Il consigliere relatore, ritenuta la sussistenza dei presupposti di cui all’art. 380-bis c.p.c. (come modificato dal D.L. 31 agosto 2016, n. 168, art. 1-bis, comma 1, lett. e), conv. con modif. dalla L. 25 ottobre 2016, n. 197), ha formulato proposta di trattazione del ricorso in camera di consiglio non partecipata.

Entrambe le parti hanno presentato memorie difensive.

Diritto

CONSIDERATO

In considerazione dei motivi dedotti e delle ragioni della decisione, la motivazione del presente provvedimento può essere redatta in forma semplificata, conformemente alle indicazioni contenute nelle note del Primo Presidente di questa Corte del 14 settembre 2016 e del 22 marzo 2011.

Preliminarmente va dichiarata l’inammissibilità della memoria dei ricorrenti, in quanto depositata a mezzo posta. Infatti, nel giudizio di cassazione non è applicabile per analogia l’art. 134 disp. att. c.p.c., comma 5, che riguarda esclusivamente il ricorso ed il controricorso (Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 31041 del 27/11/2019, Rv. 656294 – 01).

Venendo all’esame del ricorso, con il primo motivo si deduce, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, l’omesso esame di fatti decisivi per il giudizio, individuati nella situazione urbanistica degli immobili oggetto di stima, nella misurazione delle loro superfici, nella rilevazione dei dati riportati nelle tabelle redatte dall’Osservatorio Immobiliare dell’Agenzia del territorio.

In sostanza, i ricorrenti, si lamentano di taluni errori commessi dal consulente tecnico d’ufficio, nonchè della circostanza che il Tribunale ha recepito tali erronee conclusioni e la Corte d’appello, a sua volta, ha condiviso la decisione del giudice di primo grado.

Com’è noto, l’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, riformulato dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, ha introdotto nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia). Ne consegue che, nel rigoroso rispetto delle previsioni dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, e dell’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, il ricorrente deve indicare il “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua “decisività”, fermo restando che l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sè, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorchè la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie (Sez. U, Sentenza n. 8053 del 07/04/2014, Rv. 629831 – 01).

Consegue che il ricorso è inammissibile, poichè con lo stesso non si deduce l’omesso esame di un fatto storico, primario o secondario, bensì si contesta che tale fatto (costituito da alcune di caratteristiche costruttive ed urbanistiche degli immobili realizzati su fondo comune) non sia stato correttamente analizzato e percepito. In particolare, sono gli stessi ricorrenti a dare atto della circostanza che tali elementi fattuali sono stati erroneamente rilevati dal consulente tecnico d’ufficio ed hanno costituito oggetto di specifica contestazione, tuttavia disattesa sia dal Tribunale che dalla Corte d’appello. Pertanto, non si tratta di fatti di cui sia stato omesso l’esame, bensì di circostanze fattuali dalle quali i ricorrenti avrebbero voluto che fossero tratte conclusioni diverse da quelle alle quali sono invece pervenuti giudici di merito.

Con il secondo motivo i ricorrenti denunciano la falsa applicazione dell’art. 1284 c.c., della L. 26 novembre 1990, n. 353, art. 1, e della L. 23 dicembre 1996, n. 662, art. 2, comma 185. In sostanza, il Tribunale avrebbe esattamente individuato gli importi debitori, i periodi di mora e il tasso legale degli interessi, salvo però a sviluppare un calcolo matematico errato; la Corte d’appello, invece, avrebbe travisato il senso della censura proposta dagli appellanti, limitandosi a verificare l’esattezza della somma aritmetica delle singole voci, senza verificare però se le stesse fossero state esattamente conteggiate.

Il motivo è inammissibile ai sensi dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, in quanto carente della specifica indicazione degli atti su cui si fonda.

Infatti, nel riferire di quanto dedotto nell’atto di appello (pag. 22), i ricorrenti omettono di individuare – riproducendolo direttamente o almeno indirettamente, ma in questo secondo caso precisando la parte dell’atto indirettamente riprodotta – il contenuto dell’accertamento contenuto nella sentenza di primo grado, costituente oggetto del riferimento nell’atto di appello. La medesima carenza perdura nel riferire del contenuto della comparsa conclusionale.

Tali insufficienze espositive rendono inintelligibile il motivo di appello del cui travisamento da parte della corte territoriale si lamentano oggi i ricorrenti.

In particolare, per un verso, il ricorso propone (a conclusione della pag. 23) un confronto fra due poste che nelle deduzioni precedenti non trovano chiaro riscontro. Per altro verso, non è neppure chiaro se l’errore di calcolo degli interessi sia stato dedotto nell’atto di appello. In conclusione, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile.

Le spese del giudizio di legittimità vanno poste a carico dei ricorrenti, ai sensi dell’art. 385 c.p.c., comma 1, nella misura indicata nel dispositivo.

Ricorrono altresì i presupposti per l’applicazione del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, sicchè va disposto il versamento, da parte degli impugnanti soccombenti, di un ulteriore importo, a titolo di contributo unificato, pari a quello già dovuto per l’impugnazione proposta.

PQM

dichiara inammissibile il ricorso e condanna i ricorrenti al pagamento, in favore dei controricorrenti, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 5.000,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15%, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 e agli accessori di legge, che distrae in favore del difensore di fiducia.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, il 9 maggio 2019.

Depositato in Cancelleria il 3 marzo 2020

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