Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 5705 del 09/03/2010

Cassazione civile sez. lav., 09/03/2010, (ud. 10/12/2009, dep. 09/03/2010), n.5705

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ROSELLI Federico – Presidente –

Dott. MONACI Stefano – Consigliere –

Dott. DI NUBILA Vincenzo – rel. Consigliere –

Dott. ZAPPIA Pietro – Consigliere –

Dott. CURZIO Pietro – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 24225-2006 proposto da:

V.F.G.L., elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE

ANGELICO 35, presso lo studio dell’avvocato D’AMATI DOMENICO, che lo

rappresenta e difende, giusta delega in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

ENI S.P.A.;

– intimata –

e sul ricorso 24873-2006 proposto da:

ENI S.P.A., in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA PO 25/B, presso lo studio

dell’avvocato GENTILE GIOVANNI GIUSEPPE, che la rappresenta e

difende, giusta delega in calce al controricorso;

– controricorrente e ricorrente incidentale –

contro

V.F.G.L., elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE

ANGELICO 35, presso lo studio dell’avvocato D’AMATI DOMENICO, che lo

rappresenta e difende, giusta delega in calce al ricorso;

– controricorrente al ricorso incidentale –

avverso la sentenza n. 5577/2005 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 01/09/2005 R.G.N. 9757/03;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

10/12/2009 dal Consigliere Dott. VINCENZO DI NUBILA;

udito l’Avvocato D’AMATI DOMENICO; udito l’Avvocato GENTILE GIOVANNI

GIUSEPPE;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

MATERA Marcello – che ha concluso per l’accoglimento del ricorso

principale per quanto di ragione, accoglimento del ricorso

incidentale.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. V.F.G.L. conveniva dinanzi al Tribunale di Roma l’ENI ed impugnava il licenziamento intimatogli in data (OMISSIS).

Deduceva inoltre che a partire dal (OMISSIS) il datore di lavoro lo aveva privato di adeguate mansioni, in modo lesivo della sua personalità, onde chiedeva il risarcimento del danno. Chiedeva infine il mantenimento della “indennità estero” come già accertato con sentenza del Tribunale di Roma in data 6.5.1998. Precisava il V.F. che fino al (OMISSIS) era stato addetto al controllo economico e finanziario del settore minero-metallurgico Enirisorse; successivamente veniva lasciato totalmente inoperoso;

indi aveva ricevuto l’incarico di studiare la legislazione concernente il settore energia, ma sostanzialmente continuava ad essere inoperoso; ad un sollecito da lui rivolto al datore di lavoro in data (OMISSIS) per ottenere una qualche mansione, gli veniva consegnata documentazione relativa al gas metano, ma senza alcuna direttiva circa il lavoro da svolgere. Infine riceveva contestazione di non avere assolto all’incarico affidato e veniva licenziato.

2. Si costituiva l’ENI e contestava sia il demansionamento, sia la dedotta illegittimità del licenziamento; il Tribunale respingeva le domande attrici, tranne quella intesa alla corresponsione dell’indennità estero, che considerava acquisita. Proponeva appello il V.F.. La Corte di Appello di Roma respingeva sia l’appello principale, sia l’appello incidentale proposto dall’ENI. Questa in sintesi la motivazione della sentenza di appello:

– il V.F. ha originariamente lavorato presso l’area di controllo di gestione del settore Enirisorse, settore la cui attività è scemata ed è stata assorbita da altro settore;

– nell’ambito di una riconversione dell’ente, all’attore veniva affidato il compito di esaminare l’evoluzione legislativa europea in tema di gas naturale;

– rincontro del (OMISSIS) con tale Z., responsabile dell’unità, non fu prodromico rispetto ad un impiego futuro, ma comportava l’affidamento di un incarico, dopo alcuni mesi di inoperosità; incarico non adempiuto;

– al (OMISSIS) nessuna attività era stata espletata dal V.;

– non risulta che l’attore sia stato demansionato ed il nuovo incarico appare adeguato alla di lui professionalità;

– non trova quindi ingresso alcuna azione di risarcimento del danno;

– viceversa il rifiuto di collaborare giustifica il licenziamento e la contestazione disciplinare non può ritenersi tardiva, perchè il concetto di immediatezza deve essere inteso in senso elastico;

– non risulta alcun intento ritorsivo dell’ENI in ragione delle iniziative giudiziarie intraprese dal V.F. e la sanzione del licenziamento appare adeguata al fatto che il lavoratore non ha eseguito il lavoro affidatogli (rifiuto di compiti assegnati da un superiore);

– è fondata la domanda di “indennità estero” quale parte integrante della retribuzione, e ciò sulla base di una precedente sentenza “inter partes” richiamata dettagliatamente dal Tribunale e condivisa dalla Corte di Appello.

3. Ha proposto ricorso per Cassazione V.F.G.L., deducendo cinque motivi. Resiste con controricorso l’ENI spa, il quale propone ricorso incidentale affidato ad un motivo. Le parti hanno presentato memorie integrative.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

4. Il ricorso principale ed il ricorso incidentale, essendo stati proposti contro la medesima sentenza, vanno riuniti.

5. Con il primo motivo del ricorso, il ricorrente deduce violazione e falsa applicazione, a sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, degli artt. 2103 e 2697 c.c., artt. 115 e 116 c.p.c., nonchè omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione in fatto circa un punto decisivo della controversia, a sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5:

erroneamente la Corte di Appello, confermando la sentenza del Tribunale, ha respinto la domanda di accertamento dell’inadempienza del datore di lavoro all’onere di assegnare adeguate mansioni ad esso attore. La Corte di Appello non ha proceduto al raffronto tra le mansioni precedenti e quelle che sarebbero state assegnate “ex novo”, posto che le prime comportavano responsabilità decisionali e le seconde erano prive di contenuto concreto ed operativo.

6. Il motivo è infondato. Esso prospetta un riesame del fatto come ricostruito ed accertato dal giudice di merito, operazione questa inammissibile in sede di legittimità. La Corte di Appello ha accertato che le nuove mansioni, indirizzate piuttosto ad attività di studio e ricerca anzichè operative, erano equivalenti per contenuto e livello professionale alle mansioni precedenti, talchè il lavoratore non doveva rifiutarsi di eseguirle. Tale accertamento in fatto si sottrae ad ogni censura in questa sede, siccome assistito da motivazione adeguata, immune da vizi logici o da contraddizioni.

7. Con il secondo motivo del ricorso, il ricorrente deduce violazione e falsa applicazione, a sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, della L. n. 300 del 1970, art. 7, artt. 1375 e 2119 c.c., nonchè difetto di motivazione: la Corte di Appello non ha tenuto conto che la contestazione degli addebiti è tardiva. La richiesta di aggiornarsi sul settore energia risale ai primi del (OMISSIS), ulteriore richiesta veniva rivolta il (OMISSIS), ma tra le due date il V.F. era in realtà lasciato inoperoso; il sollecito del (OMISSIS) fu generico; il (OMISSIS) venne consegnata all’attore documentazione attinente al gas metano, ma la determinazione delle modalità concrete dell’incarico veniva rinviata ad un incontro successivo;

solo il (OMISSIS) l’ENI contestava il presunto, mancato assolvimento dell’incarico.

8. Con il terzo motivo del ricorso, il ricorrente deduce ulteriore violazione della L. n. 300 del 1970, della L. n. 604 del 1966, art. 7, artt. 1 e 2 e art. 112 c.p.c., nonchè difetto di motivazione, perchè la Corte di Appello di Roma si sarebbe contraddetta, affermando da un lato che il lavoratore era inoperoso e dall’altro che egli ometteva di assolvere ad un incarico.

9. I due motivi, da esaminarsi congiuntamente in quanto strettamente connessi, sono infondati. Il ricorrente tenta di accreditare la tesi secondo la quale il presunto inadempimento risale al (OMISSIS), ragion per cui il datore di lavoro avrebbe lasciato trascorrere oltre un anno prima di contestare una mancanza disciplinare. A prescindere dalla constatazione che il ricorso per Cassazione rimette in discussione i fatti e la loro successione cronologica – operazione questa demandata al giudice di merito – rimane fermo che secondo la ricostruzione della sentenza di appello le date in cui venivano affidati incarichi all’attore furono il (OMISSIS) (impiego nell’aggiornamento nel settore energia) ed il (OMISSIS) (consegna di documentazione riguardante il gas metano). Si pone il quesito se il ritardo del datore di lavoro nel contestare al lavoratore il rifiuto di adempiere ai compiti affidatigli debba decorrere dal (OMISSIS).

10. Per la soluzione del quesito, occorre prendere le mosse dal principio di relativa immediatezza della contestazione, affermato dalla giurisprudenza , anche in relazione alla matura permanente o continuata della violazione disciplinare contestata. In tema di licenziamento disciplinare, il principio della immediatezza della contestazione dell’addebito e quello della tempestività del recesso datoriale, la cui “ratio” riflette l’esigenza di osservanza della regola di buona fede e della correttezza nell’attuazione del rapporto di lavoro, devono essere intesi in senso relativo, potendo essere compatibili con un intervallo necessario, in relazione al caso concreto e alla complessità dell’organizzazione del datore di lavoro, per un’adeguata valutazione della gravità dell’addebito mosso al dipendente e della validità o meno delle giustificazioni da lui fornite. L’accertamento relativo, che spetta al giudice di merito ed è insindacabile in sede di legittimità se congruamente motivato, deve tenere conto dell’illecito disciplinare oggetto di contestazione. Così Cass. n. 4435.2004. Nello stesso senso Cass. n. 29480.2008: “Nel licenziamento per motivi disciplinari, il principio dell’immediatezza della contestazione dell’addebito e della tempestività del recesso datoriale, che si configura quale elemento costitutivo del diritto al recesso del datore di lavoro, deve essere inteso in senso relativo, potendo in concreto essere compatibile con un intervallo di tempo più o meno lungo, quando l’accertamento e la valutazione dei fatti richieda uno spazio temporale maggiore ovvero quando la complessità della struttura organizzativa dell’impresa possa far ritardare il provvedimento di recesso; in ogni caso, la valutazione relativa alla tempestività costituisce giudizio di merito, non sindacabile in cassazione ove adeguatamente motivato” Conformi le sentenze nn. 14113.2006, 15361.2004 e 18377.2006.

11. Sulla scorta dei principi dianzi ricordati e del tutto condivisibili, non appare censurabile la statuizione della Corte di Appello in ordine alla tempestività della contestazione, posto che la reiterazione del rifiuto di adempiere ai compiti affidati o la continuazione nel rifiuto stesso non “mette in mora” il datore di lavoro quanto alla contestazione, non implicando alcuna tolleranza tale da far ritenere una implicita rinuncia alla facoltà di perseguire in via disciplinare la condotta del dipendente. Devesi invece ritenere che la permanenza o la continuazione nel rifiuto di ottemperanza “sposti in avanti” il termine per la contestazione, specie quando la condotta appaia vieppiù grave in quanto protratta nel tempo. In sostanza, si desume dalla sentenza di appello che il V.F. ha ritenuto di non prestare ottemperanza ad un ordine che riteneva dequalificante, laddove il giudice di merito accerta che i nuovi compiti erano equivalenti e non sussisteva una dequalificazione, talchè il rifiuto di fornire la prestazione non poteva ritenersi giustificato.

13. Con il quarto motivo del ricorso, il ricorrente deduce violazione e falsa applicazione, a sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, della L. n. 604 del 1966, artt. 1, 3 e 5, artt. 115, 116 e 132 c.p.c., nonchè vizio di motivazione, avendo la Corte di Appello ritenuto la presunta infrazione di tale gravità da legittimare il recesso.

15. Il quinto motivo prospetta ulteriore violazione della L. n. 604 del 1966, art. 3, artt. 2106, 1362 e 1363 c.c. e difetto di motivazione, perchè la Corte di Appello ha erroneamente applicato il CCNL omettendo di considerare che l’infrazione contestata poteva comportare al più una sanzione di minore entità.

16. 1 due motivi, da esaminarsi congiuntamente, sono infondati.

Occorre al riguardo prendere le mosse dalla giurisprudenza di questa Corte in punto di apprezzamento circa la gravità della violazione.

Cass. n. 144.2008 afferma che “in tema di licenziamento per giusta causa o per giustificato motivo soggettivo, la sanzione disciplinare deve essere proporzionale alla gravità dei fatti contestati sia in sede di irrogazione della sanzione da parte del datore nell’esercizio del suo potere disciplinare, avuto riguardo alle ragioni che lo hanno indotto a ritenere grave il comportamento del dipendente, sia da parte del giudice del merito, il cui apprezzamento della legittimità e congruità della sanzione applicata, se sorretto da adeguata e logica motivazione, si sottrae a censure in sede di legittimità”.

Nello stesso senso Cass. 4369.2009, per cui la valutazione della gravità delle infrazioni e della loro idoneità ad integrare una giusta causa di licenziamento si risolve in un apprezzamento di fatto riservato al giudice di merito ed incensurabile in sede di legittimità se congruamente motivato, a meno che i giudizi formulati si pongano in contrasto con i principi dell’ordinamento espressi dalla giurisdizione di legittimità e con quegli “standard” valutativi esistenti nella realtà sociale (riassumibili nella nozione di civiltà del lavoro, riguardo alla disciplina del lavoro subordinato) che concorrono con detti principi a comporre il diritto vivente.

17. La Corte di Appello si è posta il problema se i fatti addebitati potessero rientrare nell’art 76 lett. “c” del CCNL ed essere sanzionati con una misura disciplinare di inferiore entità. Rileva la Corte suddetta che nella previsione citata rientra la mancanza di assiduita, lo scostamento dalle istruzioni ricevute, la negligenza.

Viceversa, il comportamento ascritto consiste nel rifiuto “tout court” di eseguire compiti assegnati e rientra nella più grave previsione dell’art. 77, lett. “q” del contratto collettivo. Tale motivazione risulta coerente e non soggetta a censura, onde l’apprezzamento del giudice di merito circa la gravità dell’infrazione e la adeguatezza della sanzione non può essere rimesso in discussione in sede di legittimità.

18. L’unico motivo del ricorso incidentale prospetta omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione in fatto circa un punto decisivo della controversia, a sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, perchè la Corte di Appello ha confermato la decisione di primo grado relativa all’idennità estero, laddove la domanda era nulla per carenza di prospettazione e comunque non poteva essere accolta perchè non era sufficiente il richiamo a precedente sentenza “inter partes” senza che fossero indicati i presupposti.

19. Il motivo è infondato. La Corte di Appello ha deciso circa la spettanza dell’indennità estero fondandosi su (ed apprezzando liberamente) una sentenza emessa in diverso giudizio e contenente principi (l’acquisizione dell’indennità siccome voce retributiva non riducibile) dalla Corte stessa condivisi. Trattasi di motivazione “per relationem”, in ordine alla quale il ricorrente in via incidentale ha l’onere di indicare gli errori di diritto ovvero i vizi di motivazione contenuti in quella sentenza, tanto più che la stessa risulta passata in giudicato e quindi è idonea a fare stato tra le parti circa la natura dell’erogazione e la sua irretrattabilità.

20. Entrambi i ricorsi debbono pertanto essere rigettati. La complessità della controversia e la reciproca soccombenza giustificano la compensazione delle spese del grado.

P.Q.M.

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE Riunisce i ricorsi e li rigetta. Compensa tra le parti le spese del processo di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 10 dicembre 2009.

Depositato in Cancelleria il 9 marzo 2010

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