Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 5700 del 09/03/2010

Cassazione civile sez. trib., 09/03/2010, (ud. 08/02/2010, dep. 09/03/2010), n.5700

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MIANI CANEVARI Fabrizio – Presidente –

Dott. MAGNO Giuseppe Vito Antonio – Consigliere –

Dott. BERNARDI Sergio – rel. Consigliere –

Dott. BISOGNI Giacinto – Consigliere –

Dott. BOTTA Raffaele – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

Ministero dell’Economia e delle Finanze, in persona del Ministro in

carica, ed Agenzia delle Entrate, in persona del Direttore Centrale

pro tempore, rappresentati e difesi dall’Avvocatura Generale dello

Stato, presso la stessa domiciliati in Roma, via dei Portoghesi n.

12;

– ricorrenti –

C.L.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 21/12/2004 della Commissione tributaria

regionale del Piemonte, depositata in data 14.12.2004;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza dell’8

febbraio 2010 dal consigliere relatore dott. Sergio Bernardi;

Udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale dott.

GAMBARDELLA Vincenzo che ha concluso per l’accoglimento del ricorso

per quanto di ragione.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con due ricorsi alla Commissione tributaria provinciale di Torino, il geometra C.L. chiedeva, previo annullamento dei silenzi rifiuto formatisi sulle proprie istanze di rimborso, la condanna dell’Amministrazione finanziaria alla restituzione delle somme di Euro 2214,43 e 2.195,97 versate a titolo di Irap rispettivamente per gli anni 1998 e 1999. I ricorsi erano accolti La CTR del Piemonte ha riunito e respinto gli appelli dell’Amministrazione finanziaria, che ricorre per la cassazione della sentenza della CTR con quattro motivi. Il contribuente intimato non si è difeso.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Motivando il rigetto degli appelli, la CTR ha osservato: “si ritiene che l’Amministrazione non abbia fornito in modo esaustivo e concreto quelle prove e quegli elementi probatori per consentire un più puntuale riscontro di fatto dell’elemento organizzativo che la Corte Suprema ritiene indispensabile per la valutazione dell’imponibilità Irap. L’appellante elenca una serie di valori concernenti costi, ricavi, beni strumentali ecc, che peraltro l’appellata Commissione Tributaria Provinciale ha giudicato, in modo del tutto condivisibile, di “ben modesto valore” che non rilevano per la verifica della presenza o meno del ripetuto fattore organizzativo. Per il previsto accertamento caso per caso del presupposto Irap, dovevano essere fornite le prove della presenza di una qualsiasi forma organizzativa di capitale e lavoro con la quale il contribuente in relazione all’attività di geometra, che peraltro richiede l’iscrizione all’Albo professionale, otteneva i propri risultati economici. La documentazione esaminata evidenzia una attività prettamente professionale incentrata sull’intuitus personae che, per costante orientamento di questa stessa Commissione … rappresenta la discriminante essenziale per valutare la potenzialità produttiva espressa dall’organizzazione. Nel caso di specie la professione svolta dall’appellante manca, almeno per il periodo esaminato per i quali si richiede il rimborso Irap, dell’elemento essenziale costituito dall’organizzazione del lavoro in forma aziendale e l’investimento di capitali per la concretizzazione e la conservazione di una anche minima organizzazione aziendale”.

Il ricorso per cassazione sviluppa quattro motivi di censura. Col primo (rubricato come violazione dell’art. 2967 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3) si lamenta che “la sentenza della CTR …

ha ritenuto che spettasse all’ufficio dimostrare la sussistenza del presupposto di imposta, laddove, trattandosi di giudizi aventi ad oggetto istanze di rimborso presentate dal contribuente, era su quest’ultimo che gravava l’onere di dimostrare la fondatezza della propria pretesa”; col secondo (rubricato come violazione del D.Lgs. n. 446 del 1997, artt. 2 e 3 in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3), si lamenta che la CTR abbia affermato che il presupposto dell’Irap ricorrerebbe per i lavoratori autonomi soltanto in quanto essi si avvalgano di una struttura organizzativa idonea a produrre valore aggiunto indipendentemente dal contributo lavorativo del titolare;

col terzo (rubricato come violazione della L. n. 662 del 1966, art. 3, comma 144, del D.Lgs. n. 446 del 1997, artt. 2, 3, 8, 27 e 36 e motivazione omessa o illogica in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3 e 5) si sostiene che il presupposto dell’imposizione Irap è per i professionisti la produzione di valore aggiunto comunque realizzata in maniera autonoma, che ricorrerebbe ogniqualvolta l’attività professionale sia svolta al di fuori di rapporti di dipendenza o collaborazione coordinata con strutture produttive facenti capo ad un diverso titolare; col quarto (rubricato come motivazione omessa o insufficiente su un punto decisivo, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5), si lamenta che la CTR abbia negato la ricorrenza del presupposto della “autonoma organizzazione” (pur inteso nel senso restrittivo contestato col terzo motivo) senza dar conto dei rilievi (contenuti nell’atto di appello e riportati nella stessa sentenza) concernenti i costi inerenti la produzione del reddito risultanti dalle dichiarazioni del contribuente, attinenti a consumi, beni strumentali, compensi a collaboratori ed altre spese ammontanti nell’insieme ad importo affatto rilevante.

Il terzo motivo è infondato, come questa corte ha ripetutamente affermato (12111/09; 3674/07). In realtà, l’espressione “autonomamente organizzata”, assunto dalla legge quale connotato indefettibile dell’attività abituale tassabile, non ha il significato soggettivo sostenuto dalla ricorrente, in virtù del quale tutti gli esercenti arti e professioni, indistintamente, sarebbero assoggettati all’imposta; ma è da interpretare necessariamente in senso oggettivo, come riferito ad un apparato esterno alla persona del professionista e distinto da lui, frutto dell’organizzazione di beni strumentali e/o di lavoro altrui. E’ questa l’unica interpretazione “costituzionalmente orientata”, obbligatoria per l’interprete, essendo stato evidenziato dal giudice delle leggi che, se la norma fosse accolta nel senso di ritenere applicabile l’imposta anche nel caso d’inesistenza del suddetto elemento oggettivo, risulterebbero violati i principi di eguaglianza e di capacità contributiva, garantiti appunto dall’equiparazione dell’attività professionale a quella imprenditoriale: equiparazione consentita in quanto ricorra in entrambe l’elemento dell’autonoma organizzazione, connaturata all’impresa e soggetta ad accertamento nella attività di lavoro autonomo; sicchè, “nel caso di una attività professionale che fosse svolta in assenza di elementi di organizzazione … risulterà mancante il presupposto stesso dell’imposta”.

Gli altri tre motivi sono invece fondati. Quanto al primo, è pacifico nella giurisprudenza di questa corte che in tema di ripetizione di indebito deve ritenersi operante il normale principio dell’onere della prova gravante sul creditore istante, il quale è pertanto tenuto a dimostrare sia l’avvenuto pagamento sia la mancanza di causa che lo giustifichi (9604/2000). In materia di Irap, in specie, costituisce onere del contribuente che chieda il rimborso dell’imposta asseritamente non dovuta dare la prova della assenza delle condizioni che giustificano l’applicazione dell’imposta, in particolare della assenza del presupposto della “autonoma organizzazione”, e cioè dell’impiego di beni strumentali eccedenti le quantità che, secondo l'”id quod plerumque accidit”, costituiscono nell’attualità il minimo indispensabile per l’esercizio dell’attività anche in assenza di organizzazione (3678/2007). Quanto al secondo, non è condivisibile l’affermazione della sentenza impugnata che una attività professionale possa ritenersi “autonomamente organizzata” ai sensi del D.Lgs. n. 446 del 1997, art. 2 solo quando si materializzi in una struttura capace di funzionare e di produrre redditi in assenza del titolare, o comunque a prescindere dal richiamo costituito dal prestigio del titolare presso la clientela. Simile impostazione porterebbe ad escludere dall’ambito dell’Irap pressochè tutte le attività professionali e persino di lavoro autonomo, annullando la rilevanza della distinzione, chiara nel dettato legislativo (D.Lgs. n. 446 del 1997, art. 3), fra il presupposto impositivo dell’attività professionale propria dei soggetti di cui al D.P.R. n. 917 del 1986, art. 49, comma 1, e quello dell’attività di impresa propria delle “persone fisiche esercenti attività commerciali di cui all’art. 51 del medesimo testo unico”. Deve viceversa ritenersi sufficiente, per affermare il presupposto impositivo dell’Irap, che il professionista si avvalga in modo non occasionale di lavoro altrui, o impieghi nell’organizzazione beni strumentali eccedenti, per quantità o valore, il minimo comunemente ritenuto indispensabile per l’esercizio dell’attività (3773/2007, 5011/2007). Quanto al quarto motivo, èstato chiarito che, nella valutazione della eccedenza della struttura organizzativa concretamente utilizzata su quella minima comunque indispensabile all’esercizio dell’attività professionale (eccedenza che costituisce il presupposto dell’imposizione Irap) costituisce indice rilevante l’entità e la qualità dei costi inerenti la produzione del reddito o il volume di affari risultanti dalle dichiarazioni Irpef ed Iva del contribuente (3673/2007). Sicchè la sentenza impugnata, che riporta in dettaglio, nella parte narrativa, consistenti voci di tal genere indicate nelle dichiarazioni dei redditi del contribuente 1998 e 1999, corrispondenti ad una percentuale importante dei compensi derivanti dall’attività, avrebbe dovuto chiarire il ragionamento sotteso alla decisione assunta, che ha ritenuto – senza alcuna notazione esplicativa – che quegli importi “di ben modesto valore …

non rilevano per la presenza o meno del ripetuto fattore organizzativo”.

La sentenza impugnata va dunque cassata, e la causa rimessa ad altra sezione della CTR del Piemonte perchè ripeta e motivi adeguatamente – alla stregua dei principi suesposti – il giudizio sulla ricorrenza in concreto del presupposto impositivo della “autonoma organizzazione”, traendone le debite conseguenze sull’esito del giudizio e la attribuzione del carico delle spese processuali, anche di questa fase.

P.Q.M.

Rigetta il terzo motivo; accoglie gli altri; cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, ad altra sezione della CTR del Piemonte.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 8 febbraio 2010.

Depositato in Cancelleria il 9 marzo 2010

 

 

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