Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 5690 del 09/03/2010

Cassazione civile sez. trib., 09/03/2010, (ud. 26/01/2010, dep. 09/03/2010), n.5690

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PLENTEDA Donato – Presidente –

Dott. D’ALONZO Michele – rel. Consigliere –

Dott. MAGNO Giuseppe Vito Antonio – Consigliere –

Dott. PERSICO Mariaida – Consigliere –

Dott. DIDOMENICO Vincenzo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

s.r.l. FINSOB, con sede in

(OMISSIS), in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente

domiciliata in Roma alla Via Ludovisi n. 35 presso lo studio

dell’avv. Lauro Massimo insieme con l’avv. Francesco VENDUTI che la

rappresenta e difende in forza della procura speciale rilasciata a

margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

(1) l’AGENZIA delle ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore;

(2) il MINISTERO dell’ECONOMIA e delle FINANZE, in persona del

Ministro pro tempore, entrambi elettivamente domiciliati in Roma alla

Via dei Portoghesi n. 12 presso l’Avvocatura Generale dello Stato che

li rappresenta e difende;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 9098/2004 depositata il 4 novembre 2004 dalla

Commissione Tributaria Centrale;

Udita la relazione svolta nella pubblica udienza del 26 gennaio 2010

dal Cons. dr. Michele D’ALONZO;

sentite le difese delle parti, perorate dall’avv. Francesco VENDITTI,

per la società, e dall’avv. Sergio FIORENTINO (dell’Avvocatura

Generale dello Stato), per le amministrazioni pubbliche;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale dr. DE

NUNZIO Wladimiro, il quale ha concluso per il rigetto del ricorso.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso notificato il 20 dicembre 2005 all’AGENZIA delle ENTRATE ed il giorno successivo al MINISTERO dell’ECONOMIA e delle FINANZE (ricorso depositato il 22 dicembre 2005), la s.r.l. FINSOB – premesso che: (1) il 5 marzo 1979 la “soc. Immobiliare Guidonia a r.l.” aveva presentato “dichiarazione annuale IVA per l’anno 1978 chiedendo, contestualmente, il rimborso dell’importo a credito di L. 24.549.000”; (2) non avendo il competente Ufficio provveduto (“nonostante il trascorrere dei termini previsti dal D.P.R. n. 633 del 1972, art. 38 bis, comma 1”) ad eseguire “il rimborso”, detta società il giorno 11 marzo 1983 aveva depositato presso lo stesso Ufficio “una richiesta di rimborso” e il 5 luglio 1984 notificato al medesimo, “a mezzo di lettera raccomandata”, “istanza a provvedere al rimborso delle somme suindicate”; (3) “decorsi inutilmente 246 giorni dalla intimazione” la società, “stante la formazione del silenzio- rifiuto”, aveva proposto ricorso al giudice tributario di primo grado che lo accoglieva “con decisione n. 861-80073 del 30 gennaio-24 aprile 1986” dichiarando “dovuto il rimborso” della somma detta nonchè “degli interessi maturati”, in forza di un solo motivo, chiedeva di cassare (“con vittoria delle spese di lite”) la sentenza n. 9098/2004 della Commissione Tributaria Centrale (depositata il 4 novembre 2004) che aveva accolto l’impugnazione dell’Ufficio avverso la decisione (683/00/1989) della Commissione Tributaria di secondo grado di Roma la quale aveva respinto l’appello dello stesso Ufficio contro detta sentenza di primo grado.

Nel controricorso notificato il 30 gennaio 2006 (depositato il 17 febbraio 2006) il MINISTERO e l’AGENZIA intimati instavano per il rigetto del ricorso “con ogni consequenziale statuizione, anche in ordine alle spese”.

La società depositava memoria ex art. 378 c.p.c..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Con la sentenza impugnata la Commissione Tributaria Centrale – premesso che: (1) il 5 marzo 1979 la s.r.l. Immobiliare Guidonia aveva presentato “dichiarazione annuale IVA per l’anno 1978 con un saldo a credito”; (2) il 5 luglio 1984 la “medesima società” aveva inviato all'”Ufficio IVA di Roma a mezzo raccomandata intimazione a provvedere al rimborso”; (3) “in data 14 marzo 1995” la stessa società, “a seguito del silenzio rifiuto dell’Ufficio”, aveva presentato ricorso alla Commissione Tributaria di primo grado “sostenendo di non avere ottenuto alcuna comunicazione nonostante” fossero “trascorsi i termini per la rettifica della dichiarazione (due anni)” e “chiedendo la declaratoria di legittimità della sua richiesta insieme agli interessi maturati dalla domanda al soddisfo”;

(4) il giudice di primo grado aveva accolto il ricorso affermando che la società aveva “rispettato i termini di cui al D.P.R. n. 636 del 1972, art. 16” e “osservato il D.P.R. n. 633 del 1972, art. 38 bis”;

(5) la commissione tributaria di secondo grado, adita dall’Ufficio, aveva confermato la decisione di primo grado “facendo presente che il D.P.R. n. 636 del 1972, art. 16 come sostituito dal D.P.R. 3 novembre 1982, n. 739, art. 7 ha eliminato l’intimazione a provvedere notificata a mezzo di lettera raccomandata con ricevuta di ritorno, che costituiva presupposto necessario della fattispecie di silenzio- rifiuto (Cass. … 5 maggio 1988 n. 3320) e che pertanto la richiesta di rimborso inviata all’Ufficio per plico raccomandato con avviso di ricevimento era ben idonea ad attivare l’Amministrazione perchè provvedesse sull’istanza stessa”, ricordato che “per il D.P.R. n. 602 del 1913, art. 38, comma 1 “il soggetto che ha effettuato il versamento diretto può presentare all’intendente di finanza …

istanza di rimborso … nel caso di … inesistenza totale o parziale dell’obbligo di versamento”, ha accolto il “ricorso” dell’Ufficio osservando, in primo luogo, che – potendo “il contribuente …

ricorrere alla Commissione di primo grado secondo le disposizioni del D.P.R. n. 636 del 1972” (per il cui art. 16, comma 3, “rimasto sostanzialmente immutato anche dopo l’emanazione del D.P.R. n. 739 del 1981”, “nei casi in cui il pagamento del tributo ha avuto luogo senza preventiva imposizione e nei casi in cui il contribuente afferma essere sopravvenuto il diritto al rimborso, si considera imposizione il rifiuto di restituzione della somma pagata, ovvero il silenzio dell’amministrazione per novanta giorni dalla intimazione a provvedere … e il ricorso deve essere proposto … entro sessanta giorni dal rifiuto o dalla scadenza dei novanta giorni”) “avverso il provvedimento dell’Intendente di Finanza, ovvero trascorsi 90 giorni dalla domanda senza che sia intervenuta alcuna decisione” – “il contribuente che intendeva agire in via giurisdizionale era tenuto, anzitutto, a notificare ad essa scilicet, all’Amministrazione finanziaria, mediante lettera raccomandata con ricevuta di ritorno, una “intimazione a provvedere” e solo dopo la scadenza di novanta giorni da tale notificazione il comportamento inerte della amministrazione assumeva il significato di provvedimento negativo …

contro il quale occorreva proporre ricorso nel consueto termine di sessanta giorni”; “l’intimazione costituiva, quindi, elemento essenziale della fattispecie …, essendo correlata ad essa, ed al decorso di altri novanta giorni dalla sua notificazione, il significato giuridico del comportamento inerte della pubblica amministrazione, che assumeva il valore legale tipico di provvedimento negativo di rimborso, secondo il meccanismo del silenzio-rigetto”.

La Commissione Centrale afferma, di poi, che: – “con la novella n. 739 del 1981 il sistema è adde: rimasto sostanzialmente immutato in quanto, in caso di silenzio da parte dell’Ufficio … protrattosi per novanta giorni a decorrere dalla presentazione della domanda, l’azione di rimborso è proponibile entro il termine di prescrizione del diritto al rimborso: è stato eliminato, quindi, l’onere del contribuente di formulare e notificare apposita diffida a provvedere”;

– la “Corte di Cassazione ha più volte affermato” (“da ultimo con sentenza n. 9835 del 6 ottobre 1990”) che “il meccanismo di formazione del silenzio rifiuto ha due distinte discipline da seguire: la prima con riferimento al periodo precedente al 1 gennaio 1982, la seconda dopo l’entrata in vigore del D.P.R. n. 739 del 1981, che con l’art. 7 ha modificato il D.P.R. n. 636 del 1972, art. 16”;

– “la stessa … Corte di Cassazione ha chiarito che le modifiche apportate con il D.P.R. n. 739 del 1981, attenendo alla formazione dell’atto impugnabile ed avendo, quindi, carattere sostanziale e non processuale, non sono suscettibili di applicazione ai rapporti sorti prima della loro entrata in vigore”, per cui “prima del 1 gennaio 1982 (… entrata in vigore del D.P.R. n. 739 del 1981 …) il termine per proporre ricorso alla Commissione tributaria decorreva non già dalla scadenza di novanta giorni dalla presentazione della domanda di rimborso, bensì dalla scadenza di un uguale termine dall’ulteriore atto di intimazione a provvedere sull’istanza, atto che il contribuente aveva l’onere di notificare a mezzo di lettera raccomandata e che costituiva presupposto necessario della fattispecie dei silenzio rigetto”.

Secondo il giudice a quo, quindi:

– “per le controversie attinenti rimborsi riferiti a periodi pregressi rispetto al primo gennaio 1982 deve trovare applicazione la procedura di cui al D.P.R. n. 636 del 1972, art. 16 con la previa diffida a provvedere sull’istanza di rimborso che costituisce necessario presupposto del silenzio-rigetto”;

– “nella specie, dalla decisione impugnata risulta che la controversia attiene a rimborso dell’IVA per l’anno 1978 e che la società … aveva provveduto ad inviare all’Amministrazione una richiesta di rimborso inviata per plico raccomandato con avviso di ricevimento che non era idonea ad attivare l’Amministrazione perchè provvedesse sull’istanza stessa non trattandosi di diffida a provvedere di cui al citato D.P.R. n. 636 del 1972, art. 16 e quindi non si era potuto formare su tale presupposto alcun silenzio- rifiuto”.

Per il giudice a quo, quindi, “la richiesta che la società ha prodotto alla commissione di primo grado era da considerare inammissibile”.

2. Con il proprio ricorso la società denunzia “violazione e falsa applicazione” del “D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 636, art. 16” nonchè “insufficiente e contraddittoria motivazione su punto decisivo della controversia” (testualmente) esponendo:

– “la commissione tributaria di primo grado ha compiuto un’esplicita affermazione circa l’avvenuta presentazione dell’istanza di rimborso da parte dell’Immobiliare Guidonia srl per cui consegue che essa l’ha giudicata rituale”;

– “l’Ufficio … ha gravato di appello la decisione deducendo, unicamente, che non si era formato il preteso silenzio-rifiuto poichè non vi era stata una (successiva) formale diffida nelle previste “forme sacramentali” da parte della Immobiliare”;

– “alla stregua, la questione devoluta alla Commissione Tributaria di secondo grado e, successivamente, alla Commissione Tributaria Centrale ha riguardato esclusivamente l’avvenuta osservanza del procedimento previsto dal D.P.R. n. 636 del 1972, art. 16 poichè ogni altro punto era coperto dal passaggio in giudicato … (Cass. 1, 3 novembre 1998 n. 10979)”;

– “la Commissione Tributaria Centrale ha dato riscontro negativo motivando che l’istanza di rimborso inviata per plico raccomandato con avviso di ricevimento non era idoneo ad attivare l’Amministrazione perchè provvedesse sull’istanza stessa non trattandosi di diffida a provvedere di cui al citato D.P.R. n. 636 del 1972, art. 16 e quindi non si era potuto formare su tale presupposto alcun silenzio-rifiuto”;

– “tale generico assunto è contraddittorio e viziato da evidente violazione di legge perchè la citata norma non prevede che l’atto riporti la espressa menzione del D.P.R. n. 636 del 1972, art. 16 nè altre forme “rituali” o “sacramentali” ma è sufficiente che contenga l’intimazione all’Ufficio competente a provvedere al rimborso e tale requisito non poteva essere disconosciuto nell’intimazione della Immobiliare Guidonia srl notificata con lettera raccomandata a.r.

datata (OMISSIS) (ricevuta il (OMISSIS)), già esaminata e richiamata nei precedenti gradi”.

3. Il ricorso deve essere respinto perchè infondato.

A. In via preliminare – in carenza di qualsivoglia convincente argomentazione contraria – va ribadito il “saldo principio” di questa Corte (tale definito già da sez. un. 9 dicembre 1996 n. 10952;

confermato da Cass., trib.: 15 maggio 2008 nn. 12169-12170; 21 dicembre 2007 n. 27004; 15 aprile 2005 n. 7910; 5 agosto 2002 n. 11684; 15 dicembre 2000 n. 15885, tra le recenti) secondo il quale;

(1) “Il ricorso per cassazione avverso le decisioni della Commissione Tributaria Centrale è proponibile solo ai sensi dell’art. 111 Cost.” e;

(2) “con il relativo rimedio straordinario sono deducibili soltanto i vizi di violazione di legge, e non anche quelli concretizzanti …

omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia”.

Siffatto principio – nonostante l’espressa applicabilità delle “disposizioni di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1 (quindi pure del n. 5, secondo cui il ricorso per cassazione può essere proposto “per omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio”) anche “alle sentenze ed ai provvedimenti diversi dalla sentenza contro i quali è ammesso il ricorso per cassazione per violazione di legge” disposta dallo stesso dell’art. 360 c.p.c., comma 4 (come novellato dal D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, art. 2) – deve essere tuttora applicato per la risoluzione della presente controversia in quanto la sentenza impugnata è stata depositata prima dell’entrata in vigore di tali modifiche: ai sensi dell’art. 27, comma 2 (“disciplina transitoria”) del detto D.Lgs. n. 40 del 2006, infatti, “le … disposizioni dei Capo 1^” (in cui è compreso l’art. 2) diverse da quelle contenute negli “art. 1 e art. 19, comma 1, lett. f)” (le quali soltanto, per il comma 1, “si applicano ai giudizi pendenti alla data di entrata in vigore del … decreto”) “si applicano ai ricorsi per cassazione proposti avverso le sentenze e gli altri provvedimenti pubblicati a decorrere dalla data di entrata in vigore di esso … Decreto” n. 40 del 2006.

B. In secondo luogo, poi, va ricordato che il vizio di “violazione e falsa applicazione di norme di diritto” di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, sussiste (Cass., trib., 10 febbraio 2006 n. 2935; id., trib., 20 gennaio 2006 n. 1127; id., 9 novembre 2005 n. 21767; id., I, 11 agosto 2004 n. 15499) soltanto quando si deduce la erronea ricognizione, da parte del provvedimento impugnato, della fattispecie astratta recata da una norma di legge: esso, quindi, implica necessariamente un problema interpretativo della stessa (di qui la funzione di assicurare l’uniforme interpretazione della legge assegnata a questa Corte dal R.D. 30 gennaio 1941, n. 12, art. 65).

Di contro, l’allegazione di un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa è esterna all’esatta interpretazione della norma di legge ed inerisce alla tipica valutazione del giudice di merito, la cui censura è possibile, (se consentita) in sede di legittimità, soltanto sotto l’aspetto del vizio di motivazione.

Il discrimine tra l’una e l’altra ipotesi (violazione di legge in senso proprio a causa dell’erronea ricognizione dell’astratta fattispecie normativa, ovvero erronea applicazione della legge in ragione della carente o contraddittoria ricostruzione della fattispecie concreta) è segnato, in modo evidente, dal fatto che solo quest’ultima censura, e non anche la prima, è mediata dalla contestata valutazione delle risultanze di causa.

Il vizio in questione, poi, giusta il disposto di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4, deve essere, a pena d’inammissibilità (Cass., 2, 12 febbraio 2004 n. 2707; id., 2, 26 gennaio 2004 n. 1317), dedotto mediante la specifica indicazione delle affermazioni in diritto contenute nella sentenza gravata che motivatamente si assumano in contrasto con le norme regolatrici della fattispecie o con l’interpretazione delle stesse fornita dalla giurisprudenza di legittimità o dalla prevalente dottrina, non risultando altrimenti consentito a questa Corte di adempiere al proprio compito istituzionale di verificare il fondamento della denunziata violazione.

C. L’applicazione al caso dei riprodotti principi di diritto evidenzia che la ricorrente, al di là della enunciazione operata nell’incipit della parte del proprio ricorso dedicata al “diritto”, in realtà non ha denunziato nessuna “violazione e falsa applicazione” del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 636, art. 16 in quanto non ha opposto nessuna considerazione a contestazione del decisivo punto interpretativo – fondante la decisione gravata – contenuto nell’affermazione del giudice a quo secondo la quale “per le controversie attinenti rimborsi riferiti a periodi pregressi rispetto al primo gennaio 1982 deve trovare applicazione la procedura di cui al D.P.R. n. 636 del 1972, art. 16 con la previa diffida a provvedere sull’istanza di rimborso che costituisce necessario presupposto del silenzio-rigetto”.

Siffatta, specifica affermazione – in particolare, il riferimento, corroborato con richiami a statuizioni (in specie: sentenza n. 9835 depositata il 6 ottobre 1990) di questa Corte, nella stessa contenuto, a “periodi pregressi” quali discrimine di applicabilità del nuovo testo dell’art. 16 introdotto con il D.P.R. novembre 1981, n. 739, art. 7 (norma che, come riconosce anche la Commissione Tributaria Centrale, ha “eliminato … l’onere del contribuente di formulare e notificare apposita diffida a provvedere”), invero, non risulta in alcun modo contestata dalla ricorrente perchè questa non ha nemmeno adombrato la (possibile) errata lettura, da parte della Commissione detta, di quelle statuizioni laddove essa individua i “periodi pregressi” costituenti il discrimine detto nell’anno d’imposta (nel caso, effettivamente anteriore) anzi che nell’epoca (nella specie, posteriore) di proposizione dell’istanza di rimborso.

La doglianza della ricorrente, invece, suppone la correttezza di detta individuazione e si rivolge unicamente alla motivazione del “negativo riscontro” in ordine alla “avvenuta osservanza del procedimento previsto dal D.P.R. n. 636 del 1972, art. 16” specificamente il punto nel quale si legge che “la richiesta” (non “l’istanza”, come riporta la ricorrente) “di rimborso inviata per plico raccomandato con avviso di ricevimento … non era idonea ad attivare l’Amministrazione perchè provvedesse sull’istanza stessa non trattandosi di diffida a provvedere di cui al citato D.P.R. n. 636 del 1972, art. 16 e quindi non si era potuto formare su tale presupposto alcun silenzio-rifiuto”), peraltro affermando (unicamente), come riportato, che “tale generico assunto è contraddittorio e viziato da evidente violazione di legge perchè la citata norma non prevede che l’atto riporti la espressa menzione del D.P.R. n. 636 del 1972, art. 16 nè altre forme “rituali” o “sacramentali” ma è sufficiente che contenga l’intimazione all’Ufficio competente a provvedere al rimborso e tale requisito non poteva essere disconosciuto nell’intimazione della Immobiliare Guidonia srl notificata con lettera raccomandata a.r. datata (OMISSIS) (ricevuta il (OMISSIS)), già esaminata e richiamata nei precedenti gradi”.

L’unica, effettiva doglianza (come confermato dal richiamo alla ritualità dell'”avvenuta presentazione” dell’istanza, che sarebbe stata affermata dal giudice di primo grado), quindi, si rivolge al giudizio, eminentemente fattuale, di non idoneità (“non era idonea”) della “richiesta di rimborso inviata” dalla società “ad attivare l’amministrazione” (e, di conseguenza, a “formare … alcun silenzio rifiuto”), espresso dalla Commissione Tributaria Centrale, ovverosia alla deduzione di un vizio attinente propriamente alla interpretazione del contenuto dell'”istanza” in questione che – a prescindere dalla inammissibilità della censura per violazione del principio di autosufficienza del ricorso per cassazione (art. 366 c.p.c.), attesa la mancanza nella stessa di qualsiasi riferimento al contenuto concreto dell’istanza detta, per il “saldo principio” richiamato innanzi sub A, è sottratto all’esame di questa Corte siccome (se e perchè) contenuto in decisione impugnabile soltanto ai sensi dell’art. 111 Cost..

4. Le spese processuali di questo giudizio di legittimità vanno integralmente compensate tra le parti ai sensi dell’art. 92 c.p.c., comma 2 testo, applicabile alla specie ratione temporis, anteriore alla modifica apportata, con effetto dal 1 marzo 2006, dalla L. 28 dicembre 2005, n. 263, art. 2, comma 1, lett. a).

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e compensa integralmente tra le parti le spese processuali del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 26 gennaio 2010.

Depositato in Cancelleria il 9 marzo 2010

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