Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 5670 del 09/03/2010

Cassazione civile sez. III, 09/03/2010, (ud. 17/02/2010, dep. 09/03/2010), n.5670

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PREDEN Roberto – Presidente –

Dott. FINOCCHIARO Mario – Consigliere –

Dott. SEGRETO Antonio – rel. Consigliere –

Dott. SPAGNA MUSSO Bruno – Consigliere –

Dott. SPIRITO Angelo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 11811/2005 proposto da:

MINISTERO DELLA SALUTE in persona del suo Ministro in carica,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, da cui è difeso per legge;

– ricorrente –

contro

B.E. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA EMILIO DE’ CAVALIERI 11, presso lo studio dell’avvocato

LANA Mario, che lo rappresenta e difende unitamente agli avvocati

LANA ANTON GIULIO, MELILLO MARIO giusta delega a margine del

controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 5110/2004 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

emessa il 30/9/2004, depositata il 30/03/2005, R.G.N. 596/2002;

udita la relazione della causa svolta nella Pubblica udienza del

17/02/2010 dal Consigliere Dott. ANTONIO SEGRETO;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FINOCCHI GHERSI Renato, che ha concluso per l’accoglimento.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso depositato il 17.5.2002 B.E. conveniva in giudizio davanti al tribunale di Roma il Ministero della Salute, per sentirlo condannare al pagamento dell’assegno una tantum previsto dalla L. n. 238 del 1997, art. 1, sin dal manifestarsi dell’HIV, contratto a seguito di trasfusione di sangue infetto e quindi da data precedente a quella della proposizione della domanda amministrativa.

La domanda veniva rigettata dal Tribunale di Roma.

La corte di appello di Roma, adita dal B., con sentenza depositata il 30.3.2005, accoglieva l’appello e riconosceva il diritto all’assegno una tantum di cui alla predetta legge.

Riteneva in particolare la corte territoriale che la ratio della L. n. 238 del 1997, non era quella di creare un’ingiustificata disparità di trattamento fra i soggetti che abbiano riportato infermità a seguito di vaccinazioni obbligatorie e quelli che siano stati contagiati dal virus dell’HIV a seguito di somministrazione di emoderivati o di emotrasfusioni, in quanto se così fosse, la norma non si sottrarrebbe a dubbi di incostituzionalità.

Avverso questa sentenza ha proposto ricorso per cassazione il Ministero della salute.

Resiste con controricorso l’intimato, che ha presentato anche memoria.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Preliminarmente va rilevata che è infondata l’eccezione di inammissibilità del ricorso per mancata specificità dei motivi. I motivi di doglianza sono, infatti, ben determinati.

2. Con l’unico motivo di ricorso il ricorrente lamenta la violazione della L. n. 210 del 1992, artt. 1 e 2 e della L. n. 238 del 1997, artt. 1, 2 e 4.

Assume il ricorrente che, contrariamente a quanto sostenuto dalla sentenza impugnata, l’assegno una tantum nella misura del 30% per ciascun anno per il periodo tra il manifestarsi della patologia e la corresponsione dell’indennizzo è dovuto non indiscriminatamente a tutte le categorie di soggetti che possono fruire dell’indennizzo di cui alla L. n. 210 del 1992, ma solo a coloro che hanno contratto il contagio da vaccinazione, sulla base del dato letterale della.

3.1. Il motivo è fondato.

Nei primi anni ’90, quando da un lato crescevano le conoscenze scientifiche sulle modalità di diffusione del virus AIDS e dall’altro il fenomeno del contagio di varie patologie prendeva dimensioni allarmanti e non più ignorabili, lo Stato interveniva con una misura di sicurezza sociale, approvando la L. 25 febbraio 1992, n. 210, che prevede non un pieno risarcimento del danno subito dai soggetti contagiati, ma una misura di solidarietà sociale di natura assistenziale, costituita da un indennizzo a carico dello Stato.

Attualmente, la L. n. 210 del 1992, come integrata e modificata sia dagli interventi della Corte costituzionale che dalla L. n. 238 del 1997, prevede un indennizzo a favore di soggetti danneggiati da complicanze irreversibili a causa di: Vaccinazioni, Trasfusioni, Somministrazioni di emoderivati, Infezioni contratte per cause da imputare ai rischi professionali (per il personale sanitario).

3.2. Con il ricorso si chiede a questa Corte se l’assegno una tantum previsto dalla L. n. 210 del 1992, art. 2, comma 2 (nel testo sostituito dal D.L. n. 548 del 1996, art. 7) sia dovuto solo ai soggetti che hanno contratto il virus per vaccinazioni obbligatorie o a tutti i soggetti protetti dalla L. n. 210 del 1992.

3.3. La L. n. 210 del 1992, art. 2, comma 2, ha subito numerose modifiche.

Nel testo attuale, frutto della modifica introdotta con D.L. n. 548 del 1996, convertito in L. n. 641 del 1996, e poi ripetuta dalla successiva L. n. 238 del 1997, art. 1, comma 2, esso prevede che: “Ai soggetti di cui all’art. 1, comma 1, anche nel caso in cui l’indennizzo sia stato già concesso, è corrisposto, a domanda, per il periodo ricompreso tra il manifestarsi dell’evento dannoso e l’ottenimento dell’indennizzo, un assegno una tantum nella misura pari, per ciascun anno, al 30 per cento dell’indennizzo dovuto ai sensi del presente articolo, comma 1, e del primo periodo del presente comma, con esclusione di interessi legali e di rivalutazione monetaria”.

Il legislatore quindi con esso ha aggiunto all’originario indennizzo una seconda provvidenza, costituita da un assegno una tantum in misura pari, per ciascun anno, al 30% dell’indennizzo liquidato al danneggiato, per coprire uno spazio che la disciplina originaria aveva lasciato privo di tutela: il periodo tra il manifestarsi dell’evento dannoso e l’ottenimento dell’indennizzo, che può essere anche di decine di anni. Infatti, ai sensi della L. n. 210, art. 2, comma 2, l’indennizzo – ove riconosciuto – ha decorrenza dal primo giorno del mese successivo alla presentazione della domanda, secondo il principio generale che lega la decorrenza della concessione di un trattamento previdenziale o assistenziale alla proposizione della domanda stessa. La tutela originariamente fornita dalla legge nel sua prima stesura in favore di chi avesse subito l’evento dannoso prima dell’entrata in vigore della legge, era limitata ad una sorta di rimessione in termini procedurale, nel senso che il termine di decadenza triennale per la proposizione della domanda di indennizzo iniziava a decorrere per loro dalla data di entrata in vigore della legge e non dal manifestarsi del danno, ma nulla cambiava sotto il profilo sostanziale, nel senso che la decorrenza del trattamento era pur sempre dal primo giorno del mese successivo alla presentazione della domanda, e quindi chi aveva subito un danno irreversibile per una delle cause previste dalla legge in anni remoti non aveva diritto a nessuna forma indennitaria per il passato.

3.4. L’intervento normativo volto a colmare questa lacuna di tutela è stato posto in essere anche in questo caso rispondendo alla chiara sollecitazione della Corte costituzionale, che con sentenza n. 118 del 18 aprile 1996 ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della L. 25 febbraio 1992, n. 210, art. 2, comma 2, e art. 3, comma 7, nella parte in cui escludono, per il periodo ricompreso tra il manifestarsi dell’evento prima dell’entrata in vigore della predetta legge e l’ottenimento della prestazione determinata a norma della stessa legge, il diritto all’equo indennizzo a carico dello Stato per le menomazioni riportate a causa di vaccinazione obbligatoria antipoliomielitica da quanti vi si siano sottoposti e da quanti abbiano prestato ai primi assistenza personale diretta.

3.5. La formula della legge limita chiaramente i possibili fruitori dell’assegno aggiuntivo, nel senso che esso può spettare solo ai danneggiati da vaccinazioni e appare escludere, prima facie, che altre categorie di soggetti protetti dalla legge (danneggiati da emotrasfusioni e da somministrazione di emoderivati, personale ospedaliere che abbia contratto il contagio per ragioni di servizio) abbiano diritto alla provvidenza aggiuntiva.

In questi termini hanno statuito anche le S.U. di questa Corte che hanno affermato il seguente principio: “In materia di indennizzi ai soggetti danneggiati da vaccinazioni obbligatorie, trasfusioni ed emoderivati, disciplinati dalla L. n. 210 del 1992, e dalla successiva L. n. 238 del 1997, la previsione di un indennizzo aggiuntivo, per il periodo antecedente la entrata in vigore della citata L. n. 210 del 1992, sotto forma di assegno “una tantum”, previsione contenuta nella stessa L. n. 210 del 1992, art. 2, comma 2, non è applicabile ai soggetti danneggiati da epatite post- trasfusionale o da infezione HIV, in quanto il predetto dall’art. 2, comma 2, espressamente limita il beneficio di cui si tratta ai soli soggetti di cui alla L. n. 210 del 1992, art. 1, comma 1, e cioè a quanti abbiano subito una menomazione permanente alla salute da vaccinazione obbligatoria, senza che sia per questo configurabile una illegittimità costituzionale, come già ritenuto anche dalla Corte Costituzionale con le sentenze n. 226 e 423 del 2000, e con la ord. n. 522 del 2000″ (Cass. civ. , Sez. Unite, 11/01/2008, n. 578; vedasi anche Cass. 07/04/2008, n. 8976).

Ritiene questa Corte che non vi sono ragioni per discostarsi da tale orientamento.

4.1. I dubbi di costituzionalità sostenuti dalla sentenza impugnata sono già stati respinti dall’orientamento fermo assunto sul tema dalla Corte costituzionale (la questione è stata dichiarata manifestamente infondata con le sentenze n. 226/2000 e n. 423/2000, e con l’ordinanza n. 522/2000).

Con la prima di tali pronunce la Consulta ha ritenuto non fondata la questione di legittimità costituzionale della L. n. 210 del 1992, artt. 1 e 2, come integrata dalla L. 25 luglio 1997, n. 238, art. 1, comma 2, sollevata in riferimento agli artt. 2, 3, 32 e 38 Cost., nella parte in cui, in caso di infezione da virus HIV e HCV (epatiti C), conseguente a trasfusione di sangue o derivati, verificatasi anteriormente alla data di entrata in vigore della L. n. 210 del 1992, fanno decorrere l’indennizzo previsto dal primo giorno del mese successivo alla presentazione della domanda e non dal verificarsi dell’evento dannoso o dalla conoscenza che di esso abbia avuto l’interessato.

Ha osservato la Corte costituzionale, in tale occasione, che, ai fini della decorrenza dell’indennizzo, a carico dello Stato, in conseguenza di un danno irrimediabile alla salute, non può essere confrontata la disciplina apprestata in caso di danno da vaccinazione obbligatoria con quella del danno da trasfusione (che quindi la Corte ha ritenuto diversamente disciplinato), ancorchè quest’ultimo trattamento, pur non essendo imposto per legge sia comunque necessitato, pena il rischio della vita, instaurandosi, a tal fine, il rapporto tra “cogenza” dell’obbligo legale e la “necessità” della misura terapeutica. Infatti, la ragione determinante del diritto all’indennizzo risiede nell’interesse pubblico di promozione della salute collettiva tramite il trattamento sanitario e lo stesso interesse – una volta che sia assunto a ragione dell’imposizione di un trattamento sanitario obbligatorio o di una politica incentivante – è fondamento dell’obbligo generale di solidarietà nei confronti di quanti, sottoponendosi al trattamento, vengono a soffrire di un pregiudizio alla loro salute.

4.2. Analoghe sono le argomentazioni svolte dal Giudice costituzionale nella sentenza n. 423 del 2000.

Le suddette costanti argomentazioni del Giudice delle leggi inducono questa Corte a ritenere manifestamente infondata l’eccezione di illegittimità costituzionale della L. n. 238 del 1997, art. 1, commi 2 e 3, sollevata dal B. con la memoria.

5. Va, quindi, accolto il ricorso e cassata l’impugnata sentenza.

La causa può essere decisa nel merito, a norma dell’art. 384 c.p.c., comma 1, non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto.

Sulla base di quanto sopra detto l’appello va rigettato.

In applicazione dell’art. 152 disp. att. c.p.c., nulla è da disporsi in ordine alle spese del processo.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso; cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta l’appello; nulla per le spese dell’intero processo.

Così deciso in Roma, il 17 febbraio 2010.

Depositato in Cancelleria il 9 marzo 2010

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA