Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 5561 del 21/02/2022

Cassazione civile sez. II, 21/02/2022, (ud. 07/12/2021, dep. 21/02/2022), n.5561

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GORJAN Sergio – Presidente –

Dott. BELLINI Ubaldo – rel. Consigliere –

Dott. BERTUZZI Mario – Consigliere –

Dott. COSENTINO Antonello – Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 14712/2017 proposto da:

R.A.L., e P.G., rappresentati e difesi dagli

Avv.ti FABRIZIO GIORDANO, e NUNZIO GAGLIOTTI, ed elettivamente

domiciliati in ROMA, presso l’avv. Silvio Bozzi, con studio in Via

CHIANA 48;

– ricorrenti –

contro

COMUNE di BENEVENTO, in persona del legale rappresentante pro

tempore, rappresentato e difeso dall’Avv.to RAFFAELE LAMPARELLI, ed

elettivamente domiciliato in ROMA, presso lo studio dell’avv. Stella

Petrucci, Via del BABUINO 29;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 4346/2016 della CORTE di APPELLO di NAPOLI,

pubblicata il 7.12.2016;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

07/12/2021 dal Consigliere Dott. UBALDO BELLINI.

 

Fatto

FATTO E DIRITTO

Con atto di citazione, notificato in data 21.7.1995 il COMUNE di BENEVENTO conveniva innanzi al Tribunale di Benevento R.A.L., P.D., P.G. affinché venissero accolte le seguenti richieste: a) ritenute le condizioni di cui all’art. 2901 c.c., ritenuto provato (liquido ed esigibile) il credito di esso Comune istante, dichiararsi inefficace e, subordinatamente, simulato l’atto di costituzione di rendita vitalizia, stipulato per atto pubblico in data 19.10.1990 fra le parti convenute; b) per l’effetto autorizzarsi il Comune di Benevento a promuovere azione esecutiva sull’immobile sito in Via Pace Vecchia n. 45; c) ordinarsi al Conservatore dei RR.II. le conseguenti trascrizioni; d) in via alternativa, in caso di mancato accoglimento della domanda principale, condannare P.G. alla restituzione – in favore di esso Comune istante – di tutte le somme indebitamente riscosse, ammontanti a Lire 111.089.000 (secondo la moneta avente all’epoca corso legale), oltre interessi e rivalutazione; e) in via ancor più subordinata, accertare l’arricchimento senza causa di P.G. e, per l’effetto, condannare lo stesso al pagamento di un indennizzo, in favore di esso Comune istante, pari a quelle somme percepite a titolo di contributo ex L. n. 219 del 1981, o a quelle che il Tribunale adito avesse ritenuto equo determinare, con interessi e rivalutazione come per legge.

A fondamento della domanda il Comune deduceva che: in data 18.10.1982 R.A.L. aveva inoltrato al Comune di Benevento istanza per ottenere il contributo di cui della L. n. 219 del 1981, artt. 9 e 10 e successive modificazioni e integrazioni, per la ricostruzione del fabbricato urbano di sua proprietà, sito in (OMISSIS); il Comune di Benevento aveva concesso all’istante il contributo di Lire 135.475.200 per la ricostruzione dell’immobile su descritto, disponendo l’erogazione in ragione del 15% dell’importo concesso, pari a Lire 20.321.280, all’inizio dei lavori; in ragione dell’ulteriore 80%, pari a Lire 108.380.160, in base a stati di avanzamento dei lavori; e in ragione del residuo 5%, pari a Lire 6.773.760, dopo l’ultimazione dei lavori; inoltre, con il medesimo atto il Comune aveva autorizzato l’esecuzione delle opere ammesse a contributo con concessione edilizia; le suddette somme erano state erogate regolarmente, per la complessiva somma di Lire 118.089.000 ad R.A.L. e per lei riscosse dal figlio P.G., che, all’atto della detta riscossione, si era qualificato come procuratore della madre, il tutto così come evincibile dai certificati di pagamento n. (OMISSIS); che in seguito a indagini interne all’amministrazione erano state riscontrate gravissime irregolarità afferenti alla pratica in oggetto e, segnatamente, la totale assenza dei documenti essenziali ai fini della concessione del contributo, primo fra tutti la mancanza del documento comprovante la proprietà dell’immobile oggetto della domanda in capo alla R.; la domanda di concessione del contributo non recava alcuna data e la scarna documentazione allegata recava una data addirittura posteriore a quella della concessione del contributo; la medesima amministrazione, inoltre, aveva riscontrato l’esistenza di altra pratica presentata a nome della medesima R. e di tale Q.N., ma all’interno del fascicolo relativo alla suddetta pratica non era stato rinvenuto alcun atto o istanza riferibile alla R..

Le predette gravissime irregolarità erano state anche denunciate in sede penale e il P.M. presso la Procura di Benevento per i reati riscontrati, sia a carico della R. che dell’intera Commissione, che il contributo in questione le aveva concesso, aveva chiesto e ottenuto il rinvio a giudizio degli stessi. Con decreto sindacale del 12.8.1994 era stata disposta la sospensione del contributo illegittimamente concesso alla R. e, successivamente, con Decreto 3.10.1994, n. 1065, era stato annullato il precedente decreto di concessione del contributo in questione e la R. era stata diffidata alla restituzione di tutte le somme già riscosse. L’impugnativa di tale annullamento, proposta dalla R., era stata respinta dal TAR, in sede di sospensiva; il Comune per la restituzione del contributo aveva ottenuto nei confronti della R. decreto ingiuntivo dal Tribunale di Benevento; ma, a seguito di indagini catastali, svolte al fine di porre in esecuzione la condanna giudiziale così ottenuta, aveva appurato che la R. non era più proprietaria dell’immobile avendo venduto, con atto notarile del 19.10.1990, la nuda proprietà al figlio P.G., trattenendo per sé e per il marito P.D., l’usufrutto e ricevendo quale corrispettivo la somma di Lire 38.000.000, oltre che obbligo di vitalizio (vitto, alloggio, assistenza morale e materiale) a favore di entrambi i coniugi, oltre che l’obbligo a carico dell’acquirente, P.G., di provvedere alle spese di ristrutturazione dell’immobile; le modalità e la tempistica con cui erano state poste in essere le suddette azioni erano chiaro sintomo del doloso e fraudolento intento della R., in combutta con il figlio, di sottrarre l’unico consistente bene esistente nel suo patrimonio alla garanzia dell’adempimento dell’obbligo restitutorio vantato dal Comune, per cui si era reso necessario intraprendere l’azione in oggetto.

Si costituivano in giudizio i convenuti resistendo alla domanda e chiedendone il rigetto.

Il Tribunale di Benevento, ritenendo l’atto dispositivo posteriore all’insorgenza del credito, rigettava la domanda per mancanza di prova della dolosa preordinazione dell’atto stesso ad arrecare pregiudizio alle ragioni dell’ente creditore.

La Corte d’Appello adita per l’impugnazione confermava quanto stabilito dal primo Giudice.

Avverso detta sentenza proponeva ricorso per cassazione il Comune di Benevento e la Suprema Corte accoglieva il ricorso annullando la sentenza di secondo grado e disponendo il rinvio al medesimo Giudice, in diversa composizione. La Cassazione (Cass. n. 299 del 2015 inter partes) rilevava il difetto di motivazione in relazione ai presupposti dell’azione ex art. 2901 c.c. e alla prova presuntiva.

Con sentenza n. 4346/2016, depositata in data 7.12.2016, la Corte d’Appello di Napoli accoglieva l’appello dichiarando inefficace nei confronti del Comune di Benevento l’atto di vendita con contestuale costituzione di rendita vitalizia del 19.10.1990, condannando R.A.L. e P.G., in via solidale, al pagamento delle spese di lite di tutti i precedenti gradi.

Avverso la sentenza propone ricorso per cassazione R.A.L. sulla base di quattro motivi. Resiste il Comune di Benevento con controricorso, illustrato da memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. – Con il primo motivo, la ricorrente lamenta la “Violazione e/o falsa applicazione degli artt. 102 e 141 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3”, giacché l’atto di citazione del 13.3.2015 dinanzi alla Corte d’Appello di Napoli (in riassunzione della sentenza della Suprema Corte) risulta notificato ai soli convenuti R.A.L. e P.G., ma non anche al convenuto P.D. presso il difensore domiciliatario. La nullità della notifica avrebbe determinato la violazione del contraddittorio necessario e, comunque, reso nullo l’intero grado di giudizio. Ancor prima, però, a P.D. nemmeno era stato utilmente notificato il ricorso per cassazione del 18.5.2011, con la conseguenza che nullo risultasse anche il giudizio svoltosi dinanzi alla Suprema Corte. In particolare, non era stato correttamente notificato il suddetto ricorso per cassazione essendo questo indirizzato a P.D., quale personale destinatario presso la residenza e non nel domicilio eletto in (OMISSIS) presso l’avv. Gaetano Testa. La circostanza dell’avvenuto decesso di P.D. alla data del 29.5.2005 non escludeva la violazione degli artt. 102 e 141 c.p.c., in quanto l’evento morte non era mai stato dichiarato dal procuratore a norma del combinato disposto dell’art. 299 c.p.c. e art. 300 c.p.c., commi 1 e 2. La controparte ha evidenziato di aver tentato di notificare il ricorso e di aver depositato unitamente al medesimo il certificato attestante il decesso; ma la notifica a P.D. avrebbe dovuto avere luogo nel domicilio eletto presso l’avv. Testa (ai sensi di Cass., Sez. un., n. 15295 del 2014).

1.1. – Il motivo è infondato.

1.2. – Va in primo luogo evidenziato che il Comune di Benevento (ricorrente in quel giudizio) aveva inutilmente tentato di notificare il ricorso a P.D. ed aveva depositato, unitamente al ricorso, il certificato attestante il decesso di quest’ultimo, avvenuto in data 29 maggio 2005. La Corte di legittimità affermava che, tenuto conto della posizione del predetto P.D. in relazione all’atto cui si riferisce l’azione revocatoria e dei rapporti del medesimo con le altre parti (rispettivamente moglie e figlio), risultasse comunque integro il contraddittorio (in tal senso e inter partes, Cass. n. 299 del 2015, pag. 3). Laddove anche la successiva riassunzione innanzi alla corte d’appello per la rinnovazione del giudizio a seguito del rescindente (costituito dalla menzionata sentenza appena evocata) non aveva necessità di notifica nei confronti del defunto.

1.3. – La morte o la perdita di capacità della parte costituita a mezzo di procuratore, dallo stesso non dichiarata in udienza o notificata alle altre parti, comporta, giusta la regola dell’ultrattività del mandato alla lite, che: a) la notificazione della sentenza fatta a detto procuratore, ex art. 285 c.p.c., è idonea a far decorrere il termine per l’impugnazione nei confronti della parte deceduta o del rappresentante legale di quella divenuta incapace; b) il medesimo procuratore, qualora originariamente munito di procura alla lite valida per gli ulteriori gradi del processo, è legittimato a proporre impugnazione – ad eccezione del ricorso per cassazione, per cui è richiesta la procura speciale – in rappresentanza della parte che, deceduta o divenuta incapace, va considerata, nell’ambito del processo, tuttora in vita e capace; c) è ammissibile la notificazione dell’impugnazione presso di lui, ai sensi dell’art. 330 c.p.c., comma 1, senza che rilevi la conoscenza aliunde di uno degli eventi previsti dall’art. 299 c.p.c., da parte del notificante (Cass. n. 15295 del 2014; Cass. n. 20964 del 2018; conf. Cass. n. 11072 del 2018). Sicché, in caso di morte o perdita di capacità della parte costituita a mezzo di procuratore, l’omessa dichiarazione o notificazione del relativo evento ad opera di quest’ultimo comporta, giusta la regola dell’ultrattività del mandato alla lite, che il difensore continui a rappresentare la parte come se l’evento stesso non si fosse verificato, risultando così stabilizzata la posizione giuridica della parte rappresentata (rispetto alle altre parti ed al giudice) nella fase attiva del rapporto processuale, nonché in quelle successive di sua quiescenza od eventuale riattivazione dovuta alla proposizione dell’impugnazione; ne consegue che è ammissibile la notificazione dell’appello presso il procuratore della parte costituita in primo grado e deceduta successivamente (Cass. n. 24845 del 2018; conf. Cass. n. 8037 del 2021).

Il Comune di Benevento, deduceva l’infondatezza del primo motivo per non avere i ricorrenti interesse a invocare una pretesa lesione del contraddittorio, attesa la non sussistenza di ipotesi di litisconsorzio obbligatorio della fattispecie. Sta di fatto che la sentenza della Cassazione (Cass. n. 299 del 1015) statuiva che non si trattasse di ipotesi di litisconsorzio posto che si evidenziava l’integrità del contraddittorio. Pertanto, la successiva riassunzione innanzi alla Corte d’Appello non necessitava di notifica nei confronti di P.D.. Al suddetto capo di sentenza i ricorrenti prestavano acquiescenza in quanto all’atto della costituzione nel giudizio di rinvio non deducevano alcuna lesione del contraddittorio per mancata citazione del de cuius P.D..

2. – Con il secondo motivo, la ricorrente lamenta la “Violazione e /o falsa applicazione degli artt. 2901, 2967 e 2033, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3 – Violazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5, per omesso esame di fatto storico emergente dagli atti”. La sentenza impugnata aveva fatto malgoverno dell’istituto dell’azione revocatoria, applicandolo al caso di specie pur in assenza dei presupposti previsti dalla norma regolatrice di cui all’art. 2901 c.c.. In particolare, secondo i ricorrenti la sentenza impugnata aveva ritenuto che l’atto dispositivo del 19.10.1990 fosse intervenuto quando il contributo era già stato riconosciuto in favore della R.. Invece, il documento cui fa riferimento la sentenza impugnata, cioè la delibera adottata nell’ottobre 1990, altro non sarebbe stata che la concessione edilizia, nella quale non risultava alcun riferimento al contributo post sisma ex L. n. 219 del 1981. Inoltre, l’esame della motivazione della sentenza penale emessa dal Tribunale penale di Benevento evidenziava come la concessione del contributo fosse stata successiva all’atto dispositivo. Questa circostanza di fatto, del tutto trascurata dalla Corte di merito, non consente di affermare sussistente l’accordo tra le parti in frode al creditore, che tale non era alla data del 19.10.1990.

2.1. – Il motivo non è fondato.

2.2. – La ricorrente, in violazione del principio del ne bis in idem, tentava di reintrodurre tematiche già decise dalla sentenza della Suprema Corte n. 299 del 2015, secondo la quale (ad integrare l’animus nocendi richiesto dall’art. 2901 c.c.) era sufficiente che il debitore avesse compiuto l’atto dispositivo nella previsione dell’insorgenza del debito e del pregiudizio del creditore; dalla sentenza n. 314/00 del Tribunale penale di Benevento emergeva che la R. non avesse mai presentato l’istanza di contributo; così come dalla sentenza n. 37/99, emessa dal medesimo Tribunale a carico dei componenti della Commissione Comunale di cui alla L. n. 219 del 1981, emergeva che i medesimi avessero approvato il contributo a favore della R. sulla base di una pratica inesistente perché mai presentata e comunque carente

dei presupposti e delle condizioni normativamente previste. Pertanto, la Corte di merito non aveva compiuto alcun travisamento dei fatti.

3. – Con il terzo motivo, la ricorrente lamenta la ” Violazione e/o falsa applicazione degli artt. 1322,1470 e 1872 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3 – Violazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5, per omesso e travisato esame di un fatto storico emergente dagli atti”, giacché la sentenza impugnata distorceva l’istituto giuridico del vitalizio improprio, caratterizzato dalla infungibilità della prestazione resa intuitu personae, declassandolo a mera rendita vitalizia (Cass. n. 10859 del 2010). L’esame dell’articolato contenuto dell’atto dispositivo conferma sia che le prestazioni promesse dal P. non erano fungibili, sia che il trasferimento dell’immobile da parte della R. non era disposto in cambio di denaro, ma quale parziale corrispettivo per le prestazioni di assistenza promesse, per cui l’atto dispositivo non ebbe a costituire dissimulazione della cessione del bene immobile in frode ai creditori. E’ evidente l’errore in cui cade la sentenza d’appello quando identifica la somma di 38 milioni quale corrispettivo laddove tale somma altro non costituisce che mera dichiarazione, a fini fiscali, necessaria per la tassazione dell’atto. Invero, l’atto dispositivo non prevedeva alcuna dazione di denaro a titolo di controprestazione.

3.1. – Il motivo non è fondato.

3.2. – La censura tende a una rivisitazione del fatto inammissibile in sede di legittimità. Si evidenziava infatti che determinante per la decisione di merito fosse il dato incontestato del non esservi stata alcuna dazione di 38 milioni di Lire. Era incontrovertibile che la cessione dell’immobile (unico bene nella disponibilità della R. atto a soddisfare le pretese del creditore) avesse raggiunto lo scopo di sottrarre la garanzia di soddisfacimento delle obbligazioni. Era, pertanto, irrilevante la disamina delle funzioni del preteso contratto atipico di vitalizio alimentare improprio.

4. – Con il quarto motivo, la ricorrente deduce la “Violazione e/o falsa applicazione degli artt. 2721 e 2729 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3”. La sentenza, impugnata male, interpreta il principio giuridico relativo alla presunzione semplice di cui agli artt. 2721 c.c. e segg., ritenendo che il mero legame di filiazione tra il vitaliziante e la vitaliziata e il solo fatto che P.G., divenuto ingegnere, abbia sostituito solo per una variante del progetto iniziale il geom. Pa. (originario progettista), siano sufficienti a ritenere provata la sussistenza del consilium fraudis. La sentenza impugnata è carente nella motivazione, laddove assegna la qualità di elementi gravi, precisi e concordanti alle due richiamate circostanze di fatto. Anche in questo caso la mancanza di motivazione nel percorso logico-giuridico seguito tende a ridurre ingiustamente l’effettiva portata dell’atto dispositivo che, invece, non costituì affatto dissimulazione della cessione dell’immobile in frode al creditore. Si richiama la giurisprudenza di legittimità secondo cui, quando l’atto di disposizione è anteriore al sorgere del credito, come nella fattispecie in esame, il ricorso a presunzioni semplici è ammesso, ma deve essere adeguatamente motivato (Cass. n. 18315 del 2015).

4.1. – Il motivo è inammissibile,

4.2. – Si rileva che il riferimento della Corte d’Appello alla qualità di figlio del vitaliziante va correlato alla sua qualità di subentrato progettista dell’opera sottoposta a contributo e, quindi, le irregolarità del contributo – che poi hanno condotto alla sua revoca – non potevano da esso non essere conosciute. Tuttavia, si tratta di valutazione di merito insindacabile in questa sede di legittimità. Ai fini determinanti la decisione di merito era sufficiente ed incensurabile il dato incontestato del fatto che non vi fosse stata nessuna dazione dei 38 milioni di Lire.

5. – Il ricorso va rigettato. Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo. Va emessa altresì la dichiarazione ex D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater.

PQM

La Corte rigetta il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento in favore del controricorrente delle spese del presente grado di giudizio, che liquida in complessivi Euro 7.500,00 di cui Euro 200,00 per rimborso spese vive, oltre al rimborso forfettario spese generali, in misura del 15%, con (eventuale distrazione ed) accessori di legge. Ex D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, sussistono i presupposti per il versamento, dalla ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 7 dicembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 21 febbraio 2022

 

 

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