Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 5553 del 06/03/2017

Cassazione civile, sez. lav., 06/03/2017, (ud. 06/12/2016, dep.06/03/2017),  n. 5553

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI CERBO Vincenzo – Presidente –

Dott. BRONZINI Giuseppe – Consigliere –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – rel. Consigliere –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. CINQUE Guglielmo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 21191-2011 proposto da:

D.D.L., C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA PANAMA 74, presso lo studio dell’avvocato GIANNI EMILIO

IACOBELLI, che lo rappresenta e difende, giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

POSTE ITALIANE S.P.A., C.F. (OMISSIS), in persona del Presidente e

legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in

ROMA, VIALE MAZZINI 134, presso lo studio dell’avvocato LUIGI

FIORILLO, che la rappresenta e difende, giusta delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 6577/2010 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 06/09/2010 R.G.N. 9357/2009;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

06/12/2016 dal Consigliere Dott. PAOLO NEGRI DELLA TORRE;

udito l’Avvocato BONFRATE FRANCESCA per delega orale Avvocato

FIORILLO LUIGI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SANLORENZO Rita, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza n. 6577/2010, depositata il 6 settembre 2010, la Corte di appello di Roma respingeva il gravame di D.D.L., osservando, quanto al contratto dallo stesso stipulato con Poste Italiane S.p.A. per il periodo dall’1 agosto al 31 agosto 2006, come la disciplina di cui al D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 2, comma 1 bis, dovesse ritenersi alternativa (anzichè aggiuntiva) rispetto alla disciplina stabilita in via generale dall’art. 1, con conseguente infondatezza della censura di violazione delle prescrizioni poste da tale ultima norma, esclusa l’esistenza di ragioni di contrasto tra l’interpretazione così adottata e l’ordinamento comunitario. La Corte rilevava poi l’assenza di censure nei confronti della sentenza di primo grado là dove aveva ritenuto provato il rispetto del limite del 15% e la mancanza di contestazioni circa la sussistenza delle altre condizioni previste dalla legge, fra cui la comunicazione alle organizzazioni sindacali.

Ha proposto ricorso per la cassazione della sentenza il D.D. con quattro motivi, illustrati da memoria; la società ha resistito con controricorso.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Il Collegio ha autorizzato, come da decreto del Primo Presidente in data 14 settembre 2016, la redazione della motivazione in forma semplificata.

Il ricorrente censura la sentenza impugnata: 1), con il primo motivo, per violazione dell’art. 2697 c.c., artt. 115 e 116 c.p.c., D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 2, comma 1 bis e D.Lgs. n. 261 del 1999, art. 6 nonchè per mancata ammissione dei mezzi di prova, avendo la Corte ritenuto legittimo il contratto a termine senza aver verificato in concreto, pur a fronte di espresse richieste di prova in tal senso, se il lavoratore fosse stato adibito a mansioni di addetto al “servizio postale universale”, quale requisito di legittimità dell’assunzione; 2) con il secondo, per violazione del D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 2, comma 1 bis, e vizio di motivazione, avendo la Corte ritenuto che non le fosse stata sottoposta alcuna censura, nei confronti della sentenza di primo grado, riguardo al superamento del limite percentuale di assunzioni a termine, nonostante che il ricorso in appello contenesse una precisa contestazione sul punto; 3) con il terzo, per violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 2, comma 1 bis, e dell’art. 2697 c.c., avendo la Corte ritenuto provato il rispetto del limite percentuale del 15% senza indicare in virtù di quali atti o documenti fosse giunta a tale conclusione; 4) con il quarto, per violazione degli artt. 112 e 277 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4, avendo la Corte omesso di pronunciare sul capo della domanda relativo alla violazione della clausola di contingentamento.

Il primo motivo è infondato.

E’ assorbente al riguardo il richiamo a Cass. n. 13609/2015, per la quale “in tema di contratto di lavoro a tempo determinato, il D.Lgs. 6 settembre 2001, n. 368, art. 2, comma 1 bis, fa riferimento esclusivamente alla tipologia di imprese presso cui avviene l’assunzione – quelle concessionarie di servizi e settori delle poste – e non anche alle mansioni del lavoratore assunto, in coerenza con la ratio della disposizione, ritenuta legittima dalla Corte costituzionale con sentenza n. 214 del 2009, individuata nella possibilità di assicurare al meglio lo svolgimento del cd. “servizio universale” postale, ai sensi del D.Lgs. 22 luglio 1999, n. 261, art. 1, comma 1, di attuazione della direttiva 1997/67/CE, mediante il riconoscimento di una certa flessibilità nel ricorso allo strumento del contratto a tempo determinato, pur sempre nel rispetto delle condizioni inderogabilmente fissate dal legislatore. Ne consegue che al fine di valutare la legittimità del termine apposto alla prestazione di lavoro, si deve tenere conto unicamente dei profili temporali, percentuali (sull’organico aziendale) e di comunicazione previsti dal D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 2, comma 1 bis”.

Deve invece ritenersi fondato il secondo motivo di ricorso.

La Corte territoriale, infatti, nel procedere all’individuazione del contenuto dell’atto di appello (individuazione che integra un tipico accertamento di fatto riservato, come tale, al giudice del merito e censurabile in sede di legittimità solo ex art. 360, n. 5), è incorsa in un radicale difetto di motivazione, avendo ritenuto che non fosse stata svolta alcuna censura nei confronti della sentenza di primo grado, nella parte in cui aveva ritenuto provato il rispetto del limite quantitativo del 15%, nonostante la presenza, nello stesso atto (cfr. pagine 3 e 5 del ricorso in appello, riportato nel presente ricorso per cassazione in virtù di corretta applicazione del principio di autosufficienza), di una precisa doglianza relativa al limite in oggetto e al suo superamento nell’anno in cui era stato stipulato il contratto a termine dedotto in giudizio.

Gli altri motivi restano assorbiti.

La sentenza n. 6577/2010 della Corte di appello di Roma deve, pertanto, essere cassata in relazione al secondo motivo di ricorso e la causa rinviata, anche per le spese del giudizio di legittimità, alla medesima Corte in diversa composizione, la quale procederà a nuovo esame del ricorso in appello e, in particolare, alla valutazione delle ragioni di doglianza che vi sono espresse relativamente alla questione del superamento del limite percentuale di assunzioni a termine rispetto all’organico aziendale.

PQM

la Corte rigetta il primo motivo di ricorso; accoglie il secondo motivo, assorbiti gli altri;

cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia, anche per le spese, alla Corte di appello di Roma in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 6 dicembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 6 marzo 2017

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