Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 5545 del 28/02/2020

Cassazione civile sez. lav., 28/02/2020, (ud. 13/11/2019, dep. 28/02/2020), n.5545

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NAPOLETANO Giuseppe – Presidente –

Dott. TORRICE Amelia – Consigliere –

Dott. DI PAOLANTONIO Annalisa – Consigliere –

Dott. MAROTTA Caterina – rel. Consigliere –

Dott. SPENA Francesca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 20082/2014 proposto da:

MINISTERO DEI BENI E DELLE ATTIVITA’ CULTURALI E DEL TURISMO, in

persona del Ministro pro tempore, rappresentato e difeso

dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO presso i cui Uffici domicilia

ex lege in ROMA, alla VIA DEI PORTOGHESI 12;

– ricorrente –

contro

R.L., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA GERMANICO 172,

presso lo studio dell’avvocato SERGIO GALLEANO, che lo rappresenta e

difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 515/2013 della CORTE D’APPELLO di TRIESTE,

depositata il 30/01/2014 R.G.N. 327/2011.

Fatto

RILEVATO

che:

1. con la sentenza n. 515, resa in data 30 gennaio 2014, la Corte d’appello di Trieste confermava la decisione del locale Tribunale che aveva accolto la domanda proposta da R.L. nei confronti del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo ed accertato l’illegittimità della revoca dell’incarico dirigenziale di Sovrintendente per i Beni Architettonici ed il paesaggio per le Province di Brescia, Cremona e Mantova a suo tempo conferitogli e condannato l’Amministrazione a riassegnarli tale incarico fino alla scadenza del 31/7/2011 ed a pagargli le differenze retributive rispetto al successivo incarico attribuitogli;

2. riteneva la Corte territoriale che la revoca in questione fosse stata collegata ad una riorganizzazione del Ministero tale da comportare una modifica dello specifico incarico conferito al R., condizione che però nella specie non si era realizzata non avendo il Ministero convenuto nè allegato nè provato che una tale modifica fosse effettivamente intervenuta;

riteneva che il Ministero appellante si fosse limitato a contestare gli effetti della pronuncia di illegittimità della revoca dell’incarico dirigenziale e non le ragioni di tale illegittimità;

evidenziava che, quanto alle censure riguardanti gli effetti risarcitori (circa il venir meno del nuovo incarico di Sovrintendente per la Regione Friuli Venezia Giulia in esito all’accoglimento della domanda di accertamento dell’illegittimità della risoluzione anticipata del precedente incarico e del diritto ad esservi assegnato), non risultasse chiaro l’interesse alla doglianza da parte del Ministero atteso che, da un lato, l’entità del risarcimento del danno spettante all’odierno appellato era stato di misura inferiore rispetto all’ammontare che sarebbe stato raggiunto qualora il R. – assurdamente – non avesse accettato il nuovo incarico mentre, d’altro, permaneva l’interesse del R. a far accertare l’illegittimità dell’intervenuta precedente revoca considerato che per il nuovo incarico era prevista una retribuzione inferiore e la nuova attività era stata intrapresa nella pendenza delle contestazioni, mai venute meno, in ordine alla revoca di quello precedente;

3. per la cassazione della sentenza ha proposto ricorso il Ministero con tre motivi;

4. R.L. ha resistito con controricorso successivamente illustrato da memoria.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. con il primo motivo il Ministero denuncia omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti (art. 360 c.p.c., n. 5); violazione dell’art. 132 c.p.c. e art. 111 Cost. (art. 360 c.p.c., n. 3);

lamenta che la sentenza impugnata avrebbe erroneamente ritenuto che l’Amministrazione non avesse contestato il punto decisivo della causa ossia la mancanza di modificazione dell’incarico del R. e sostiene che l’affermazione fosse smentita dall’atto di gravame del quale trascrive il contenuto;

2. il motivo è infondato;

2.1. va innanzitutto rilevato un profilo di inammissibilità laddove il Ministero trascrive solo in contenuto dell’atto di appello non anche quello della sentenza di primo grado della quale riporta solo la parte dispositiva (v. pagg. 3 e 4 del ricorso per cassazione);

2.2. in ogni caso le doglianze sono da disattendere;

come è noto, la cognizione del giudice di secondo grado resta circoscritta alle questioni dedotte dall’appellante attraverso specifici motivi e tale specificità esige che alle argomentazioni svolte nella sentenza impugnata vengano contrapposte quelle dell’appellante, volte ad incrinarne il fondamento logico-giuridico, sicchè non è sufficiente che l’atto di appello consenta di individuare le statuizioni concretamente impugnate, ma è altresì necessario che le ragioni sulle quali si fonda il gravame siano esposte con sufficiente grado di specificità da correlare, peraltro, con la motivazione della pronuncia di prime cure (v. Cass. 18 settembre 2017, n. 21566; Cass. 27 settembre 2016, n. 18932; Cass. 18 aprile 2007, n. 9244);

nella specie la Corte territoriale ha ritenuto che, a fronte di una sentenza del Tribunale incentrata sulla mancanza di un mutamento dell’incarico già conferito al R., sul permanere di tutte le competenze al medesimo attribuite, sul difetto di allegazione da parte del Ministero di circostanze concrete volte a comprovare l’ipotesi di una effettiva modifica del posto occupato dal ricorrente (tanto si evince, pur nella carenza espositiva del motivo di cui sopra si è detto, dalla stessa sentenza della Corte d’appello), l’appellante si fosse limitato ad opporre l’intervenuta complessiva riorganizzazione dell’Amministrazione, senza specificamente censurare l’indicato passaggio argomentativo;

le censure proposte in questa sede dal ricorrente non sono tali da smentire l’assunto suddetto atteso che, per quanto si rileva dal quarto motivo di appello, debitamente trascritto nel ricorso per cassazione (pagg. 6, 7 e 8), effettivamente l’impugnante aveva affidato le proprie difese all’intervenuta riorganizzazione del Ministero per effetto del D.P.R. 2 luglio 2009, n. 91, alla necessità di ridefinire l’oggetto di tutti gli incarichi di funzione dirigenziale al fine di renderli coerenti con i nuovi poteri di gestione attribuiti ai responsabili delle singole strutture, di ridurre il numero delle posizioni dirigenziali di seconda fascia in uno con l’esigenza di procedere a nuovi conferimenti di incarico e si era limitato a sostenere che tutto ciò avrebbe avuto quale effetto una non coincidenza tra le pregresse e le future prescrizioni dei rispettivi e sottostanti contratti individuali e la condizione di cessazione anticipata dell’incarico del R. (si vedano le pagg. 6 e 7 del ricorso per cassazione);

trattasi, come è di tutta evidenza, di affermazioni che riguardavano, in termini assolutamente generali, l’avviato processo di riorganizzazione ma che, come correttamente ritenuto dalla Corte territoriale, non scalfivano l’accertamento del Tribunale, non spiegando in che termini e sulla base di quali circostanze concrete l’affermata mancanza di ripercussioni dell’intervenuta riorganizzazione sulla Sovrintendenza di Brescia e sull’incarico del R. sarebbe stata in realtà smentita;

3. con il secondo motivo il ricorrente denuncia la violazione e/o falsa applicazione degli artt. 1372 e 1418 c.c.;

sostiene che la Corte d’appello non avrebbe considerato che la sottoscrizione da parte del R. in data 7/10/2009 del contratto accessivo ad altro incarico presso la Regione Friuli Venezia Giulia avrebbe sancito la definitiva risoluzione del precedente contratto in data 6/8/2008, “di talchè la tardiva resipiscienza del ricorrente doveva essere dichiarata inammissibile o comunque rigettata”;

4. il motivo è infondato;

come evidenziato nello storico di lite, la Corte territoriale ha ben spiegato le ragioni per le quali permanesse un interesse del R. a far accertare l’illegittimità della revoca del precedente incarico;

d’altra parte l’accettazione di un nuovo incarico dirigenziale non può valere, in mancanza di inequivoci elementi deponenti in tale senso, quale volontà di rinunciare a far valere i vizi relativi alla revoca di altro e precedente incarico e dunque quale comportamento concludente da cui poter desumere con certezza l’accettazione incondizionata della scelta risolutiva dell’Amministrazione (peraltro, nella specie, si evince dallo stesso ricorso per cassazione – pag. 11 – che in calce alla sottoscrizione del nuovo contratto il R. aveva formalmente espresso una “riserva di verifica della legittimità della procedura di rimozione dall’incarico”);

5. con il terzo motivo il Ministero denuncia violazione e/o falsa applicazione del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 19, comma 1, con riferimento all’art. 2103 c.c., in relazione al conferimento di incarichi nuovi e diversi;

sostiene che quanto praticato dall’Amministrazione si sostanziava solo nel conferimento di un nuovo e diverso incarico al R. e perciò non in una decisione arbitraria ma adottata per far fronte alle nuove esigenze organizzative e rileva che non sussiste un preteso diritto all’inamovibilità del dirigente;

6. il motivo è infondato per quanto già evidenziato con riferimento al primo motivo di ricorso;

vale la pena di aggiungere che questa Corte ha più volte affermato che fanno capo al dirigente due distinte situazioni giuridiche soggettive, perchè rispetto alla cessazione anticipata dell’incarico lo stesso è titolare di un diritto soggettivo che, ove ritenuto sussistente, dà titolo alla reintegrazione (se possibile) nella funzione dirigenziale ed al risarcimento del danno, mentre a fronte del mancato conferimento di un nuovo incarico può essere fatto valere un interesse legittimo di diritto privato, che, se ingiustamente mortificato, non legittima il dirigente a richiedere l’attribuzione dell’incarico non conferito ma può essere posto a fondamento della domanda di ristoro dei pregiudizi ingiustamente subiti (v. Cass. 13 novembre 2018, n. 29169; Cass. 1 dicembre 2017, n. 28879; Cass. 3 febbraio 2017, n. 2972; Cass. 18 giugno 2014, n. 13867);

nella specie non vi è stata alcuna affermazione della Corte territoriale circa la sussistenza di un diritto all’inamovibilità del dirigente ma un accertamento della illegittimità della revoca dell’incarico sulla scorta di una puntuale descrizione della situazione fattuale in cui la stessa si è inserita;

7. conclusivamente il ricorso deve essere rigettato;

8. la regolamentazione delle spese segue la soccombenza;

9. non può trovare applicazione nei confronti delle amministrazioni dello Stato il D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, atteso che le stesse, mediante il meccanismo della prenotazione a debito, sono esentate dal pagamento delle imposte e tasse che gravano sul processo (cfr. Cass. n. 1778/2016).

PQM

La Corte rigetta il ricorso; condanna il Ministero ricorrente al pagamento, in favore del controricorrente, delle spese del presente giudizio di legittimità che liquida in Euro 200,00 per esborsi ed Euro 5.000,00 per compensi professionali, oltre accessori di legge e rimborso forfetario in misura del 15% da attribuirsi all’avv. Sergio Galleano, antistatario.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della non sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo prescritto a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma del cit. art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 13 novembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 28 febbraio 2020

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