Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 5542 del 28/02/2020

Cassazione civile sez. lav., 28/02/2020, (ud. 23/10/2019, dep. 28/02/2020), n.5542

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. D’ANTONIO Enrica – Presidente –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – rel. Consigliere –

Dott. ARIENZO Rosa – Consigliere –

Dott. DE GREGORIO Federico – Consigliere –

Dott. LEO Giuseppina – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 9836/2018 proposto da:

B.M., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA

CASSIODORO N. 6, presso lo studio dell’avvocato PIERBIAGIO

TAVANIELLO, rappresentato e difeso dall’avvocato REMO COSTANTINI;

– ricorrente –

contro

LUPA ROMANA SOCIETA COOPERATIVA DI PRODUZIONE E LAVORO, in persona

del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in

ROMA, VIA CARLO ALBERTO 18, presso lo studio dell’avvocato CARMELO

COMEGNA, che la rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 316/2018 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 24/01/2018 r.g.n. 3802/2017.

Fatto

FATTO E DIRITTO

Premesso:

che con sentenza n. 316/2018, pubblicata il 24 gennaio 2018, la Corte d’appello di Roma ha dichiarato legittimo, in riforma della sentenza di primo grado, il licenziamento intimato con lettera in data 8/6/2015, unitamente all’esclusione da socio, a B.M. dalla Coop. Lupa Romana a r.l. a motivo della sottrazione di merce dal deposito Autogrili in (OMISSIS);

– che avverso detta sentenza ha proposto ricorso per cassazione il B., affidandosi a nove motivi, cui ha resistito la Cooperativa con controricorso;

– che la Cooperativa ha depositato note illustrative;

rilevato:

che con il primo motivo il ricorrente, deducendo violazione o falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c., nonchè violazione o falsa applicazione dell’art. 434 c.p.c. e vizio di motivazione, censura la sentenza impugnata per avere omesso di pronunciare sulla eccezione di inammissibilità del reclamo proposto dalla Cooperativa in quanto mera riproposizione delle deduzioni già dalla stessa svolte nel giudizio di primo grado;

– che con il secondo e il terzo, deducendo violazione o falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c., nonchè vizio di motivazione, il ricorrente censura la sentenza impugnata per avere omesso di pronunciare sulla eccezione di genericità (2 motivo) e di tardività (3) della contestazione disciplinare, sebbene entrambe le eccezioni fossero state riproposte in sede di memoria di costituzione in grado di appello;

– che con il quarto e il quinto il ricorrente deduce violazione o falsa applicazione della L. n. 300 del 1970, art. 7, rispettivamente per difetto di specificità e per tardività della contestazione disciplinare, nonchè vizio di motivazione;

– che con il sesto motivo, deducendo violazione o falsa applicazione della L. n. 300 del 1970, art. 7, nonchè vizio di motivazione, con riferimento alla violazione del principio di non modificabilità dell’addebito disciplinare, il ricorrente censura la sentenza impugnata per avere ritenuto la legittimità del licenziamento nonostante che non fosse stata raggiunta la prova nè sulla contestata sottrazione di merce in ripetute occasioni nè sull’esistenza dell’elemento doloso;

– che con il settimo il ricorrente deduce violazione o falsa applicazione dell’art. 2119 c.c., nonchè vizio di motivazione, per avere la Corte di appello ritenuto sussistente la giusta causa di recesso alla luce del solo comportamento consistito nella sottrazione di beni e senza considerare, nella valutazione di gravità del fatto contestato, la quantità ed il valore degli stessi;

– che con l’ottavo motivo il ricorrente, denunciando il vizio di all’art. 360 c.p.c., n. 5, censura la sentenza per avere la Corte di appello, all’esito di un incompleto od erroneo esame delle risultanze probatorie, omesso di considerare un fatto decisivo per il giudizio e cioè che, diversamente da quanto sostenuto dalla Cooperativa, egli ben poteva trovarsi, per svolgere operazioni di carico, nel reparto in cui la merce era stata sottratta, con la conseguenza che l’operazione di carico effettuata il giorno 28/10/2014 non poteva essere ritenuta sospetta e contribuire a fondare l’accoglimento del reclamo;

– che con il nono motivo viene infine dedotta ex art. 360 c.p.c., n. 4 la manifesta illogicità della sentenza per contrasto irriducibile tra affermazioni in essa contenute;

osservato:

che il primo motivo non può trovare accoglimento, dovendosi ribadire il principio (Cass. n. 5351/2007, fra le numerose conformi), secondo il quale “non ricorre il vizio di omessa pronuncia, nonostante la mancata decisione su un punto specifico, quando la decisione adottata comporti una statuizione implicita di rigetto sul medesimo (nella specie, la S.C. ha ravvisato il rigetto implicito dell’eccezione di inammissibilità dell’appello nella sentenza che aveva valutato nel merito i motivi posti a fondamento del gravame)”;

– che non possono parimenti trovare accoglimento il secondo e il terzo motivo, posto che, ove venga denunciato un vizio che comporti la nullità della sentenza o del procedimento (come nei motivi in esame, con il riferimento all’omissione di pronuncia ex art. 112 c.p.c.), l’esercizio del potere diretto di esame degli atti del giudizio di merito, da parte del giudice di legittimità, presupponendo comunque l’ammissibilità del motivo, richiede, ai fini dell’osservanza del requisito di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, che “nel ricorso per cassazione siano riportati, nei loro esatti termini e non genericamente ovvero per riassunto del loro contenuto”, i passi dell’atto difensivo in cui la questione venne posta o ribadita (Cass. n. 11738/2016; conforme n. 23834/2019), non risultando, pertanto, idonei e sufficienti, a tali fini, i meri riferimenti forniti dal ricorrente alla propria memoria di costituzione nel giudizio di secondo grado;

– che nella inammissibilità del secondo e del terzo motivo restano assorbiti il quarto e il quinto;

– che il sesto motivo è anch’esso inammissibile, consistendo – sub specie di violazione del principio di non modificabilità della contestazione disciplinare – in una palese richiesta di rivisitazione del merito della causa, sotto il profilo dell’accertamento del fatto contestato e dell’elemento soggettivo della condotta, e cioè in un’operazione elaborativa e valutativa del materiale di causa che compete al giudice di merito ed è invece estranea ai compiti e alla funzione della Corte di legittimità;

– che il settimo motivo è infondato, essendosi la Corte di appello di Roma uniformata al consolidato principio, per il quale “in tema di licenziamento per giusta causa, la modesta entità del fatto addebitato non va riferita alla tenuità del danno patrimoniale subito dal datore di lavoro, dovendosi valutare la condotta del prestatore di lavoro sotto il profilo del valore sintomatico che può assumere rispetto ai suoi futuri comportamenti, nonchè all’idoneità a porre in dubbio la futura correttezza dell’adempimento e ad incidere sull’elemento essenziale della fiducia, sotteso al rapporto di lavoro” (Cass. n. 19684/2014 e, fra le più recenti, Cass. n. 8816/2017);

– che i motivi dal primo al settimo, là dove richiamano (peraltro del tutto genericamente) il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5, e l’ottavo motivo risultano inammissibili, non conformandosi al modello normativo del nuovo vizio “motivazionale”, quale risultante a seguito delle modifiche introdotte con il decreto L. 22 giugno 2012, n. 83, convertito con modificazioni nella L. 7 agosto 2012, n. 134;

– che, al riguardo, le Sezioni Unite di questa Corte, con le sentenze n. 8053 e n. 8054 del 2014, hanno precisato che l’art. 360, n. 5, nella riformulazione conseguente alle suddette modifiche, “introduce nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia)”; con la conseguenza che “nel rigoroso rispetto delle previsioni dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6 e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, il ricorrente deve indicare il fatto storico, il cui esame sia stato omesso, il dato, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il come e il quando tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua decisività, fermo restando che l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sè, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorchè la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie”;

– che in particolare, con riferimento all’ottavo motivo, il fatto che il B. fosse stato presente nel reparto, in cui si è verificata la sottrazione di merce, e vi avesse effettuato il 28 ottobre 2014 l’operazione di carico ripresa dalle telecamere installate nel corso delle indagini penali, ha formato oggetto di specifica considerazione in sentenza, insieme con il fatto che in tale reparto non si effettuasse il carico della merce bensì soltanto lo scarico dei resi (cfr. pp. 4-5), sicchè la censura proposta con il motivo in esame si risolve nella richiesta, inammissibile nella presente sede di legittimità, di una rilettura e di una diversa valutazione del materiale probatorio acquisito al giudizio;

– che deve egualmente essere disattesa l’ulteriore censura di ordine motivazionale svolta con il nono e ultimo motivo di ricorso, posto che la nullità della sentenza ex art. 360 c.p.c., n. 4, per contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili può configurarsi solo quando tali affermazioni rendano “incomprensibili le ragioni poste a base della decisione” (Cass. n. 16611/2018, fra le numerose altre); mentre, nel caso di specie, il giudice di merito ha espresso con molta chiarezza i motivi che l’hanno condotto a ritenere legittimo il licenziamento, sottolineando, alla stregua delle risultanze probatorie, come il B., da un lato, fosse consapevole del ripetuto compimento di furti di merce da parte di alcuni colleghi e, dall’altro, egualmente alla stregua delle dichiarazioni dei testimoni e del legale rappresentante della Cooperativa, come nel reparto in cui ebbe a verificarsi la sottrazione (filmata) del giorno 28 ottobre 2014, non si effettuassero operazioni di carico della merce ma soltanto quelle di scarico (dei resi da parte di Autogrill);

– che, d’altra parte, ove, con il motivo in esame, il ricorrente abbia inteso lamentare la incoerenza e illogicità del percorso argomentativo seguito dalla Corte di appello, allora è da ritenere che la censura così proposta, superando la soglia del “minimo costituzionale” (quale definito dalla richiamata giurisprudenza di questa Corte a Sezioni Unite), sia anch’essa e comunque inammissibile, per le stesse considerazioni già svolte a proposito degli altri motivi di ricorso, in quanto tendente a denunciare carenze motivazionali non più riconducibili all’ambito di applicazione del nuovo art. 360, n. 5;

ritenuto:

conclusivamente che il ricorso deve essere respinto;

– che le spese seguono la soccombenza e si liquidano come in dispositivo.

PQM

La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio, liquidate in Euro 200,00 per esborsi e in Euro 4.000,00 per compensi professionali, oltre spese generali al 15% e accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nell’Adunanza Camerale, il 23 ottobre 2019.

Depositato in Cancelleria il 28 febbraio 2020

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