Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 5541 del 28/02/2020

Cassazione civile sez. lav., 28/02/2020, (ud. 05/06/2019, dep. 28/02/2020), n.5541

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – Presidente –

Dott. ARIENZO Rosa – Consigliere –

Dott. DE GREGORIO Federico – Consigliere –

Dott. LORITO Matilde – Consigliere –

Dott. LEO Giuseppina – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 13463-2015 proposto da:

POSTE ITALIANE S.P.A., (OMISSIS), in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE

EUROPA 190, (AREA LEGALE TERRITORIALE CENTRO DI POSTE ITALIANE),

presso lo studio dell’Avvocato ROSSANA CLAVELLI, rappresentata e

difesa dall’avvocato SERGIO GALASSI;

– ricorrente –

contro

M.S., domiciliata in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la

CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentata e

difesa dall’avvocato MARIA RITA PUGLIA;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 679/2014 della CORTE D’APPELLO di ANCONA,

depositata il 27/11/2014 r.g.n. 403/2014.

Fatto

RILEVATO

che, con la sentenza n. 124 del 2007, resa in data 30.1.2007, il Tribunale di Ascoli Piceno ha riconosciuto che tra M.S. e Poste Italiane S.p.A. è intercorso un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato ed ha condannato la società datrice al ripristino del rapporto ed a corrispondere alla dipendente le retribuzioni alla stessa spettanti nel periodo intermedio, a decorrere dal 10.4.2006, detratto l’aliunde perceptum;

che la Corte di Appello di Ancona, con la sentenza n. 43 del 2012, in parziale riforma della pronunzia di primo grado, preso atto dell’entrata in vigore medio tempore della L. n. 183 del 2010 (c.d. Collegato Lavoro), ha condannato Poste Italiane S.p.A. a corrispondere alla M. otto mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto, quale indennità omnicomprensiva ai sensi della L. n. 183, art. 32, comma 5 citata;

che, inoltre, con la sentenza n. 143 ger-20121 emessa il 20.5.2014, il Tribunale di Ascoli Piceno, “rilevato che la lavoratrice era stata reintegrata materialmente in servizio il 15.3.2007, esperita c.t.u. contabile, in accoglimento della opposizione a decreto ingiuntivo n. 251/2012, rideterminata la indennità omnicomprensiva di cui alla L. n. 183 del 2010, art. 32, comma 5, nella minor somma di Euro 10.935,63 ed operata la necessaria compensazione con il controcredito fatto valere dalla S.p.A. Poste Italiane (per le retribuzioni pagate in Euro 13.379,95, al lordo delle ritenute, nel periodo intermedio in esecuzione della sentenza n. 124/2007 del Tribunale e risultate indebite in forza della parziale riforma disposta con sentenza n. 43/2012 della Corte d’Appello); revocato il decreto ingiuntivo, ha condannato M.S. a restituire a Poste Italiane S.p.A. la differenza a debito per la complessiva somma di Euro 2.444,32; ha condannato la società a corrispondere alla M. la rivalutazione e gli interessi sulla somma di Euro 10.935,63 dalla data del 30 gennaio 2007, giorno della disposta conversione in rapporto di lavoro a tempo indeterminato, sino alla data dell’effettivo pagamento”;

che, con la sentenza n. 679/2014, pubblicata il 27.11.2014, la Corte di Appello di Ancona, in parziale accoglimento del gravame interposto dalla dipendente, nei confronti della società datrice, avverso la predetta pronunzia, ha ridotto ad Euro 167,81 (netti) la condanna della M. alla restituzione dell’indebito, confermando, nel resto, la sentenza impugnata;

che per la cassazione della sentenza Poste Italiane S.p.A. ha proposto ricorso articolando un motivo;

che M.S. ha resistito con controricorso;

che il P.G. non ha formulato richieste.

Diritto

CONSIDERATO

che, con il ricorso, si censura: 1) in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, “la violazione del D.P.R. n. 602 del 1973, art. 38 in correlazione alle circolari ed alle risoluzioni dell’amministrazione finanziaria”, ed in particolare, si lamenta che la Corte di merito si sia limitata a riportare, a fondamento della decisione impugnata, “un mero stralcio della sentenza n. 1464/2012 della Suprema Corte”, senza “un compiuto esame in ordine alla tassatività delle ipotesi di rimborso delle imposte non dovute ed alla legittimazione a richiederne la restituzione come interpretato dalla Corte di Cassazione che, invece, nello stabilire se il datore di lavoro nel procedere al recupero di somme indebitamente erogate ai propri dipendenti debba effettuarlo al lordo o al netto delle ritenute fiscali previdenziali ed assistenziali, ha svolto un’analisi più complessa ed articolata”; si deduce, inoltre, che la Corte di Appello avrebbe del tutto omesso di verificare, una volta accertato che il datore di lavoro Poste Italiane S.p.A. possa ripetere l’indebito, quale sia la norma che dia titolo al recupero e se la società Poste, quale sostituto di imposta possa ricorrere alla procedura di cui al D.P.R. n. 602 del 1973, art. 38 per ottenere la restituzione delle ritenute a suo tempo operate, anche in considerazione del fatto che, poichè il D.P.R. n. 602, art. 64, comma 1, citato definisce il sostituto di imposta come colui che “in forza di disposizione di legge è obbligato al pagamento d’imposte in luogo di altri…. ed anche a titolo d’acconto”, lo stesso presuppone che anche il lavoratore-sostituito debba ritenersi dall’origine, e non solo in relazione alla fase di riscossione, obbligato solidale di imposta e, quindi, anch’esso soggetto al potere di accertamento ed a tutti i conseguenti oneri: con la conseguenza che, a parere della società ricorrente, il datore di lavoro può pretendere dal lavoratore la restituzione delle somme indebitamente erogate al lordo delle ritenute di legge soltanto ove, come nel caso di specie, non abbia già effettuato la richiesta di restituzione dell’imposta non dovuta all’Amministrazione finanziaria;

che il motivo non è fondato; al riguardo, è da premettere che la Corte di merito è pervenuta alla decisione oggetto del presente giudizio conformandosi agli ormai consolidati arresti giurisprudenziali di legittimità – del tutto condivisi da questo Collegio che non ravvisa ragioni per discostarsene (cfr., ex plurimis, Cass. nn. 29758/2019; 23519/2019; 15755/2019; 6942/2019; 12933/2018; 12933/2018; 1464/2012) -, alla stregua dei quali, qualora le ritenute fiscali non siano state versate direttamente ai lavoratori, il datore di lavoro non può pretenderne la ripetizione da parte dei dipendenti, perchè appunto da questi non percepiti. Ed invero, il D.P.R. n. 602 del 1973, all’art. 38, nel testo modificato dal D.Lgs. n. 143 del 2005, prevede che “Il soggetto che ha effettuato il versamento diretto può presentare all’Intendente di Finanza nella cui circoscrizione ha sede il concessionario presso cui è stato eseguito il versamento, istanza di rimborso entro il termine di decadenza di quarantotto mesi dalla data del versamento stesso, nel caso di errore materiale, duplicazione ed inesistenza totale o parziale dell’obbligo di versamento…. L’istanza di cui al comma 1 può essere presentata anche dal percipiente delle somme assoggettate a ritenuta entro il termine di decadenza di quarantotto mesi dalla data in cui la ritenuta è stata operata”; e ciò, in quanto (cfr., tra le altre, Cass. nn. 9756/2019; 21699/2011) l’azione di restituzione e riduzione in pristino, proposta a seguito della riforma o cassazione della sentenza contenente il titolo del pagamento si collega ad una esigenza di restaurazione della situazione patrimoniale anteriore a detta sentenza e, dunque, a prestazioni eseguite e ricevute nella comune consapevolezza della rescindibilità del titolo e della provvisorietà dei suoi effetti: e, pertanto, ad un pagamento non dovuto;

che, fatte queste premesse – ed altresì ribadito che il rimborso di quanto indebitamente versato può essere richiesto all’Amministrazione finanziaria sia dal soggetto che ha effettuato il versamento (c.d. “sostituto di imposta”), sia, colui che ha percepito le somme assoggettate a ritenuta (c.d. “sostituito”), ai sensi del D.P.R. n. 602 del 1973, art. 38 (cfr., tra le molte, Cass. nn. 440/2019; 31503/2018; 239/2006) si osserva che, nella fattispecie, è pacifico che le ritenute fiscali non siano state versate direttamente alla M.; per la qual cosa, la società datrice, a prescindere da ogni altra considerazione, non avrebbe potuto ripeterli nei confronti della stessa, perchè, appunto, dalla stessa non percepite;

che, pertanto, Poste Italiane S.p.A. non può pretendere somme al lordo delle ritenute fiscali, poichè le stesse non sono mai entrate nella sfera patrimoniale della lavoratrice (cfr., ex multis, Cass. nn. 13530/2019; 19459/2018; 2135/2018; 1464/2012, cit.; negli stessi termini, v. pure, Cons. Stato, Sez. VI, n. 1164/2009, con riguardo al rapporto di pubblico impiego), come condivisibilmente ed analiticamente argomentato dai giudici di seconda istanza;

che, per le considerazioni innanzi svolte, il motivo non è in grado di incidere la sentenza oggetto del giudizio di legittimità relativamente alla censura sollevata e, pertanto, il ricorso va respinto;

che le spese, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza; che, avuto riguardo, infine, alla conclusione del giudizio ed alla data di proposizione del ricorso, sussistono i presupposti di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater.

PQM

La Corte rigetta il ricorso; condanna la società ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in Euro 3.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali nella misura del 15% ed accessori di legge;

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale, il 5 giugno 2019.

Depositato in Cancelleria il 28 febbraio 2020

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA