Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 5533 del 08/03/2010

Cassazione civile sez. I, 08/03/2010, (ud. 03/12/2009, dep. 08/03/2010), n.5533

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VITRONE Ugo – Presidente –

Dott. SALVAGO Salvatore – Consigliere –

Dott. BERNABAI Renato – rel. Consigliere –

Dott. RAGONESI Vittorio – Consigliere –

Dott. FITTIPALDI Onofrio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

M.F. (c.f. (OMISSIS)), elettivamente

domiciliata in ROMA, VIA SICILIA 23 5, presso l’avvocato DI GIOIA

GIULIO, che la rappresenta e difende, giusta procura a margine del

ricorso;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELLA GIUSTIZIA, in persona del Ministro pro tempore,

domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA

GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope legis;

– controricorrente –

avverso il decreto della CORTE D’APPELLO di ROMA, depositato il

15/04/2008, n. 56418/05;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

03/12/2 009 dal Consigliere Dott. RENATO BERNABAI;

udito, per la ricorrente, l’Avvocato GIULIO DI GIOIA che ha chiesto

l’accoglimento del ricorso;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

PRATIS Pierfelice, che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso depositato il 10 ottobre 2001 la signora M. F. conveniva dinanzi la Corte d’appello di Roma il Ministero della Giustizia per ottenere l’equa riparazione del danno da violazione del termine ragionevole del processo promosso nei confronti dell’INPS, con ricorso depositato il 7 novembre 1991 dinanzi al giudice del lavoro di Santa Maria Capua Vetere, avente ad oggetto la rivalutazione sull’indennità di disoccupazione agricola percepita fino al 1987, erogata in ritardo, sulla base della sentenza della Corte costituzionale 27 aprile 1988 n. 497(dichiarativa dell’illegittimità costituzionale, in riferimento agli artt. 2 e 38 Cost., comma 2, del D.L. 2 marzo 1974, n. 30, art. 13, convertito con modificazioni dalla L. 16 aprile 1974, n. 114, nella parte in cui, prescrivendo per la generalità dei lavoratori l’indennità ordinaria di disoccupazione involontaria nella misura fissa di L. 800 giornaliere, omette di prevedere un meccanismo di adeguamento del valore monetario ivi indicato): processo, definito con sentenza dichiarativa dell’inammissibilità della domanda, depositata in data 24 maggio 1997.

Esponeva che il successivo gravame era tuttora pendente dinanzi al Tribunale di Santa Maria Capua Vetere.

Integrato il contraddittorio con la costituzione del Ministero della giustizia, la Corte d’appello di Roma, con decreto 30 maggio 2002 rigettava la domanda, in difetto di prova del danno, con compensazione delle spese di giudizio.

In accoglimento del successivo ricorso per Cassazione, questa Corte, con sentenza 22 agosto 2005, cassava la decisione con rinvio alla Corte d’appello di Roma in diversa composizione, statuendo che il danno non patrimoniale, seppur non in re ipsa, doveva considerarsi presunto in caso di violazione del termine ragionevole, in difetto di circostanze specifiche che lo escludessero nel caso concreto.

Riassunta ritualmente la causa, la Corte d’appello di Roma, con Decreto 15 aprile 2008, accertato il ritardo d ragionevole in anni cinque, condannava il Ministero della Giustizia al pagamento della somma di Euro 4000,00, oltre le spese del giudizio di rinvio;

compensate interamente quelle della fase di legittimità.

Avverso il provvedimento proponeva ricorso per Cassazione la signora M., deducendo la carenza di motivazione in ordine alla determinazione dell’equo indennizzo, in misura inferiore ai parametri consolidati della giurisprudenza alla corte europea, nonchè la violazione degli artt. 91 e 112 cod. proc. civ., nella liquidazione delle spese processuali del solo giudizio di rinvio – con omissione del primo grado, svoltosi dinanzi alla Corte d’appello di Roma – ed in misura inferiore ai inferiore ai minimi tabellari; nonchè, la carenza di motivazione sulla disposta compensazione delle spese del giudizio di legittimità.

Resisteva con controricorso il Ministero della Giustizia.

All’udienza del 3 dicembre 2009 il Procuratore generale ed il difensore della ricorrente precisavano le rispettive conclusioni come da verbale, in epigrafe riportate.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Premesso che non è stato contestato l’apprezzamento della violazione del termine ragionevole in anni cinque, appare fondata la censura riguardante il quantum debeatur, determinato, senz’alcuna motivazione che non sia un generico richiamo del principio equitativo, in misura inferiore, seppur leggermente ai parametri liquidativi adottati in tema di violazione del termine ragionevole di processi caratterizzati dalla posta in giuoco di limitata entità.

Questa Corte ha più volte precisato (Cass., sez. 1^, 1^ Marzo 2007, n. 4845; Cass. s.u. 26 Gennaio 2004, n. 1340; Cass. 23 Aprile 2005, n. 8568) che, ai fini della liquidazione dell’indennizzo del danno non patrimoniale conseguente alla violazione del diritto alla ragionevole durata del processo, ai sensi della L. 24 marzo 2001, n. 89, l’ambito della valutazione equitativa, affidato al giudice del merito, è segnato dal rispetto della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo, per come essa vive nelle decisioni, da parte della Corte Europea dei diritti dell’uomo, di casi simili a quello portato all’esame del giudice nazionale; di tal che è configurabile, in capo al giudice del merito, un obbligo di tener conto dei criteri di determinazione della riparazione applicati dalla Corte Europea, pur conservando egli un margine di valutazione che gli consente di discostarsi, in misura ragionevole, dalle liquidazioni effettuate da quella Corte in casi simili. Tale regola di conformazione, inerendo ai rapporti tra la citata legge e la Convenzione ed essendo espressione dell’obbligo della giurisdizione nazionale di interpretare ed applicare il diritto interno, per quanto possibile, conformemente alla Convenzione e alla giurisprudenza di Strasburgo, ha natura giuridica, onde il suo mancato rispetto da parte del giudice del merito concretizza il vizio di violazione di legge, denunziabile dinanzi alla Corte di Cassazione. Pertanto, poichè la Corte Europea (con decisioni adottate a carico dell’Italia il 10 Novembre 2004) ha individuato nell’importo compreso fra Euro 1.000,00 ed Euro 1.500,00 per anno la base di partenza per la quantificazione di tale indennizzo, si deve ritenere illegittima una liquidazione nella misura di Euro 4.000,00 per i cinque anni di ritardo.

Il suddetto parametro ordinario può subire, peraltro, una riduzione contenuta quando, come nella specie, la posta in giuoco sia particolarmente modesta.

Alla luce di tali principi, il decreto impugnato deve essere quindi cassato in parte qua. In carenza della necessità di ulteriori accertamenti di fatto, si può decidere, sul punto, la causa nel merito e liquidare l’indennizzo dovuto in complessivi Euro 4.250,00 con gli interessi legali dalla domanda. In questo caso, appare infatti giustificata, in forza dei criteri suesposti, il minor indennizzo annuo di Euro 750,00 per il primo triennio e di Euro 1.000,00 per l’ultimo anno di ritardo, tenuto conto del progressivo intensificarsi del patema d’animo, secondo l’id quod plerumque accidit, col trascorrere del tempo di pendenza del processo.

E’ altresì fondata la censura in ordine all’omessa pronunzia sulle spese processuali del primo grado di giudizio, nonchè sulla compensazione delle spese della fase di legittimità, priva di alcuna motivazione effettiva – stante la natura di clausola di stile propria dell’affermata sussistenza di giusti motivi – e sulla misura delle spese liquidate per il giudizio di rinvio, inferiore ai limiti tabellari previsti per il giudizio di cognizione.

Pertanto, il Ministero della Giustizia va condannato alla rifusione delle spese del primo grado di giudizio liquidate in complessivi Euro 1150,00 di cui Euro 380,00 per diritti ed Euro 720,00 per onorari;

oltre le spese generali e degli accessori di legge.

Eguale liquidazione va ripetuta per il giudizio di rinvio.

Le spese della fase di legittimità devono essere invece liquidate in complessivi Euro 1100,00, di cui Euro 1000,00 per onorari, oltre le spese generali e gli accessori di legge.

Anche le spese del presente giudizio di Cassazione vanno liquidate nella medesima misura, e così in complessivi Euro 1100,00 di cui Euro 1000,00 per onorari, oltre spese generali e accessori di legge.

P.Q.M.

– Accoglie il ricorso nei limiti di cui in motivazione, cassa il decreto impugnato in relazione alla censura accolta e, decidendo nel merito, condanna il Ministero della Giustizia al pagamento, in favore di M.F., della somma di Euro 4250,00, con gli interessi legali dalla domanda;

– condanna il Ministero della Giustizia alla rifusione delle spese del giudizio di primo grado, liquidate in complessivi Euro 1150,00 di cui Euro 380,00 per diritti ed Euro 720,00 per onorari, oltre le spese generali e gli accessori di legge; nonchè delle spese del primo giudizio di Cassazione, liquidate in complessivi Euro 1100,00, di cui Euro 1000,00 per onorari, oltre le spese generali e gli accessori legge; del giudizio di rinvio, liquidate in complessivi Euro 1150,00 di cui Euro 380,00 per diritti ed Euro 720,00 per onorari, oltre le spese generali e gli accessori di legge; condanna il Ministero della Giustizia alla rifusione delle spese del presente giudizio di Cassazione, liquidate in complessivi Euro 1100,00, di cui Euro 1000,00 per onorari, oltre le spese generali e gli accessori legge;

dispone la distrazione delle spese sopra liquidate in favore dell’avv. Giulio Di Gioia, antistatario.

Così deciso in Roma, il 3 dicembre 2009.

Depositato in Cancelleria il 8 marzo 2010

 

 

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