Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 5530 del 01/03/2021

Cassazione civile sez. I, 01/03/2021, (ud. 29/10/2020, dep. 01/03/2021), n.5530

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CAMPANILE Pietro – Presidente –

Dott. MELONI Marina – Consigliere –

Dott. CAIAZZO Rosario – Consigliere –

Dott. SCALIA Laura – rel. Consigliere –

Dott. CARADONNA Lunella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 6377/2019 proposto da:

K.M., domiciliato in Roma, Piazza Cavour, presso la

cancelleria della Corte di cassazione e rappresentato e difeso

dall’Avvocato Roberto Ricciardi, giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno, in persona del ministro pro tempore,

domiciliato in Roma, Via dei Portoghesi n. 12, presso l’Avvocatura

Generale dello Stato;

– intimato –

avverso la sentenza n. 105/2019 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 14/01/2019;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

29/10/2020 dal Cons. Dott. Laura Scalia.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. K.M., cittadino della (OMISSIS), ricorre con tre motivi per la cassazione della sentenza in epigrafe indicata con cui la Corte di appello di Milano ne respingeva l’impugnazione avverso l’ordinanza del locale Tribunale di rigetto dell’opposizione al provvedimento della competente Commissione territoriale con cui era stata rigettata la richiesta di protezione internazionale e di riconoscimento del diritto a quella umanitaria.

La Corte territoriale ha ritenuto l’insussistenza dei presupposti legittimanti il riconoscimento della protezione richiesta nella ritenuta natura strettamente economica della ragioni del suo allontanamento dal proprio Paese e tanto perchè i disordini fatti valere a fondamento, conseguenti alle elezioni presidenziali del (OMISSIS), all’epoca in cui egli aveva lasciato al Costa d’Avorio, e quindi nell’anno il (OMISSIS), erano cessati. La protezione sussidiaria non era stata richiesta per l’ipotesi della violenza indiscriminata e le ragioni di riconoscimento di quella umanitaria non sussistevano in difetto di una situazione di personale vulnerabilità non integrata dal diverso livello di vita raggiunto in Italia rispetto al Paese di provenienza.

2. Il Ministero dell’Interno si è costituito tardivamente.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo K.M., che nel racconto reso alla Commissione territoriale aveva dichiarato di aver abbandonato il proprio Paese, la Costa d’Avorio, per il grave clima di tensione e violenza determinato dalla guerra civile incorsa tra il 2010 ed il 2011, deduce “omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione della sentenza, omesso esame di circostanze decisive e violazione del dovere di cooperazione istruttoria col richiedente, scandito dalle puntuali disposizioni del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, violazione del D.Lgs. 28 gennaio 2008, n. 25, art. 8, comma 3”.

La Corte di appello non aveva considerato che il richiedente nel corso della guerra civile aveva perso tutta la sua famiglia e che aveva raggiunto l’Italia dopo essere fuggito attraverso il Mali e poi la Libia.

La motivazione nella parte in cui la Corte di merito aveva ritenuto la stabilità della democrazia in Costa d’Avorio era apparente non indicando gli elementi posti a base della valutazione e non confutando gli argomenti posti a fondamento del ricorso contro il provvedimento della Commissione territoriale. Erano stati violati, ancora, il D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 3, 5 e 7 e il D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 27, comma 1 bis, quanto alla ritenuta irrilevanza dei fati esposti dal ricorrente per ottenere la protezione sussidiaria in quanto “fatti di natura esclusivamente economica” non potendo la perdita dei genitori e di ben sei fratelli ascriversi ad un fatto di natura privata. La Corte avrebbe dovuto attivarsi acquisendo informazioni sul Paese di origine in ordine a minacce gravi ed alla capacità delle autorità di offrire protezione. I fatti narrati avrebbero individuato il rischio specifico cui sarebbe andato incontro il richiedente in caso di rientro nel Paese di provenienza.

Il motivo presenta plurimi profili di inammissibilità.

Nella titolazione della censura è indicata una dizione del vizio di motivazione non rispondente alla formulazione del vigente art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5; in seguito alla riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, disposta dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54, conv., con modif., dalla L. n. 134 del 2012, infatti, non sono più ammissibili nel ricorso per cassazione le censure di contraddittorietà e insufficienza della motivazione della sentenza di merito impugnata che può essere ricorsa per cassazione solo violazione del “minimo costituzionale” richiesto dall’art. 111 Cost., comma 6, individuabile nelle ipotesi – che si convertono in violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4 e danno luogo a nullità della sentenza – di “mancanza della motivazione quale requisito essenziale del provvedimento giurisdizionale”, di “motivazione apparente”, di “manifesta ed irriducibile contraddittorietà” e di “motivazione perplessa od incomprensibile”, al di fuori delle quali il vizio di motivazione può essere dedotto solo per omesso esame di un “fatto storico”, che abbia formato oggetto di discussione e che appaia “decisivo” ai fini di una diversa soluzione della controversia (Cass. n. 23940 del 12/10/2017; Cass. n. 22598 del 25/09/2018).

In tema di ricorso per cassazione, ove venga dedotto vizio di motivazione, ai sensi del combinato disposto, i sensi dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6 e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, il ricorrente è poi tenuto ad indicare il “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua “decisività”, evidenze che difettano nella censura proposta (Cass. n. 19987 del 10/08/2017; Cass. n. 8053 del 07/04/2014).

Il difetto di allegazione lascia inapplicabile il cd. onere attenuato di prova ed il dovere di cooperazione istruttoria gravante sul giudice di merito in materia di protezione internazionale il cui presupposto è dato dall’assolvimento da parte del richiedente, per l’appunto, dell’onere di allegazione dei fatti costitutivi della sua personale esposizione a rischio.

2. Con il secondo motivo il ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione di legge quanto all’art. 10 Cost., e comma, Direttiva 2011/95/UE nonchè in subordine del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6.

La protezione umanitaria andava riconosciuta al richiedente che nel suo rientro in Costa d’Avorio avrebbe visto compromesso in modo apprezzabile la sua dignità ed il suo diritto ad un’esistenza libera e dignitosa nell’importanza dell’integrazione sociale, lavorativa e familiare raggiunta dallo straniero in Italia come ritenuta dalla giurisprudenza di legittimità (Cass. n. 4455 del 2018). La protezione sussidiaria andava riconosciuta anche se nel Paese di origine vi erano zone in cui il richiedente non correva pericoli. Il concetto di conflitto locale non può essere inteso solo nel senso di guerra civile nei termini tradizionali. Non era stata valutata dalla Corte di appello la attuale situazione della Costa d’Avorio attuale.

Il motivo è inammissibile perchè le proposte censure non sono attinenti al merito della decisione impugnata e nel loro affastellare ragioni di eterogenea natura non consentono neppure di ricostruire nei necessari termini di specificità la natura della critica svolta.

La proposizione, mediante ricorso per cassazione, di censure prive di specifica attinenza al “decisum” della sentenza impugnata comporta l’inammissibilità del ricorso, risolvendosi in un “non motivo”. L’esercizio del diritto di impugnazione, infatti, può considerarsi avvenuto in modo idoneo solo qualora i motivi con i quali è esplicato si traducano in una critica alla decisione impugnata e, quindi, nell’esplicita e specifica indicazione delle ragioni per cui essa è errata, da considerarsi in concreto e dalle quali non possano prescindere, dovendosi pertanto considerare nullo per inidoneità al raggiungimento dello scopo il motivo che difetti di tali requisiti (Cass. n. 15517 del 21/07/2020).

3. Con il terzo motivo il ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art. 2729 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Con la proposta censura si denuncia la decisione de “il Giudice partenopeo” per aver ritenuto che il “solo fatto di appartenere alla etnia più numerosa di per sè elida, per i singoli suoi componenti, il rischio di subire comportamenti discriminatori”. L'”apartheid” e comportamenti discriminatori per esempi forniti dalla “stessa storia recente dell’Africa” risulterebbero da “rapporti di forza dettati da molteplici fattori”.

La critica è assolutamente generica ed in alcun modo correlata alla ratio dell’impugnata sentenza che resta così contestata in modo del tutto inconferente, inefficace e quindi inammissibile per il richiamo, peraltro, ad un ragionamento che sì assume in via presuntiva svolto dalla Corte di merito ma che risulta neppure individuato nei sui esatti e puntuali termini di confronto con la motivazione.

4. Il ricorso è in via conclusiva inammissibile. Nulla sulle spese essendo l’Amministrazione rimasta intimata.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1- bis.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile, il 29 ottobre 2020.

Depositato in Cancelleria il 1 marzo 2021

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