Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 5522 del 01/03/2021

Cassazione civile sez. I, 01/03/2021, (ud. 14/10/2020, dep. 01/03/2021), n.5522

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCOTTI Umberto Luigi Cesare Giuseppe – Presidente –

Dott. TERRUSI Francesco – Consigliere –

Dott. PAZZI Alberto – Consigliere –

Dott. PACILLI Giuseppina Anna Rosaria – Consigliere –

Dott. DOLMETTA Aldo Angelo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 18883/2019 proposto da:

G.O., elettivamente domiciliato in Roma, piazza Cavour, presso

la Corte di cassazione, rappresentato e difeso dall’avvocata Irene

Marucco;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno, (OMISSIS);

– intimato –

avverso il decreto del TRIBUNALE di TORINO, depositato il 06/05/2019;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

14/10/2020 dal Cons. Dott. ALDO ANGELO DOLMETTA;

udito, per il ricorrente, l’avvocato LORENZO TRUCCO, per delega

scritta depositata in udienza;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CERONI Francesca, che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1.- Con decreto depositato nel maggio 2019, il Tribunale di Torino ha respinto il ricorso presentato da G.O., cittadino (OMISSIS), avente a oggetto il riconoscimento della protezione internazionale (diritto di rifugio; protezione sussidiaria) o, in via subordinata, della protezione umanitaria.

2.- Il Tribunale ha ritenuto non credibile la narrazione delle vicende di espatrio compiuta dal richiedente, che aveva riferito di essere fuggito dal Paese di origine per il timore di essere ucciso per questioni ereditarie da uno “zio”. Il racconto è minato – ha rilevato il giudice del merito – da “evidenti e gravi lacune temporali”; da “confusione”; da “genericità”; da “mancanza di logicità”.

Il Tribunale ha ritenuto, inoltre, che non ricorressero i presupposti per il riconoscimento della protezione sussidiaria di cui del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), avuto anche riguardo alla situazione generale delle regioni del sud della Nigeria, delineata anche con indicazione delle fonti di conoscenza.

Quanto poi alla materia della protezione umanitaria, il giudice ha rilevato che “non sono state allegate situazioni afferenti a beni primari della persona, certamente non individuabili nella già ritenuta generica e lacunosa motivazione che il richiedente adduce alla supposta impossibilità di fare rientro nel proprio Paese di origine”.

3.- Avverso questo provvedimento G.O. ha presentato ricorso, affidato a due motivi di cassazione, con pregiudiziale richiesta di sollevare questione di legittimità costituzionale.

Il Ministero non ha svolto difese nel presente grado del giudizio.

5.- La controversia è stata chiamata alla Camera di consiglio della Prima Sezione civile del 19 febbraio 2020. In esito alla quale, il Collegio – rilevato che, riguardo alla censura levata dal primo motivo di ricorso (su cui v. infra, n. 8), risulta “prossima la fissazione in pubblica udienza” per la discussione di altri ricorsi portanti la medesima questione da trattare” – ha stabilito di rinviare la causa alla pubblica udienza della prima Sezione civile.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

6.- In via pregiudiziale, il ricorrente chiede di sollevare la questione di legittimità costituzionale del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis, introdotto dalla L. n. 46 del 2017, art. 6, comma 1, lett. g), per violazione dell’art. 3 Cost., comma 1; art. 24 Cost., commi 1 e 2; art. 111 Cost., commi 1, 2 e 5; art. 117 Cost., comma 1, così come integrati dall’art. 46, par., Direttiva UE n. 32/2013 e dagli artt. 6 e 13CEDU, per quanto concerne la previsione del rito camerale ex artt. 737 c.p.c. e segg., e relative deroghe espresse dal legislatore, nelle controversie in materia di protezione internazionale.

Assume, in particolare, il ricorrente che il vigente modello procedimentale relativo alla materia della protezione internazionale, basato sullo schema della volontaria giurisdizione, non rispetta il principio del contraddittorio, lede il diritto di difesa, con connessa violazione del principio di ragionevolezza.

7.- La questione di legittimità costituzionale, che così è stata rilevata, è manifestamente infondata.

La stessa è stata già più volte proposta – e proprio sulla base degli argomenti anche qui addotti dal richiedente – all’attenzione di questa Corte. Nella presente sede, è perciò sufficiente richiamarsi alle argomentazioni, che sono state svolte, per evidenziare la infondatezza della medesima.

Si veda, in special modo, la pronuncia di Cass., 5 luglio 2018, n. 17717 (“il rito camerale ex art. 737 c.p.c., che è previsto anche per la trattazione delle controversie in materia di diritti e di status, è idoneo a garantire il contraddittorio anche nel caso in cui non sia disposta l’udienza, sia perchè tale eventualità è limitata solo alle ipotesi in cui, in ragione dell’attività istruttoria precedentemente svolta, essa appaia superflua, sia perchè in tale caso le parti sono comunque garantite dal diritto di depositare difese scritte”), nonchè quella di Cass., 30 ottobre 2018, n. 27700.

8.- Con il primo motivo, il ricorrente lamenta la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. b) e c), “anche in relazione alla mancata audizione del richiedente e alla totale assenza di motivazione sul punto”.

Nel contesto del ricorso avanti al Tribunale – così si segnala – era stata “esplicitamente presentata richiesta di audizione del ricorrente”.

Tuttavia, il Tribunale ha “disposto unicamente l’udienza di comparizione, non disponendo l’audizione, ma senza addurre alcuna motivazione in relazione a tale richiesta di audizione”.

Nella specie concreta – si aggiunge – il punto riveste particolare importanza. Il Tribunale ha “ritenuto l’inattendibilità del ricorrente in particolare in relazione alle condizioni del Paese di origine e al rischio del danno grave in caso di rientro”; “molti elementi avrebbero potuto facilmente essere chiariti”, tuttavia, “se fosse stata disposta l’audizione del ricorrente”; “occorre rilevare come il racconto, per quanto semplice alla luce degli scarsi strumenti culturali del ricorrente, di giovane età, sia coerente con il quadro generale della situazione in Nigeria”.

9.- Recentemente la giurisprudenza di questa Corte è venuta a elaborare, in relazione alla materia richiamata dall’esposto motivo di ricorso, una serie di principi informanti.

Al riguardo va data continuità all’orientamento formatosi sul testo del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35-bis, per cui il giudice che sia investito del ricorso contro il provvedimento di rigetto della domanda di protezione internazionale può esimersi dall’audizione del richiedente se a quest’ultimo, nella fase amministrativa, sia stata data la facoltà di essere sentito e il verbale del colloquio, ove avvenuto, sia stato reso disponibile (Sez. 2 -, n. 15318 del 17/07/2020, Rv. 658285 – 01). Difatti nel giudizio d’impugnazione innanzi all’autorità giudiziaria, ove sia mancata la videoregistrazione del colloquio svoltosi dinanzi alla commissione territoriale, all’obbligo del giudice di fissare l’udienza non consegue automaticamente quello di procedere all’audizione del richiedente, purchè sia stata garantita a costui la facoltà di rendere le proprie dichiarazioni o davanti alla commissione territoriale o, se necessario, innanzi al tribunale (Sez. 1, n. 5973 del 28/02/2019 Rv. 652815 – 01;Sez. 6 – 1, n. 1088 del 20/01/2020, Rv. 658369 – 01).

Ciò è quanto, in base alla sentenza, si evince esser avvenuto nel caso di specie.

Occorre precisare che la ripetuta interpretazione è conforme agli artt. 12, 14, 31 e 46 della direttiva 2013/32-UE, secondo l’interpretazione che ne ha dato la Corte di giustizia con la sentenza 26 luglio 2017, C348/16, Moussa Sacko, e che i suddetti principi assumono rilevanza anche nel procedimento in grado di appello nelle controversie, come quella in esame, soggette al D.Lgs. n. 150 del 2011. Nel senso che anche in tal caso non è ravvisabile una violazione processuale, sanzionabile a pena di nullità, nell’omessa audizione personale del richiedente, poichè l’audizione comunque non si traduce in un incombente automatico neppure dinanzi all’affermata non credibilità del racconto.

Vi è semmai il diritto della parte di richiedere l’audizione personale a fronte di specifiche circostanze di fatto che si intendano chiarire. Diritto cui si collega tuttavia il potere officioso del giudice di valutare la rilevanza di quelle circostanze nel complesso degli elementi acquisiti, ben potendo il giudice del gravame respingere la domanda di protezione internazionale che risulti manifestamente infondata sulla sola base degli elementi di prova desumibili dagli atti e di quelli emersi attraverso l’audizione svoltasi nella fase amministrativa (vedi Sez. 1, n. 8931 del 14/05/2020, Rv. 657904 – 01), per quanto correlata a fattispecie soggetta del D.Lgs. n. 25 del 2008, previgente art. 35).

Contigua a codesti principi appare anche la recente affermazione della sentenza di questa sezione n. 21584 del 7/10/2020.

In quel caso è stato all’esito di ampia motivazione fissato il principio per cui “Nei giudizi in materia di protezione internazionale il giudice, in assenza della videoregistrazione del colloquio svoltosi dinnanzi alla commissione territoriale, ha l’obbligo di fissare l’udienza di comparizione, ma non anche quello di disporre l’audizione del richiedente, a meno che: a) nel ricorso vengano dedotti fatti nuovi a sostegno della domanda; b) il giudice ritenga necessaria l’acquisizione di chiarimenti in ordine alle incongruenze o alle contraddizioni rilevate nelle dichiarazioni del richiedente; c) quest’ultimo nel ricorso non ne faccia istanza, precisando gli aspetti in ordine ai quali intende fornire i predetti chiarimenti, e sempre che la domanda non venga ritenuta manifestamente infondata o inammissibile”.

Affermare l’inesistenza dell’obbligo di audizione a meno che nel ricorso vengano dedotti fatti nuovi, ovvero il giudice ritenga necessaria l’acquisizione di chiarimenti, ovvero ancora l’istanza sia corredata da precise indicazioni sui singoli aspetti da chiarire, e “sempre che la domanda non venga ritenuta manifestamente infondata o inammissibile”, equivale a costruire l’audizione pur sempre come oggetto di una facoltà, non di un obbligo; sebbene di una facoltà che, laddove esercitata in un senso o nell’altro, presupponga (come ovvio) l’esplicitazione dei motivi della afferente decisione.

Cosicchè, anche in base al citato precedente, l’istanza di audizione non può essere dal ricorrente considerata come finalizzata all’esercizio di un diritto potestativo, come sarebbe se al fondo di essa fosse riscontrabile un incombente processuale automatico, necessariamente insito nella fissazione dell’udienza e tale da impedire al giudice di rigettare altrimenti la domanda. Questo rafforza l’orientamento dominante di questa Corte, inaugurato dalla sentenza n. 17717 del 2018.

Ben vero, nel solco di quanto affermato dalla citata sentenza n. 21584 del 2020, vi è semmai da aggiungere che il corredo esplicativo dell’istanza di audizione deve risultare anche dal ricorso per cassazione, in prospettiva di autosufficienza; nel senso che il ricorso, col quale si assuma violata l’istanza di audizione, implica che sia soddisfatto da parte del ricorrente l’onere di specificità della censura, con indicazione puntuale dei fatti a suo tempo dedotti a fondamento di quell’istanza.

10.- Nel dare continuità agli arresti appena richiamati, il Collegio rileva che, nella specie, l’onere di “specifica indicazione” non è stato rispettato dal ricorrente.

In effetti, il motivo si limita a fare generico riferimento all’opportunità di audizione del richiedente allo scopo di chiarire degli aspetti concernenti il suo racconto e la situazione generale presente in Nigeria (cfr. sopra, l’ultimo capoverso del n. 8).

11.- Il primo motivo di ricorso deve perciò essere rigettato.

12.- Col secondo motivo, dedicato alla materia della protezione umanitaria, il ricorrente lamenta la violazione della norma del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, anche in relazione all’art. 10 Cost., comma 3.

Segnala in proposito il motivo che il ricorrente ha “lasciato il suo Paese in una drammatica condizione di grave precarietà, subendo anche una carcerazione in Libia in terribili condizioni” e che ha “fornito invece elementi di inserimento”.

13. Il motivo è inammissibile.

Lo stesso, infatti, si limita a formulare degli enunciati del tutto generici: così non vengono in alcun modo specificati i tratti della detenzione subita in Libia, nè (tantomeno) gli effetti che la stessa ha avuto sulla persona del richiedente. Ugualmente non vengono riportati i contenuti del percorso di integrazione che sarebbe stato svolto nel territorio italiano.

14.- Nulla per le spese, non essendosi costituito l’intimato Ministero.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Dà atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, ove dovuto, secondo quanto stabilito dalla norma dell’art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile, il 14 ottobre 2020.

Depositato in Cancelleria il 1 marzo 2021

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