Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 5521 del 28/02/2020

Cassazione civile sez. II, 28/02/2020, (ud. 01/10/2019, dep. 28/02/2020), n.5521

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SAN GIORGIO Maria Rosaria – Presidente –

Dott. BELLINI Ubaldo – Consigliere –

Dott. DE MARZO Giuseppe – Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – rel. Consigliere –

Dott. CARBONE Enrico – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 23248-2015 proposto da:

GEDIFA SRL, G.F., elettivamente domiciliati in ROMA,

PIAZZA DELLA BALDUINA 59/A, presso lo studio del prof. FILIPPO

GESUALDI, e rappresentati e difesi dall’avvocato GIUSEPPE NICOLA

SOLIMANDO giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrenti –

contro

COSTRUZIONI MILVANO SRL, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA ANAPO

20, presso lo studio dell’avvocato CARLA RIZZO, che la rappresenta e

difende unitamente all’avvocato SANDRO FERRONI giusta procura in

calce al controricorso;

– controricorrenti –

avverso la sentenza della CORTE D’APPELLO di FIRENZE n. 1066,

depositata il 25/06/2014;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

01/10/2019 dal Consigliere Dott. MAURO CRISCUOLO.

Fatto

MOTIVI IN FATTO ED IN DIRITTO DELLA DECISIONE

1. Il Tribunale di Pistoia – sezione distaccata di Monsummano Terme, con la sentenza n. 68/2009, decidendo sulla domanda proposta dalla Milvano Costruzioni nei confronti della Gedifa S.r.l. e di G.F., dichiarava la legittimità del recesso operate dalla prima, nella qualità di promittente venditrice, dal preliminare di compravendita degli immobili siti in (OMISSIS), condannando il G., promissario acquirente, e la Gedifa, nominata dal primo in virtù della clausola per persona da nominare contenuta nel preliminare, alla restituzione del bene nello stato di fatto e di diritto esistente al momento della consegna, condizionando tuttavia la restituzione del bene alla ripetizione da parte dell’attrice delle somme ricevute a titolo di acconto.

Avverso tale sentenza hanno proposto appello i convenuti, cui resisteva la Milvano Costruzioni, proponendo a sua volta appello incidentale.

La Corte d’Appello di Firenze con la sentenza n. 1066 del 25/6/2014 rigettava l’appello principale ed, in accoglimento dell’appello incidentale, escludeva che la restituzione dell’immobile fosse condizionata alla restituzione da parte dell’attrice della somma di Euro 17.043,08, ponendo le spese del grado di appello in solido a carico degli appellanti.

Quanto al primo motivo di appello, con il quale si intendeva ridiscutere l’inadempimento dei convenuti, che aveva legittimato il recesso della promittente venditrice, la Corte d’Appello osservava che non risultava provato il diverso inadempimento imputato all’attrice, e consistente nella pretesa di riportare nell’atto di vendita un prezzo inferiore rispetto a quello effettivamente concordato, atteso anche che i convenuti non si erano presentati dinanzi al notaio in occasione dell’appuntamento fissato per il rogito.

Inoltre l’acconto versato era stato fatturato dalla venditrice, occorrendo ribadire che l’omessa fatturazione involge profili di carattere fiscale e che non impediva agli acquirenti di poter pretendere comunque il rilascio del documento fiscale, segnalando l’eventuale rifiuto agli organi addetti al controllo tributario.

Emergevano poi numerosi solleciti della venditrice alla stipula del definitivo, rimasti senza seguito, laddove solo in data 21/5/2001 il legale della parte promissaria acquirente aveva lamentato la pretesa della società di voler dichiarare un prezzo inferiore, manifestando l’intento di addivenire alla stipula, missiva che però era stata inviata già cinque mesi dopo che la società attrice aveva dichiarato di recedere dal contratto ex art. 1385 c.c.

Quanto alla pretesa scomparsa dalla produzione dell’attrice di un documento, e precisamente del fax del 18/9/2001, questione sulla quale si era soffermata la difesa degli appellanti, la sentenza di seconde cure, preso atto del suo contenuto, essendo stato poi riprodotto in grado di appello, oltre a rilevare che risultava proveniente da un soggetto estraneo alla vicenda contrattuale (tal G.L. che si afferma essere figlio del convenuto), recava una data ampiamente successiva a quella dell’avvenuto recesso.

In merito alla deduzione circa l’inverosimiglianza del rifiuto dei promissari acquirenti di addivenire alla vendita, dopo avere già versato somme consistenti, la sentenza d’appello rilevava che la mancata conclusione del definitivo ben poteva essere ascritta alla indisponibilità delle somme per far fronte al saldo del prezzo, potendo in ogni caso i convenuti fruire del godimento del bene, del quale avevano conseguito in via anticipata la disponibilità.

L’ordine logico delle questioni poi imponeva la preventiva disamina dell’appello incidentale con il quale la società venditrice si doleva del fatto che fosse stata disposta la restituzione delle somme ricevute a titolo di acconto in assenza di un’espressa domanda da parte dei convenuti.

L’appello de quo era ritenuto fondato, posto che, anche nel caso di risoluzione del contratto, ogni provvedimento restitutorio presuppone la domanda della parte interessata, domanda che nel caso di specie non era stata avanzata, non potendosi infine tenere conto di alcuni documenti prodotti in maniera irrituale solo con la memoria di replica in appello.

Tale accoglimento determinava l’assorbimento del secondo motivo di appello principale, con il quale ci si doleva della decorrenza degli interessi sulle somme delle quali era stata disposta la restituzione.

Quanto infine al terzo motivo di appello principale, la Corte distrettuale rilevava che la doglianza in ordine alla quantificazione delle spese di lite era del tutto generica, anche perchè le critiche non tenevano conto anche di altre attività difensive svolte dal difensore della società attrice, non espressamente oggetto di critica nell’appello.

Per la cassazione di tale sentenza propongono ricorso la Gedifa S.r.l. e G.F. sulla base di quattro motivi, illustrati da memorie.

La Milvano Costruzioni S.r.l. ha resistito con controricorso.

2. Il primo motivo di ricorso denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c. nonchè l’omessa pronuncia su di un fatto decisivo della controversia, la violazione e falsa applicazione dell’art. 1421 c.c. nonchè dell’art. 101 Cost. e art. 101 c.p.c., con l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti.

Si lamenta che nella comparsa conclusionale gli appellanti avevano dedotto la nullità del preliminare, senza che abbia fatto seguito una pronuncia del giudice di merito, sebbene la nullità sia rilevabile d’ufficio, come precisato anche dalle Sezioni Unite di questa Corte.

Inoltre il preliminare non riportava i dati concernenti la regolarità urbanistica del bene, i confini ed i dati catastali, con la conseguenza che il giudice di prime cure avrebbe dovuto d’ufficio sollecitare il contraddittorio.

Il secondo motivo lamenta la violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c. nonchè l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio nella parte in cui la Corte d’Appello, rilevando che non era stata proposta domanda restitutoria delle somme versate a titolo di acconto, riconosce alla società attrice la somma de qua, in assenza di domanda.

La decisione impugnata ha inoltre omesso di formulare la comparazione tra i reciproci inadempimenti, trascurando altresì che la stessa attrice già in citazione aveva offerto la restituzione delle dette somme.

Inoltre, la sentenza ha erroneamente affermato che i ricorrenti avrebbero irritualmente prodotto dei documenti con la memoria di replica in appello, laddove si trattava a ben vedere di documenti già prodotti nelle precedenti fasi di merito e che quindi non incorrevano in alcuna preclusione.

Il terzo motivo denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c. e difetto di motivazione in merito alla nota fax del 18/9/2001 che costituisce fatto decisivo per il giudizio.

Dopo avere ricostruito il contenuto del preliminare di compravendita, si evidenza che la Milvano non aveva mai dato seguito agli obblighi sulla stessa incombenti in vista della stipula del definitivo, omettendo di produrre la necessaria documentazione che pur si era impegnata ad offrire.

E’ erronea l’affermazione del giudice di appello secondo cui la parte promissaria acquirente non si sarebbe mai presentata dinanzi al notaio, sebbene invitata, essendo altrettanto erronea l’affermazione secondo cui non sarebbe stato dimostrato l’intento della venditrice di dichiarare un prezzo di vendita inferiore a quello effettivo.

Quanto al fax del 18/9/2001 non è vero che lo stesso proveniva da un soggetto terzo, recando anche la sottoscrizione di G.F., ed essendone stato travisato il contenuto.

Altrettanto erronea è poi l’affermazione secondo cui non sarebbe attendibile la difesa dei convenuti, per la quale è inverosimile il rifiuto ingiustificato degli stessi di addivenire alla stipula del definitivo, dopo avere versato consistenti somme in acconto.

Il quarto motivo, infine, deduce che la sentenza è erronea anche quanto al rigetto del motivo di appello che investiva le spese di lite, non essendosi tenuto conto che il protrarsi del giudizio di primo grado era dovuto ad avvicendamento di vari giudici affidatari della causa e che le attività difensive della controparte si erano compendiate in atti composti di poche pagine, occorrendo tenere anche conto del fatto che in primo grado vi era stata una soccombenza reciproca che legittimava una compensazione.

3. Il ricorso è inammissibile, come peraltro eccepito dalla controricorrente, in quanto risulta essere stato tardivamente proposto.

Infatti, la sentenza impugnata è stata pubblicata in data 25/6/2014, ed in assenza di notifica, il termine per impugnare è quello dettato dall’art. 327 c.p.c., nella formulazione ancora anteriore alla novella di cui alla L. n. 69 del 2009, stante la pendenza del processo in primo grado già alla data del 4 luglio 2009.

Orbene, considerato il doppio periodo di sospensione feriale dei termini, di cui fruisce il termine de quo, che per l’anno 2014 andava dal 1 agosto al 15 settembre, e per l’anno 2015, a seguito della modifica del periodo dettata dal D.L. n. 132 del 2014 conv. nella L. n. 162 del 2014, dal 1 al 31 agosto, il termine ultimo per la proposizione del ricorso andava a scadere il 10 settembre 2015, laddove notificato solo in data 22/9/2015.

4. Le spese seguono la soccombenza dispositivo.

5. Poichè il ricorso è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 ed è dichiarato inammissibile, sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilità 2013), che ha aggiunto il comma 1-quater del testo unico di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13 – della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione.

PQM

La Corte dichiara il ricorso inammissibile e condanna i ricorrenti, in solido tra loro, al rimborso delle spese del presente giudizio in favore della controricorrente, che liquida in complessivi Euro 4.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali pari al 15 % sui compensi, ed accessori di legge;

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento da parte dei ricorrenti del contributo unificato dovuto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda civile della Corte Suprema di Cassazione, il 1 ottobre 2019.

Depositato in Cancelleria il 28 febbraio 2020

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