Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 5516 del 01/03/2021

Cassazione civile sez. I, 01/03/2021, (ud. 15/07/2020, dep. 01/03/2021), n.5516

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CRISTIANO Magda – Presidente –

Dott. TRICOMI Laura – Consigliere –

Dott. CARADONNA Lunella – Consigliere –

Dott. FIDANZIA Andrea – Consigliere –

Dott. SOLAINI Luca – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 5238/2019 proposto da:

A.J., elettivamente domiciliato in Milano, alla via Lamarmora

n. 42, presso lo studio dell’avv. Stefania Santilli, che lo

rappresenta e difende giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno;

– resistente –

avverso il decreto del TRIBUNALE di MILANO, depositato il 01/01/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

15/07/2020 dal Cons. Dott. SOLAINI LUCA.

 

Fatto

RILEVATO

che:

Il Tribunale di Milano, con decreto del 1.1.2019, ha respinto il ricorso proposto da A.J., cittadino del (OMISSIS) richiedente asilo, avverso il provvedimento della competente Commissione territoriale che gli aveva negato il riconoscimento della protezione internazionale, anche nella forma sussidiaria, e di quella umanitaria.

Il ricorrente aveva riferito: che, al ritorno da una gita scolastica in montagna, lui ed altri due studenti erano rimasti gli ultimi a dover prendere la seggiovia che avrebbe dovuto riportarli al piano; che il custode dell’impianto li aveva autorizzati ad utilizzare insieme lo stesso sedile, che però era omologato al trasporto di due sole persone; che pertanto nessuno si era seduto correttamente e non era stato possibile neppure azionare la chiusura di sicurezza; che nel corso della discesa si era accesa una disputa in ragione della sua appartenenza ad un gruppo studentesco di credo politico opposto a quello degli altri due compagni; che il ragazzo che era alla sua destra gli aveva dato una spinta coi gomiti, alla quale egli aveva replicato; che anche l’altro ragazzo aveva iniziato a spingere coi gomiti e alla fine era caduto dalla seggiovia, decedendo nell’impatto col suolo; che il defunto era il nipote di un potente politico pakistano, il quale lo aveva ingiustamente accusato di essere responsabile dell’incidente, si era recato più volte presso l’abitazione dei suoi genitori e non avendolo lì trovato, aveva sparato dei colpi in aria e proferito minacce di morte nei suoi confronti; che, temendone la vendetta, dopo che suo padre si era rivolto inutilmente alla polizia per ottenere protezione, egli aveva lasciato il proprio Paese.

Il tribunale ha respinto le domande di riconoscimento dello status di rifugiato o della protezione sussidiaria ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a) e b), in quanto ha ritenuto le dichiarazioni di A. affette da incongruenze che ne inficiavano l’attendibilità. In particolare, il tribunale, soffermandosi sulle dichiarazioni del richiedente in ordine a quanto accaduto nell’immediatezza dell’incidente, ha ritenuto non credibile che sul luogo fosse intervenuta solo un’ambulanza, e non anche la polizia, nonostante sia il preside dell’istituto sia il resto della scolaresca in gita fossero lì rimasti per circa sei ore, e che non fosse stato pertanto redatto neppure un verbale sommario volto a ricostruire l’accaduto o, quantomeno, raccogliere le testimonianze di chi aveva visto il ragazzo cadere; da tale circostanza ha poi tratto il convincimento che lo zio del defunto non avrebbe avuto alcun elemento per ritenere il ricorrente responsabile dell’evento.

Il giudice ha inoltre escluso, in base alle fonti consultate, che la regione del Punjab, dalla quale A. proviene, sia interessata da un conflitto armato generalizzato, tale da giustificare la concessione della protezione sussidiaria ai sensi dell’art. 14 cit., lett. c), ed ha infine rilevato che non ricorrevano i presupposti della protezione umanitaria, non essendo stati allegati profili di vulnerabilità del richiedente diversi da quelli ritenuti inattendibili.

A.J. ha proposto ricorso per la cassazione del decreto, sulla base di tre motivi.

Il Ministero dell’Interno non ha spiegato difese.

Diritto

CONSIDERATO

che:

Con il primo motivo il ricorrente denuncia violazione dell’art. 116 c.p.c., D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5 e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, lamentando che il tribunale abbia fondato la valutazione di inattendibilità del racconto su circostanze travisate o mai dedotte, omettendo, per contro, di vagliare quelle di segno opposto dal lui indicate.

Il motivo, che va più correttamente qualificato come volto alla denuncia di un vizio di motivazione, è fondato.

Il tribunale ha tratto il proprio convincimento sul punto in contestazione dal rilievo della sostanziale impossibilità, secondo logica, che sul luogo del sinistro non fosse stata chiamata ad intervenire la polizia, che non fosse stato redatto un verbale e che i due testimoni dell’incidente non fossero stati interrogati nelle immediatezze del fatto.

Sennonchè tale assunto non trova riscontro nelle dichiarazioni rese dal ricorrente in sede di audizione dinanzi alla C.T. (riportate, ai fini dell’autosufficienza, alle pag. 15 e 16 del ricorso): “la polizia era arrivata sul posto… ha fatto indagini con le persone che erano intorno… aveva chiesto a me e all’altro ragazzo come era successo e gli altri hanno risposto…, ha chiesto se eravamo noi due con lui e se eravamo in piedi”, dalle quali risulta, per contro, che la polizia era sicuramente intervenuta ed aveva interrogato gli astanti, ivi compreso il ricorrente e l’altro compagno.

Ricorre dunque il vizio di omesso esame di un fatto decisivo, posto che dette dichiarazioni sono di per sè astrattamente idonee ad inficiare l’intera ricostruzione logica posta dal tribunale a fondamento della statuizione di inattendibilità del racconto del ricorrente.

Col secondo motivo il ricorrente si duole, specificamente, del rigetto della domanda di protezione sussidiaria, che a suo dire il tribunale avrebbe respinto senza neppure valutare la ricorrenza dei presupposti di cui del D.Lgs. n. 251 del 2007, lett. a) e b) e limitandosi ad escludere che sussistesse il presupposto di cui alla lett. c), peraltro sulla scorta di fonti non aggiornate di cui avrebbe anche travisto il contenuto.

Il motivo è assorbito nella sua prima parte dall’accoglimento del primo (posto che solo dopo aver ritenuto attendibili i fatti narrati dal richiedente asilo il giudice è tenuto a valutare se essi lo espongano al rischio di subire la pena di morte, o persecuzioni, o trattamenti inumani o degradanti). Nella sua seconda parte è invece inammissibile, risolvendosi nella richiesta di una diversa interpretazione della medesima fonte di informazione internazionale dalla quale il tribunale ha tratto il convincimento dell’insussistenza in Punjab di una situazione di conflitto armato generalizzato, senza che siano state individuate fonti diverse e più aggiornate.

Il terzo motivo, che investe la statuizione di rigetto della domanda di protezione umanitaria, è assorbito.

All’accoglimento del primo motivo conseguono la cassazione del decreto impugnato e il rinvio della causa al Tribunale di Milano, in diversa composizione, per una nuova valutazione della attendibilità delle dichiarazioni del ricorrente, alla cui stregua riesaminare le domande (fatta eccezione per quella di riconoscimento della protezione sussidiaria ai sensi dell’art. 14 cit., lett. c)).

Il giudice del rinvio liquiderà anche le spese di questo giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il primo motivo di ricorso, dichiara il secondo in parte assorbito e in parte inammissibile ed assorbito il terzo; cassa il decreto impugnato in relazione al motivo accolto e rinvia al tribunale di Milano, in diversa composizione, anche per le spese del presente giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 15 luglio 2020.

Depositato in Cancelleria il 1 marzo 2021

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