Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 5508 del 08/03/2018


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Cassazione civile, sez. lav., 08/03/2018, (ud. 08/11/2017, dep.08/03/2018),  n. 5508

Fatto

Il Tribunale di Roma dichiarava inammissibile la domanda proposta da T.L. nei confronti della s.p.a. Poste Italiane, volta ad accertare che i tre contratti di somministrazione di lavoro a tempo determinato intercorsi fra le parti nel periodo 21/1/2005 – 31/1/2006, erano stati stipulati in violazione del D.Lgs. n. 276 del 2003, art. 20 e che, per l’effetto, si era instaurato un rapporto di lavoro a tempo indeterminato sin dal primo di detti contratti. La questione della validità relativa ai rapporti di somministrazione inter partes, infatti, era già stata oggetto di disamina da parte di precedente giudizio del Tribunale capitolino, che era stato definito con pronuncia n.23085 del 20/12/2007, passata in giudicato, di rigetto della domanda attrice.

La Corte distrettuale, successivamente adita dalla lavoratrice, con sentenza resa pubblica il 27/5/2013, rigettava l’appello dalla stessa interposto, in estrema sintesi, sul rilievo secondo cui dall’esame complessivo del ricorso introduttivo del pregresso giudizio, si evinceva che fra le ragioni dedotte a fondamento delle pretese ivi azionate concernenti l’accertamento della nullità del termine apposto al contratto stipulato direttamente con Poste Italiane per il periodo 31/1-31/3/2006 e la richiesta di conversione del contratto stipulato in contratto a tempo indeterminato – rientrava anche quella avente ad oggetto la legittimità dei Precedenti contratti di somministrazione di lavoro a tempo determinato.

La cassazione di tale decisione è domandata da T.L. sulla base di due motivi.

Resiste la società Poste Italiane con controricorso, successivamente illustrato da memoria ex art. 378 c.p.c..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo si prospetta violazione dell’art. 2909 c.c. e dell’art. 12 disp. gen. ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Ci si duole che l’esegesi del giudicato esterno, equiparata dalla giurisprudenza delle Sezioni Unite di questa Corte a quella delle norme giuridiche, per essere il giudicato “tamquam jus”, sia stata condotta omettendo una rigorosa interpretazione della pronuncia in conformità ai dettami di cui alla citata disposizione delle leggi in generale, non ritenendosi significativo nè sufficiente, al riguardo, il richiamo disposto dalla Corte di merito alle deduzioni contenute nelle note autorizzate depositate dalla ricorrente nel diverso giudizio.

2. Con il secondo motivo si critica la sentenza impugnata ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 sotto il profilo di insufficiente motivazione in relazione alla omessa lettura della sentenza che avrebbe determinato la formazione del giudicato esterno.

3. I motivi, da trattarsi congiuntamente siccome connessi, vanno disattesi.

La tesi accreditata dalla lavoratrice a sostegno delle critiche, si presenta evidentemente carente sotto il profilo della autosufficienza, giacchè omette di riportare integralmente il tenore della sentenza n. 23085/2007 resa inter partes dal Tribunale di Roma e posta dalla Corte distrettuale a fondamento della decisione oggetto di censura in questa sede di legittimità.

La giurisprudenza di questa Corte, da tempo, ha infatti posto in evidenza il necessario coordinamento tra il principio secondo cui l’interpretazione del giudicato esterno può essere effettuata direttamente dalla Corte di Cassazione con cognizione piena, e il principio della necessaria autosufficienza del ricorso.

Ha, infatti, affermato che “L’interpretazione di un giudicato esterno può essere effettuata anche direttamente dalla Corte di cassazione con cognizione piena, nei limiti, però, in cui il giudicato sia riprodotto nel ricorso per cassazione, io forza del principio di autosufficienza di questo pezzo di impugnazione, con la conseguenza che, qualora l’interpretazione che abbia dato il giudice di merito sia ritenuta scorretta, il predetto ricorso deve riportare il testo del giudicato che si assume erroneamente interpretato, con richiamo congiunto della motivazione e del dispositivo, atteso che il solo dispositivo non può essere sufficiente alla comprensione del comando giudiziale” (vedi Cass. Sez. Un. 27/1/2004 n.1416, Cass. 13/12/2006, n. 26627, ed in motivazione Cass. 31/7/2012 n.13658, Cass. 17/1/2017 n.995).

Tale orientamento ha rimarcato come i motivi di ricorso per cassazione fondati su giudicato esterno, debbano rispondere ai dettami di cui all’art. 366 c.p.c., n. 6, che del principio di autosufficienza rappresenta il precipitato normativo (cfr. Cass. 18/10/2011 n. 21560, Cass. 13/3/2009 n. 6184; Cass. 30/4/2010 n. 10537); tanto sia sotto il profilo nella riproduzione del testo della sentenza passata in giudicato, non essendo a tal fine sufficiente il riassunto sintetico della stessa (cfr. Cass. 11/02/2015 n. 2617), sia sotto il profilo della specifica indicazione della sede in cui essa sarebbe rinvenibile ed esaminabile, in questo giudizio di legittimità (vedi Cass. cit. n. 21560/2011).

4. La tecnica redazionale adottata nella stesura del presente ricorso, e risoltasi nella mera riproduzione solo di taluni stralci della pronuncia rivenuta res iudicata, ridonda, dunque, in termini di genericità del ricorso medesimo, palesandosi del tutto inidonea ad enucleare le effettive carenze motivazionali che connotano la pronuncia impugnata, in quanto il suo vaglio richiede l’esame di atti processuali ultronei rispetto allo stesso ricorso.

Non è dato riscontrare, invero, nella fattispecie scrutinata, il requisito della specificità, della completezza e riferibilità alla decisione impugnata che consentono di assicurare al ricorso l’autonomia necessaria ad individuare, senza il sussidio di altre fonti, l’immediata e pronta risoluzione delle questioni da risolvere, non essendo la Corte di cassazione tenuta a ricercare, al di fuori del contesto del ricorso, le ragioni che dovrebbero sostenerlo.

Il ricorso va, pertanto, dichiarato inammissibile.

Per il principio della soccombenza, le spese del presente giudizio si pongono a carico della ricorrente nella misura in dispositivo liquidata.

Si dà atto, infine, della sussistenza delle condizioni richieste dal D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater per il versamento da parte ricorrente, a titolo di contributo unificato, dell’ulteriore importo pari a quello versato per il ricorso.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna la ricorrente il pagamento delle spese del presente giudizio che liquida in Euro 200,00 per esborsi ed Euro 4,000,00 per compensi professionali oltre spese generali al 15% ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 8 novembre 2017.

Depositato in Cancelleria il 8 marzo 2018

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