Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 5437 del 18/02/2022

Cassazione civile sez. VI, 18/02/2022, (ud. 25/11/2021, dep. 18/02/2022), n.5437

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BISOGNI Giacinto – Presidente –

Dott. IOFRIDA Giulia – Consigliere –

Dott. NAZZICONE Loredana – Consigliere –

Dott. CAMPESE Eduardo – rel. Consigliere –

Dott. FIDANZIA Andrea – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso proposto da:

L.C., rappresentato e difeso, giusta procura speciale

allegata in calce al ricorso, dall’Avvocato Clementina Di Rosa,

presso il cui studio elettivamente domicilia in Napoli, alla via G.

Porzio, Centro Direzionale, Is. F12, int. 23-24.

– ricorrente –

nei confronti di:

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro pro tempore.

– intimato –

avverso il decreto del TRIBUNALE DI NAPOLI, depositato il 28/10/2020;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del giorno 25/11/2021 dal Consigliere Relatore Dott.

CAMPESE EDUARDO.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con ricorso del D.Lgs. n. 25 del 2008, ex art. 35-bis depositato il 15 aprile 2019, L.C., nativo della Nigeria (Edo State), ha adito il Tribunale di Napoli impugnando il provvedimento con cui la competente Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale aveva respinto la sua richiesta di protezione internazionale, nelle forme dello status di rifugiato, della protezione sussidiaria e del rilascio di un permesso di soggiorno per motivi umanitari.

1.1. Nel richiedere il riconoscimento della suddette forme di protezione, il ricorrente ha esposto: i) di essere di etnia benin, di religione cattolica; i) di essere fuggito dalla Nigeria per sottrarsi alle ingiuste accuse di aver stuprato una ragazza, dalle quali era derivato prima il suo arresto e, poi, le violenze perpetrate in suo danno dai parenti della giovane; di aver vissuto alcuni anni nell’Enugu State; iv) l’esistenza di un clima di violenza e di sopraffazione determinato dal terrorismo islamista al nord della Nigeria, nel Delta del Niger, dai ribelli suprematisti del MEND ed in tutta la Nigeria dalla intolleranza contro i cattolici.

2. Il Tribunale ha ritenuto insussistenti i presupposti per il riconoscimento di qualsivoglia forma di protezione.

2.1. In particolare: i) ha ritenuto il racconto del ricorrente non credibile, generico e stereotipato, evidenziandone gli elementi contraddittori; ii) ha escluso la ricorrenza dei presupposti per il riconoscimento dello status di rifugiato, nonché dei requisiti per la protezione ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), sulla base delle COI consultate e menzionate; ha negato, infine, il riconoscimento del permesso di soggiorno ai sensi del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, in considerazione della mancata allegazione di circostanze di particolare vulnerabilità soggettiva e relative all’integrazione in Italia, ritenendo insufficiente a tal proposito la documentazione del corso di lingua italiana frequentato dal ricorrente.

3. Avverso il predetto decreto L.C. ricorre per cassazione, affidandosi a quattro motivi. Il Ministero dell’Interno non si è costituito nei termini di legge, ma ha depositato un “atto di costituzione” al solo fine di prendere eventualmente parte alla udienza di discussione ex art. 370 c.p.c., comma 1.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. I formulati motivi denunciano, rispettivamente:

I) “Errores in iudicando – violazione e falsa applicazione del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, artt. 3,5,6,7,8 e 14 – Status di rifugiato e protezione sussidiaria (ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3)”. Si contesta il mancato riconoscimento della protezione internazionale, rilevandosi, in particolare, che le conseguenze del proprio rimpatrio sarebbero inevitabilmente un pericolo concreto ed attuale di subire ulteriore violenze o trattamenti inumani e degradanti non potendo far conto su un sistema di giustizia effettiva capace di tutelare i suoi diritti e la sua incolumità;

Il) “Errores in iudicando – violazione o falsa applicazione del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6, – Protezione di carattere umanitario (ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3)”. Si censura il mancato riconoscimento della protezione umanitaria, sottolineandosi la propria condizione di vulnerabilità soggettiva ed oggettiva determinata dalla giovane età, dall’assenza di legami sociali attuali in Nigeria, dalle criticità del Paese di origine affetto da una grave situazione socio-politica;

III) “Errores in iudicando – violazione e falsa applicazione del D.Lgs. 28 gennaio 2008, n. 25, art. 8, comma 3, e art. 27, comma 1-bis – Omessa istruttoria ex officio (ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3)”. Si lamenta l’omessa cooperazione istruttoria ex officio sull’attuale quadro socio-politico della Nigeria anche con riguardo ai fenomeni epidemici e alla situazione di emergenza sanitaria. Si assume che “l’Autorità giudiziaria ha assegnato importanza ad aspetti di rilievo secondario, rispetto ad un racconto nel complesso invece plausibile e coerente, violando palesemente la normativa richiamata. Difatti, il Giudice non ha tenuto conto della grave situazione socio-politica del Paese del ricorrente”;

IV) “Errores in procedendo – per omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti (ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5)”. Si ascrive al tribunale di aver omesso “ogni tipo di pronuncia circa gli ulteriori elementi di vulnerabilità soggettiva ed oggettiva forniti dal ricorrente: violenze subite, assenza di legami sociali col Paese d’origine, clima di diffusa insicurezza nella regione di provenienza, integrazione socio-culturale sul territorio italiano e crisi sanitaria sono tematiche letteralmente oscurate dal competente Collegio, benché chiamato ad una valutazione ponderata ed approfondita in una materia che attiene ai diritti personalissimi dell’individuo”.

2. Tali doglianze sono tutte inammissibili.

2.1. Invero, quanto allo status di rifugiato ed alla protezione sussidiaria del D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. a) e b), il corrispondente (primo) motivo non si confronta con la ratio decidendi relativa alla inattendibilità del racconto circa le ragioni dell’espatrio, limitandosi al riguardo ad affermare apoditticamente la coerenza e specificità delle dichiarazioni, con l’implicita quanto inammissibile richiesta di riesame del motivato accertamento in fatto espresso dal giudice di merito. Dal quale, peraltro, deriva, secondo la consolidata giurisprudenza di questa Corte, la insussistenza di un dovere del giudice di integrazione istruttoria d’ufficio circa la sussistenza di un pericolo individualizzato tra molte: Cass. n. 24575 del 04/11/2020).

2.2. Con riferimento al rischio di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), il tribunale ha assolto al dovere di cooperazione istruttoria, assumendo informazioni sul Paese di origine (Nigeria, Edo State) da fonti attendibili ed aggiornate che sono state esplicitamente menzionate nella decisione (cfr. Cass. n. 22527/2020).

2.2.1. A tale motivato accertamento di fatto il ricorso oppone genericamente la propria valutazione di segno opposto, facendo altrettanto generico riferimento al contenuto imprecisato di tre reports (Viaggiare Sicuri, Amnespi International e HRW) che dovrebbero supportare il suo assunto. Sotto questo profilo, la doglianza di violazione del disposto normativo (in sé, peraltro, inapprezzabile anche sul piano della previsione astratta, dal momento che una situazione di instabilità non equivale al conflitto armato) si risolve, in effetti, in una richiesta di revisione del giudizio di fatto rettamente espresso dal giudice di merito: richiesta evidentemente estranea alla verifica di legittimità.

3. Parimenti inammissibile si rivela il secondo motivo, atteso che, limitandosi a fare generico riferimento a categorie astratte senza alcuna precisazione in ordine ad eventuali specifiche allegazioni espresse nel giudizio di merito, si risolve in una richiesta inammissibile di revisione del giudizio di fatto rettamente operato dal tribunale.

4. Anche il terzo motivo non si sottrae ai rilievi sopra esposti.

4.1. Il ricorrente lamenta l’omesso approfondimento d’ufficio della situazione socio-politica (oltre che sanitaria in relazione all’epidemia da COVID-19) della Nigeria, ma tale deduzione, lungi dal prospettare una violazione del disposto astratto della norma, si pone in diretto contrasto con l’accertamento di merito compiuto dal tribunale. Inoltre, si fa riferimento a situazioni di vulnerabilità che non risultano attinenti alla condizione personale del ricorrente, come emergente dalle sue allegazioni.

5. Del pari inammissibile e’, infine, il quarto motivo, carente di qualsivoglia precisazione in relazione a quali specifici fatti materiali, che risultino essere stati allegati e quindi discussi nel giudizio di merito, sia stato omesso l’esame.

6. Il ricorso, dunque, va dichiarato inammissibile, senza necessità di pronuncia sulle spese di questo giudizio di legittimità, essendo il Ministero dell’Interno rimasto solo intimato, e dandosi atto, altresì, – in assenza di ogni discrezionalità al riguardo (cfr. Cass. n. 5955 del 2014; Cass., S.U., n. 24245 del 2015; Cass., S.U., n. 15279 del 2017) e giusta quanto recentemente precisato da Cass., SU, n. 4315 del 2020 – che, stante il tenore della pronuncia adottata, sussistono, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, i presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto, mentre “spetterà all’amministrazione giudiziaria verificare la debenra in concreto del contributo, per la inesistenza di cause originarie o sopravvenute di esenzione dal suo pagamento”.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, giusta dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sesta sezione civile della Corte Suprema di Cassazione, il 25 novembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 18 febbraio 2022

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