Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 5421 del 27/02/2020

Cassazione civile sez. VI, 27/02/2020, (ud. 24/10/2019, dep. 27/02/2020), n.5421

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. D’ASCOLA Pasquale – Presidente –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

Dott. TEDESCO Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. SCARPA Antonio – Consigliere –

Dott. GIANNACCARI Rossana – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 35571-2018 proposto da:

C.S., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA ABRUZZI 25,

presso lo studio dell’avvocato UGO SCURO, che lo rappresenta e

difende;

– ricorrente –

contro

C.P., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA LUCREZIO

CARO 62, presso lo studio dell’avvocato SIMONE CICCOTTI, che lo

rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 2061/2018 della CORTE D’APPELLO di ANCONA,

depositata il 03/10/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 24/10/2019 dal Consigliere Relatore Dott. TEDESCO

GIUSEPPE.

Fatto

FATTI DI CAUSA E RAGIONI DELLA DECISIONE

La Corte d’appello di Ancona, in riforma della sentenza del Tribunale di Ascoli Piceno, ha dichiarato inammissibile, per difetto di interesse ad agire, la domanda proposta da C.S. contro C.P., volta a fare accertare la nullità del vitalizio oneroso stipulato fra il convenuto e la comune genitrice delle parti in causa, in seguito deceduta.

La corte ha rilevato che la defunta aveva già disposto per testamento del bene oggetto del negozio impugnato, lasciandolo al medesimo cessionario a titolo di legato.

Secondo la corte l’attore, in assenza di domande proposte nei confronti del legatario o volte all’impugnativa del testamento, non aveva un interesse concreto e attuale all’accertamento della nullità del negozio, non potendo pretendere la restituzione del bene all’asse ereditario, perchè destinato al legatario.

Per la cassazione della sentenza C.S. ha proposto ricorso, affidato a sette motivi.

C.P. ha resistito con controricorso.

Su proposta del relatore, che riteneva che il ricorso potesse essere accolto per manifesta fondatezza, con la conseguente possibilità di definizione nelle forme di cui all’art. 380-bis c.p.c., in relazione all’art. 375 c.p.c., comma 1, n. 5), il presidente ha fissato l’adunanza della camera di consiglio.

Le parti hanno depositato memorie.

In relazione ad alcuni rilievi operati dal controricorrente nella memoria, la Corte osserva che il fatto che la proposta di “manifesta fondatezza” sia riferita genericamente al ricorso e non al singolo motivo, a un attento esame, non ha creato alcun equivoco o incertezza nella identificazione della ragione per la quale si proponeva la trattazione in camera di consiglio, che è stata indicata nella manifesta fondatezza delle censure dirette contro la sola ratio decidendi della sentenza impugnata, e cioè il difetto di interesse ad agire, restandone conseguentemente assorbite le altre censure.

Il primo motivo denuncia infatti violazione dell’art. 100 c.p.c. per avere la corte di merito dichiarato inammissibile, per carenza dell’interesse ad agire, la domanda volta a fare accertare la nullità del contratto di vitalizio intercorso fra il convenuto e il comune genitore delle parti in causa.

Il motivo è fondato.

La corte ha negato l’interesse ad agire in base ai seguenti rilievi:

– il bene oggetto del contratto aveva già costituito oggetto di legato in favore del cessionario;

– la nullità del contratto di vitalizio oneroso, pure in ipotesi accertata e dichiarata, non comportava la revoca del legato;

– il bene oggetto del contratto rimaneva così appannaggio del medesimo beneficiario in forza del diverso titolo mortis causa;

– quindi, in assenza di impugnazione del testamento o della singola disposizione, l’eventuale accoglimento della domanda avrebbe lasciato il coerede che l’aveva proposta nella medesima posizione.

A tale ricostruzione deve in primo luogo obiettarsi che, secondo l’orientamento di questa Corte, la locuzione “chiunque vi ha interesse” che l’art. 1421 c.c. usa per individuare i soggetti legittimati ad esperire l’azione di nullità di un contratto, si riferisce ai terzi che, non avendo sottoscritto il contratto, sono rimasti estranei ad esso e non già alle parti stipulanti che, in quanto tali, sono sempre legittimate all’esercizio di detta azione essendo in re ipsa il loro interesse all’accertamento della nullità (Cass. n. 7017/1994; n. 9010/1999) e anche se hanno dato causa esse stesse alla nullità medesima.

Infatti “la regola dettata dall’art. 157 c.p.c., secondo cui la nullità non può essere opposta dalla parte che vi ha dato causa, è propria della materia processuale ma è estranea alla materia sostanziale, nella quale l’azione è concessa anche a chi abbia partecipato alla stipulazione del contratto nullo” (Cass. n. 100/1991; n. 10121/2007).

E’ quasi inutile soggiungere che l’erede o il coerede, subentrando nella posizione del de cuius, divengono parte dei contratti da esso stipulati (Cass. n. 12242/2011; n. 4282/1997; n. 1552/1988).

Alle considerazioni che precedono, già sufficienti a giustificare la cassazione della sentenza, si deve aggiungere che, nella specie, chi aveva fatto valere la nullità del contratto era uno dei figli del contraente defunto e quindi un soggetto rientrante nella categoria dei legittimari.

Ora, nel caso in cui un bene, oggetto di disposizione testamentaria a titolo di legato, sia stato poi trasferito al soggetto designato legatario con un contratto inter vivos, sussiste sempre l’interesse dell’erede legittimario del disponente, concreto e attuale, a fare accertare la nullità del negozio dispositivo, anche se l’azione non sia accompagnata da un’azione volta a impugnare il testamento o la singola disposizione.

Al riguardo è sufficiente considerare che i beni legati, in quanto compresi nei beni relitti, sono conteggiati nella massa di calcolo della legittima e quindi ne condizionano la misura (art. 556 c.c.); se il legatario, come nel caso in esame, sia a sua volta legittimario, si impone un problema di imputazione del legato alla legittima del beneficiario o alla disponibile, con gli inevitabili riflessi sulla ripartizione dei beni ereditari, che entro certi limiti prescindono dall’esercizio dell’azione di riduzione.

L’accoglimento del primo motivo comporta l’assorbimento dei restanti motivi (del secondo e del terzo, i quali ripropongono, sotto diverso profilo, la medesima questione; del quarto motivo, con il quale si denuncia la supposta violazione del giudicato interno sulla appartenenza del bene all’asse ereditario; del quinto motivo, con il quale si pone la questione della non integrità del contraddittorio; del sesto motivo sulla regolamentazione delle spese di lite; del settimo motivo volto a censurare la sentenza nella parte in cui la corte di merito ha riconosciuto che l’inammissibilità dell’azione di nullità travolgeva la richiesta di indebito arricchimento).

Si impone in relazione al motivo accolto la cassazione della sentenza, con rinvio alla Corte d’appello di Ancona in diversa composizione anche per le spese.

P.Q.M.

accoglie il primo motivo; dichiara assorbiti gli altri; cassa la sentenza in relazione al motivo accolto; rinvia alla Corte d’appello di Ancona in diversa composizione anche per le spese.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della 6 – 2 Sezione civile della Corte suprema di cassazione, il 24 ottobre 2019.

Depositato in Cancelleria il 27 febbraio 2020

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