Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 5412 del 18/02/2022

Cassazione civile sez. lav., 18/02/2022, (ud. 24/11/2020, dep. 18/02/2022), n.5412

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIA Lucia – Presidente –

Dott. ARIENZO Rosa – Consigliere –

Dott. BLASUTTO Daniela – Consigliere –

Dott. PAGETTA Antonella – Consigliere –

Dott. LEO Giuseppina – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 1575-2020 proposto da:

W.J., domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la

CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentato e

difeso dall’avvocato GIUSEPPE LUFRANO;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO – COMMISSIONE TERRITORIALE PER IL

RICONOSCIMENTO DELLA PROTEZIONE INTERNAZIONALE DI ROMA – SEZIONE DI

FIRENZE, in persona del Ministro pro tempore, rappresentato e difeso

dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO presso i cui Uffici domicilia

ope legis in ROMA, ALLA VIA DEI PORTOGHESI 12;

– resistente con mandato –

avverso la sentenza n. 1584/2019 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE,

depositata il 01/07/2019 R.G.N. 1083/2018;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

24/11/2020 dal Consigliere Dott. GIUSEPPINA LEO.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. la Corte territoriale di Firenze, con sentenza pubblicata l’1.7.2019, ha rigettato l’appello proposto da W.J., cittadino nigeriano, avverso l’ordinanza resa dal Tribunale della stessa sede il 26.3.2018, che aveva respinto il ricorso del medesimo W. avverso il provvedimento emesso dal Ministero dell’Interno-Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale di Roma, Sezione di Firenze, con il quale erano state disattese le domande del medesimo dirette ad ottenere il riconoscimento dello status di rifugiato o, in subordine, del diritto alla protezione sussidiaria di cui al D.Lgs. n. 251 del 2017, ovvero del diritto al rilascio di un permesso di soggiorno per motivi umanitari D.Lgs. n. 286 del 1998, ex art. 5, comma 6;

2. la Corte di merito, per quanto ancora di rilievo in questa sede, ha confermato l’assunto del giudice di prima istanza, secondo il quale – come già ritenuto dalla Commissione territoriale – il racconto del ricorrente sarebbe generico ed altresì viziato da contraddizioni tali da renderlo inattendibile; ha osservato, inoltre, che “le ragioni addotte dal medesimo a sostegno dell’espatrio non integrano in alcun modo il rischio di una persecuzione determinata da ragioni politiche, religiose, razziali o di appartenenza ad un determinato gruppo sociale, secondo quanto dispone il D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 8, ma appaiono collegate ad una “vicenda meramente privata legata a motivi economici”, avendo, peraltro, il medesimo dichiarato di non aver ricevuto minacce da parte di nessuno, o costrizioni che possano essere ricomprese nella normativa sulla quale si basano i provvedimenti;

3. circa la richiesta di protezione sussidiaria, la Corte ha escluso che nel luogo di provenienza dell’appellante, post nella parte Sud del Paese (Edo State), fosse riscontrabile una situazione di violenza indiscriminata tale da creare una minaccia grave e individuale alla vita o alla persona di un civile; pertanto, ha negato la sussistenza dei presupposti per il riconoscimento del diritto alla protezione sussidiaria D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. a) e b);

4. infine, i giudici di appello hanno negato che, nella fattispecie, potessero configurarsi particolari profili di vulnerabilità atti a giustificare il rilascio del permesso di soggiorno previsto dal D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, perché “la storia personale del ricorrente non consente di ritrovare riferimenti ad una condizione di menomata dignità vissuta in patria, né ad una personale situazione di vulnerabilità da proteggere”;

5. per la cassazione della sentenza ha proposto ricorso W.J., articolando due motivi; il Ministero dell’Interno ha depositato tardivamente un “Atto di costituzione” al solo fine “di una eventuale partecipazione all’udienza di discussione”;

6. il P.G. non ha formulato richieste.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. con il primo motivo di ricorso si denunzia, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, “per motivazione apparente, per avere escluso l’esistenza nel Paese di provenienza di una situazione di violenza indiscussa ed incontrollata”, essendo “la Corte incorsa in evidente violazione dei principi relativi alla protezione internazionale dello straniero, laddove esclude l’applicabilità dell’art. 14, limitandosi a dichiarare che il ricorrente avrebbe dedotto un falso pericolo per la propria incolumità, riguardante la pratica dell’infibulazione delle sorelle, che sarebbe ormai vietata in Gambia, rigettandone la relativa istanza di protezione con una mera frase di stile senza addurre alcun report o fonte che potesse comprovarne tale tesi”;

2. con il secondo motivo si censura, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, avendo la Corte di merito erroneamente affermato che non risulta provato che il rimpatrio possa esporre l’appellante, anche in considerazione del luogo di nascita e provenienza, a trattamenti quali quelli contemplati nella normativa di riferimento;

3. il primo motivo è inammissibile, in quanto, all’evidenza, riferito ad altro ricorso e ad altro soggetto appellante, dato che, nella fattispecie, si parla di un cittadino nigeriano dell’Edo State che ha dichiarato di aver lasciato il proprio Paese “per avere la possibilità di una vita serena e di una esistenza dignitosa”, nonché “per sfuggire alla matrigna che si era impossessata di tutti i suoi beni” (v. pagg. 2 e 4 della sentenza impugnata), mentre, nel mezzo di impugnazione in esame si fa riferimento ad una motivazione contenuta in sentenza che riguarderebbe il (OMISSIS) e la pratica della infibulazione cui sarebbero state sottoposte le sorelle dell’appellante e, dunque, ad una situazione ed a un Paese diversi da quelli di cui si tratta, e dei quali, peraltro, non vi è alcuna menzione nella sentenza impugnata;

4. egualmente inammissibile deve considerarsi il secondo mezzo di impugnazione, per difetto di specificità, poiché il ricorrente non ha chiarito nel ricorso dove e quando, nel corso del processo, avrebbe fornito elementi delibatori a sostegno della circostanza del proprio inserimento in Italia o di una situazione di particolare vulnerabilità, anche di carattere temporaneo, da tutelare (cfr., ex plurimis, Cass. n. 25311 del 2020; Cass. n. 7831 del 2019);

5. per tutto quanto in precedenza esposto, il ricorso va dichiarato inammissibile;

6. nulla va disposto in ordine alle spese del presente giudizio, poiché l’Avvocatura dello Stato ha depositato tardivamente un “Atto di costituzione” al solo fine “di una eventuale partecipazione all’udienza di discussione”;

7. avuto riguardo all’esito del giudizio ed alla data di proposizione del ricorso, sussistono i presupposti di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, secondo quanto specificato in dispositivo (cfr. Cass., SS.UU. n. 4315 del 2020).

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Nulla per le spese.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale, il 24 novembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 18 febbraio 2022

 

 

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