Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 5411 del 18/02/2022

Cassazione civile sez. lav., 18/02/2022, (ud. 24/11/2020, dep. 18/02/2022), n.5411

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIA Lucia – Presidente –

Dott. ARIENZO Rosa – Consigliere –

Dott. BLASUTTO Daniela – Consigliere –

Dott. PAGETTA Antonella – Consigliere –

Dott. LEO Giuseppina – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 601-2020 proposto da:

H.A., domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la

CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentato e

difeso dall’avvocato ANTONIO MOLINARI;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO – COMMISSIONE TERRITORIALE PER IL

RICONOSCIMENTO DELLA PROTEZIONE INTERNAZIONALE DI SALERNO – SEZIONE

DI CAMPOBASSO, in persona del Ministro pro tempore, rappresentato e

difeso dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO presso i cui Uffici

domicilia ope legis in ROMA, ALLA VIA DEI PORTOGHESI 12;

– resistente con mandato –

avverso il decreto n. 2510/2019 del TRIBUNALE di CAMPOBASSO,

depositato il 14/11/2019 R.G.N. 2133/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

24/11/2020 dal Consigliere Dott. GIUSEPPINA LEO.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

1. il Tribunale di Campobasso, con decreto pubblicato in data 14.11.2019, ha rigettato il ricorso proposto da H.A., cittadino del Bangladesh, avverso il provvedimento emesso dal Ministero dell’Interno-Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale di Salerno, Sezione di Campobasso, notificato il 4.9.2019, con il quale erano state disattese le domande del richiedente, dirette ad ottenere il riconoscimento dello status di rifugiato o, in subordine, del diritto alla protezione sussidiaria di cui al D.Lgs. n. 251 del 2017, ovvero del diritto al rilascio di un permesso di soggiorno per motivi umanitari ai sensi del D.Lgs. n. 286 del 1998, ex art. 5, comma 6;

2. il Tribunale ha osservato che le ragioni addotte dal ricorrente a sostegno dell’espatrio non integravano in alcun modo i presupposti previsti normativamente per ottenere quanto richiesto, essendo le stesse di natura squisitamente economica e personale, “legate a debiti non pagati con le banche”; ed altresì che “non si palesavano forme di persecuzione personale o di discriminazione”;

3. circa la richiesta di protezione sussidiaria, i giudici di merito hanno evidenziato che il ricorrente non ha espresso timori in ordine a possibili conflitti armati interni quali fonti di effettivo pericolo per la sua incolumità in caso di rimpatrio; pertanto, valutata altresì la situazione sociopolitica del Paese di provenienza, hanno ritenuto che non sussistessero i presupposti per il riconoscimento del diritto alla protezione sussidiaria del D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. a), b) e c);

4. infine, i giudici di merito hanno negato che, nella fattispecie, potessero configurarsi particolari profili di vulnerabilità atti a giustificare il rilascio del permesso di soggiorno previsto dal D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, perché la storia personale del richiedente non consente di ritrovare riferimenti ad una condizione di menomata dignità vissuta in patria, né ad una personale e provata situazione di vulnerabilità da proteggere, “dato anche il fatto che egli non risulta affetto da stati patologici di rilievo, che necessitino di cure in Italia e che non ha dimostrato particolari legami familiari con il territorio italiano”;

5. per la cassazione del decreto ha proposto ricorso H.A. articolando quattro motivi ulteriormente illustrati da memoria; il Ministero dell’Interno ha depositato tardivamente un “Atto di costituzione” al solo fine di “una eventuale partecipazione all’udienza di discussione”;

6. il P.G. non ha formulato richieste.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

1. con il primo motivo di ricorso si denunzia, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 3 e 5; del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8 e art. 27, comma 1-bis, per avere il Tribunale fondato il rigetto della domanda sulla valutazione negativa della credibilità del richiedente, senza attivare i poteri-doveri istruttori officiosi al fine di accertare i fatti rilevanti in relazione alla domanda proposta;

2. con il secondo motivo si censura, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 2,7,8; del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 2, “per avere il Tribunale ritenuto estranee alle condizioni di riconoscimento dello status di rifugiato politico e della protezione sussidiaria le dichiarazioni del richiedente, considerato che lo stesso non si era mai rivolto alle autorità statali per chiedere protezione”, senza considerare che, se il ricorrente dovesse fare rientro nel Paese di origine, si troverebbe ad affrontare, oltre che una situazione di estrema povertà, il rischio concreto di subire atti di violenza fisica e psichica, dai quali i soggetti statuali non sono in grado di proteggerlo;

3. con il terzo motivo si deduce, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, “per non avere il Tribunale riscontrato, all’esito delle indagini officiose svolte, la reale situazione politico sociale esistente in Bangladesh”;

4. con il quarto motivo si lamenta, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 296 del 1998, art. 5, comma 6; del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 2, “per non avere il Tribunale ritenuto sussistenti le condizioni per il rilascio di un permesso di soggiorno per ragioni umanitarie”;

5. i quattro mezzi di impugnazione difettano del requisito di specificità (o autosufficienza), non essendo stato neppure precisato nel ricorso quali fossero gli elementi ulteriori rispetto a quelli già esaminati dal Tribunale e dalla Commissione Territoriale, idonei a far valutare diversamente le dichiarazioni che l’appellante ha reso nell’ambito dell’istruttoria amministrativa. Ed infatti, nel ricorso non si narra la vicenda di cui si tratta, ma si ammette (v. pag. 2 del ricorso) che “il ricorrente ha lasciato il suo Paese di origine per motivi di natura economica per avere contratto un debito con una banca del posto per acquistare capi di bestiame da allevamento ed avere perso i suoi capi di bestiame a causa di un alluvione, trovandosi così nell’impossibilità di estinguere il debito e senza la possibilità di trovare un lavoro che lo mettesse in condizione di mantenere la sua famiglia”; peraltro, nella motivazione del decreto impugnato non si fa cenno alla “non credibilità del ricorrente”, come, invece, si sostiene nel primo motivo, ma il rigetto è fondato sulla natura esclusivamente economica e personale della vicenda (v. decreto, pag. 2), “ribadite dal richiedente nell’interrogatorio reso davanti al G.D. e totalmente esulanti dal perimetro di tutela fornito dalla protezione internazionale”. Pertanto, il motivo non è idoneo ad incidere la decisione oggetto del presente giudizio;

6. le considerazioni che precedono si attagliano, all’evidenza, altresì al secondo motivo, nel quale si lamenta il mancato riconoscimento dello status di rifugiato e della protezione sussidiaria; va, poi, rilevato che i quattro motivi risultano anche in contraddizione tra loro, poiché, da un lato, si lamenta che il Tribunale non abbia attivato i poteri-doveri istruttori officiosi al fine di accertare i fatti rilevanti in relazione alla domanda proposta (v. pag. 4 del ricorso), e, dall’altro, si censura il fatto che il Tribunale non abbia riscontrato, “all’esito delle indagini officiose svolte, la reale situazione politico sociale esistente in Bangladesh” (v. pag. 5 del ricorso); inoltre, si deduce che il Tribunale avrebbe ritenuto non rilevanti le dichiarazioni del ricorrente, perché lo stesso non si era mai rivolto alle autorità statali per chiedere protezione (v. pag. 5 del ricorso), mentre nel decreto impugnato non vi è menzione di tutto ciò;

7. infine, il richiedente non ha chiarito nel ricorso dove e quando, nel corso del processo, avrebbe fornito elementi delibatori a sostegno della circostanza del proprio inserimento, anche lavorativo, in Italia, o di una situazione di particolare vulnerabilità, anche di carattere temporaneo, da tutelare (cfr., ex plurimis, Cass. nn. 25311/2020; 7831/2019), data, appunto, la genericità del suo racconto che, così come lacunosamente narrato, sembra riferibile ad una situazione di carattere personale, rimasta nella sfera privata. Ed in tale contesto, come è noto, nessun obbligo di cooperazione istruttoria sorge ex officio (cfr., per tutte, Cass. n. 4455/2018);

8. per tutto quanto in precedenza esposto, il ricorso va dichiarato inammissibile;

9. nulla va disposto in ordine alle spese del presente giudizio, poiché l’Avvocatura dello Stato ha depositato tardivamente un “Atto di costituzione” al solo fine “di una eventuale partecipazione all’udienza di discussione”;

10. avuto riguardo all’esito del giudizio ed alla data di proposizione del ricorso, sussistono i presupposti di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, secondo quanto specificato in dispositivo (cfr. Cass., SS.UU. n. 4315/2020).

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Nulla per le spese. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale, il 24 novembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 18 febbraio 2022

 

 

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