Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 5405 del 03/03/2017


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Cassazione civile, sez. trib., 03/03/2017, (ud. 24/10/2016, dep.03/03/2017),  n. 5405

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BIELLI Stefano – Presidente –

Dott. BOTTA Raffaele – Consigliere –

Dott. SCODITTI Enrico – Consigliere –

Dott. MARULLI Marco – rel. Consigliere –

Dott. LUCIOTTI Lucio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 7422-2010 proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

A. E FIGLI SNC in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliato in ROMA VIA FASANA 21 STUDIO

GALLO, presso lo studio dell’avvocato STEFANIA SIELO, rappresentato

e difeso dall’avvocato GAETANO TORCIA giusta delega a margine;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 7/2009 della COMM.TRIB.REG. della Campania,

depositata il 26/01/2009;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

24/10/2016 dal Consigliere Dott. MARCO MARULLI;

udito per il ricorrente l’Avvocato GAROFOLI che si riporta agli atti;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SANLORENZO RITA che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

1.1. L’Agenzia delle entrate ricorre per cassazione avverso la sentenza in atti con la quale la CTR Campania, rigettandone l’appello, ha ritenuto che l’efficacia dell’istanza di definizione L. 27 dicembre 2002, n. 289, ex art. 9-bis con conseguente disapplicazione delle sanzioni previste dal D.Lgs. n. 471 del 1997, art. 13 non venga meno nel caso in cui come nella specie il contribuente abbia pagato solo le prime delle rate convenute omettendo il versamento delle restanti.

La CTR ha motivato il proprio deliberato sul rilievo che dalla L. n. 289 del 2002 “emerge l’ininfluenza al fine della definizione” dell’omesso versamento delle rate successive alla prima, sicchè salvo che non sia diversamente stabilito, come appunto nell’ipotesi dell’art. 9-bis, la regola in parola “dovrebbe applicarsi sempre e comunque anche nel silenzio della singola disposizione” Il ricorso è affidato ad un unico motivo al quale ha replicato la parte con controricorso.

Il collegio ha deliberato l’adozione della motivazione semplificata.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

2. Con l’unico motivo di ricorso – alla cui ammissibilità non si oppone la pregiudiziale eccepita dalla parte in ragione di quanto previsto dall’art. 155, comma 5, scadendo il 13.3.2010 in una giornata di sabato -, svolto ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 l’Agenzia ricorrente deduce errore di diritto in relazione alla L. n. 289 del 2002, art. 9-bis in quanto, contrariamente all’assunto della CTR, il condono della L. n. 289 del 2002, art. 9-bis stante la diversità con le altre fattispecie regolate dalla medesima legge, “individua termini perentori entro i quali devono essere versate le rate e quindi di pongono come improrogabili”, sicchè ne viola il dettato “la decisione della CTR che ha ritenuto ininfluente” ai fini in parola l’omissione del versamento delle rate successive alla prima.

2.2. Il motivo si palesa fondato per ragioni pregiudiziali.

2.3. Invero, quanto agli effetti della disciplina agevolativa recata dalla L. n. 289 del 2002 sull’IVA, come questa Corte ha già osservato, le misure che in tema di condono comportano una rinuncia definitiva dell’amministrazione alla riscossione di un credito già accertato si devono ritenere in contrasto con la 6^ direttiva n. 77/388/CEE del Consiglio, in data 17.5.77, così come interpretata dalla sentenza della Corte di Giustizia CE 17.7.08, in causa C -132/06, secondo la quale la Repubblica Italiana è venuta meno agli obblighi di cui agli artt. 2 e 22 della predetta sesta direttiva del Consiglio, in materia di armonizzazione delle legislazioni degli Stati membri in materia di IVA, per avere previsto, con la L. n. 289 del 2002, artt. 8 e 9, una rinuncia generale ed indiscriminata all’accertamento delle operazioni imponibili effettuate nel corso di una serie di periodi di imposta, cosi pregiudicando seriamente il corretto funzionamento del sistema comune dell’imposta sul valore aggiunto (24505/15; 24009/15; 20068/09).

Come pure si è precisato, deve ritenersi che detta pronuncia abbia una portata generale, estesa a qualsiasi misura nazionale (a carattere sia legislativo che amministrativo), con la quale lo Stato membro rinunci in via generale, o in modo indiscriminato, all’accertamento e/o alla riscossione di tutto o parte dell’imposta dovuta, oltre che delle sanzioni per la relativa violazione, trattandosi di misure di carattere dissuasivo e repressivo, la cui funzione è quella di determinare il corretto adempimento di un obbligo nascente dal diritto comunitario. Ne discende che va disapplicato, per contrasto con il menzionato diritto comunitario cogente, sebbene con riferimento alla sola IVA, l’art. 9-bis, che, consentendo di definire una controversia, evitando il pagamento di sanzioni connesse al ritardato od omesso versamento del tributo, comporta una rinuncia definitiva alle sanzioni che, per il loro carattere dissuasivo, oltre che repressivo, incidono sul corretto adempimento dell’obbligo di pagamento. (20467/15; 25133/15; 19546/11).

2.4. Va da sè, peraltro, che la disapplicazione del diritto nazionale confliggente con le norme del diritto comunitario cogente può essere operata d’ufficio anche nel presente giudizio di legittimità, onde assicurare la piena applicazione delle norme comunitarie aventi un rango preminente rispetto a quelle del singoli Stati membri. A tanto induce, invero, il principio di effettività, enunciato nei Trattati istitutivi della Comunità prima e dell’Unione poi, che comporta l’obbligo per il giudice nazionale di applicare il diritto comunitario in qualsiasi stato e grado del processo, senza che possano ostarvi preclusioni procedimentali o processuali, o – nella specie – il carattere chiuso del giudizio di cassazione (SS.UU. 26948/06).

3. Il ricorso va dunque accolto con la conseguente cassazione dell’impugnata sentenza e con il rigetto nel merito del ricorso introduttivo ai sensi dell’art. 384 c.p.c., comma 2, non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto.

Le spese seguono la soccombenza nel presente giudizio, mentre possono essere compensate nei gradi di merito, avuto riguardo alla stabilizzazione del quadro interpretativo intervenuta dopo l’introduzione del giudizio.

PQM

La Corte Suprema di Cassazione:

Pronunciando sul ricorso, cassa l’impugnata sentenza e, decidendo nel merito, respinge il ricorso introduttivo; condanna parte resistente al pagamento delle spese del presente giudizio che liquida in Euro 4000,00=, oltre eventuali spese prenotate a debito e ad eventuali accessori e compensa le spese dei giudizi di merito.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della 5 sezione civile, il 24 ottobre 2016.

Depositato in Cancelleria il 3 marzo 2017

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