Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 5392 del 05/03/2010

Cassazione civile sez. trib., 05/03/2010, (ud. 08/02/2010, dep. 05/03/2010), n.5392

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MIANI CANEVARI Fabrizio – Presidente –

Dott. MAGNO Giuseppe Vito Antonio – Consigliere –

Dott. BERNARDI Sergio – rel. Consigliere –

Dott. BISOGNI Giacinto – Consigliere –

Dott. BOTTA Raffaele – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

Agenzia delle Entrate, in persona del Direttore Centrale pro tempore,

rappresentata e difesa dall’Avvocatura Generale dello Stato, presso

la stessa domiciliata in Roma, via dei Portoghesi n. 12;

– ricorrente –

contro

P.A.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 97/05 della Commissione tributaria regionale

della Liguria, depositata in data 29.12.2005;

udita la relazione della causa svolta nella Udienza pubblica dell’8

febbraio 2010 dal consigliere relatore Dott. BERNARDI Sergio;

udito per la ricorrente l’avvocato dello Stato Fabrizio Urbani Neri;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

GAMBARDELLA Vincenzo, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso alla Commissione tributaria provinciale di Genova, la ragioniere commercialista P.A. chiedeva, previo annullamento del diniego opposto alla propria istanza di rimborso, la condanna dell’Amministrazione finanziaria alla restituzione della complessiva somma di L. 5.812.000 versata a titolo di Irap per gli anni dal 1998 al 2000. Il ricorso era accolto. L’Agenzia delle Entrate proponeva appello, e ricorre con tre motivi avverso la sentenza della CTR della Liguria che lo ha respinto.

La contribuente intimata non si e’ difesa.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Motivando il rigetto dell’appello dell’Amministrazione, la CTR ha osservato: “…ritiene che l’Irap nella specie non sia dovuta in quanto il contribuente dimostra ampiamente di non rientrare fra quelle attivita’ imprenditoriali assoggettabili sia per il tipo di attivita’ svolta (libera professione senza organizzazione stabile) sia per investimenti in attrezzature di quantita’ tali da configurare una vera e propria attivita’ imprenditoriale che puo’ generare reddito senza la costante presenza del titolare e pertanto gli importi versati dal contribuente debbono essere restituiti maggiorati degli interessi”.

Col primo motivo del ricorso per Cassazione e’ dedotta violazione di legge (L. n. 662 del 1996, art. 3, comma 144, del D.Lgs. 15 dicembre 1997, n. 446, artt. 2, 3, 8, 27 e 36, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) e motivazione omessa o illogica su punto decisivo della controversia (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5).

Sostiene, in particolare, l’Amministrazione ricorrente l’erroneita’ della tesi secondo la quale sarebbero soggetti all’Irap solo gli esercenti di arti e professioni che si avvalgono di strutture organizzative costituite mediante rilevante impiego di capitali e di risorse umane. Tale lettura della norma sarebbe in contrasto coi risultati di un’esegesi storico – sistematica sulle origini e la funzione del tributo in esame, oltre che con la stessa interpretazione fornita dal giudice delle leggi, il quale ammette (nella sentenza 156/2001 e, ancor piu’, nell’ordinanza n. 426/2002) che l’IRAP, imposta reale gravante non sul reddito, ma sul valore aggiunto prodotto, colpirebbe indifferentemente sia le attivita’ imprenditoriali sia quelle professionali; e che il requisito dell’autonoma organizzazione, non definito nei suoi elementi costitutivi, ma comunque identificabile, per quanto riguarda gli esercenti di arti o professioni, nella loro comune attitudine ad organizzarsi autonomamente per produrre un qualsiasi reddito, li renderebbe tutti ed indistintamente soggetti ad IRAP; che, al contrario, ridurre il concetto di organizzazione autonoma al caso d’impiego di capitali e risorse umane in misura rilevante, produrrebbe “un vero e proprio snaturamento dell’imposta ed un effetto di sostanziale abrogazione” di essa. La locuzione “autonomamente organizzata” – aggiunta al D.Lgs. n. 446 del 1997, art. 2, dal D.Lgs. 10 aprile 1998, n. 137, art. 1, comma 1 -, esaminata alla luce della relazione parlamentare a tale ultimo testo di legge, qualificherebbe l’attivita’ tipica del professionista autonomo, svolta al di fuori del controllo o delle direttive altrui, e tenderebbe ad escludere dall’incidenza dell’IRAP solo l’attivita’ del dipendente o del collaboratore; infatti, il gettito di tale imposta non potrebbe essere significativamente inferiore a quello dell’abolita imposta comunale per l’esercizio d’imprese, arti e professioni (ICIAP), gia’ ugualmente gravante su imprenditori, artigiani e professionisti.

La tesi non e’ condivisibile, come questa corte ha altre volte deciso (cfr. in specie Cass. 3674/2007).

In realta’, l’espressione “autonomamente organizzata”, assunto dalla legge quale connotato indefettibile dell’attivita’ abituale tassabile, non ha il significato soggettivo sostenuto dalla ricorrente, in virtu’ del quale tutti gli esercenti arti e professioni, indistintamente, sarebbero assoggettati all’imposta; ma e’ da interpretare in senso oggettivo, come riferito ad un apparato esterno alla persona del professionista e distinto da lui, frutto dell’organizzazione di beni strumentali e/o di lavoro altrui. E’ questa l’unica interpretazione “costituzionalmente orientata”, obbligatoria per l’interprete, essendo stato evidenziato dal giudice delle leggi che, se la norma fosse accolta nel senso di ritenere applicabile l’imposta anche nel caso d’inesistenza del suddetto elemento oggettivo, risulterebbero violati i principi di eguaglianza e di capacita’ contributiva, garantiti appunto dalla assimilazione dell’attivita’ professionale a quella imprenditoriale consentita in quanto ricorra in entrambe l’elemento dell’autonoma organizzazione (connaturata all’impresa e soggetta ad accertamento nella attivita’ di lavoro autonomo). Sicche’, “nel caso di una attivita’ professionale che fosse svolta in assenza di elementi di organizzazione… risultera’ mancante il presupposto stesso dell’imposta” (Corte Cost. 156/2001).

Col secondo motivo si censura la sentenza impugnata per aver affermato, in violazione dell’art. 112 c.p.c. (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), che “gli importi versati dal contribuente debbono essere restituiti maggiorati degli interessi”. Cio’ in quanto – si sostiene – gli interessi corrispettivi o compensativi (a differenza di quelli liquidati come componente del danno risarcibile) possono essere attribuiti solo su espressa domanda di parte, che nella specie la contribuente non aveva formulato.

Il principio di diritto invocato e’ corretto, ma la erronea affermazione censurata e’ priva di conseguenze pratiche, perche’ non ha rispondenza nel dispositivo della sentenza impugnata, che si limita a confermare la decisione di primo grado. Il motivo di ricorso e’ pertanto inammissibile per difetto di interesse (art. 100 c.p.c.).

Se l’errore denunciato fosse gia’ stato contenuto nella sentenza di primo grado avrebbe invero dovuto chiedersene la correzione con l’appello, come non risulta sta stato fatto.

Il ricorso va quindi respinto, senza decisione in punto spese, atteso che la contribuente non si e’ difesa.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso.

Cosi’ deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 8 febbraio 2010.

Depositato in Cancelleria il 5 marzo 2010

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