Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 5379 del 18/02/2022

Cassazione civile sez. VI, 18/02/2022, (ud. 16/12/2021, dep. 18/02/2022), n.5379

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BISOGNI Giacinto – Presidente –

Dott. MARULLI Marco – Consigliere –

Dott. CAIAZZO Rosario – Consigliere –

Dott. VELLA Paola – Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 15286-2021 proposto da:

N.I., domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR presso la CANCELLERIA

della CORTE di CASSAZIONE, rappresentato e difeso dall’avvocato

ANDREA CAMPRINI;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro pro tempore;

– intimato –

avverso il decreto n. cronol. 4336/2021 del TRIBUNALE di BOLOGNA,

depositato il 06/05/2021;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di Consiglio non

partecipata del 16/12/2021 dal Consigliere Relatore Dott. FALABELLA

MASSIMO.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. – E’ impugnato per cassazione il decreto del Tribunale di Bologna del 6 maggio 2021. Con quest’ultima pronuncia è stato negato che al ricorrente N.I., proveniente dal Pakistan, potesse essere ammesso alla protezione internazionale riservata ai rifugiati, alla protezione sussidiaria o a quella umanitaria.

2. – Il ricorso per cassazione si fonda su quattro motivi. Il Ministero dell’interno ha depositato un “atto di costituzione” che non contiene alcuna difesa.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. – Questi i motivi di ricorso.

Primo motivo: violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5. Si deduce che la valutazione di attendibilità del richiedente è stata effettuata in spregio alla norma citata, senza valutare la coerenza e la plausibilità della storia narrata.

Secondo motivo: violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 2, comma 2, e art. 14, lett. b). Secondo il ricorrente è stata negata la protezione sussidiaria senza effettuare alcuna verifica in merito al suo sfruttamento lavorativo e alla conseguente riduzione in schiavitù, trascurando di effettuare un accertamento circa la possibilità, da parte dello stesso richiedente, di ricevere la protezione della polizia, e “senza valutare le conseguenze che ne derivano, semplicemente sulla base del giudizio di non credibilità del racconto del richiedente e senza valutare le specifiche fonti indicate nel ricorso”.

Terzo motivo: violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, oltre che del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32. Si lamenta essere stata omessa la verifica circa i legami familiari del richiedente in Italia, circa la sua situazione della regione di provenienza e senza considerare la sua condizione di particolare vulnerabilità, “anche in questo caso semplicemente sulla base del giudizio di inattendibilità del richiedente”.

Quarto motivo: violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 19, comma 1.1. e dell’art. 8 CEDU. Sarebbe stato omesso l’esame dei legami familiari del richiedente in Italia.

2. – Il ricorso è infondato.

E’ inammissibile il primo motivo.

Il Tribunale ha reputato non credibile la vicenda narrata, incentrata sulle vessazioni perpetrate ai danni del richiedente e dei suoi familiari.

Il giudizio di non credibilità poggia, sulle plurime contraddizioni che presenta la narrazione della vicenda rievocata dall’istante. Sul punto il decreto si sottrae a censura. La valutazione in ordine alla credibilità del racconto del cittadino straniero costituisce infatti un apprezzamento di fatto rimesso al giudice del merito, il quale deve valutare se le dichiarazioni del ricorrente siano coerenti e plausibili, D.Lgs. n. 251 del 2007 ex art. 3, comma 5, lett. c). Tale apprezzamento di fatto è censurabile in cassazione solo ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, come omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, come mancanza assoluta della motivazione, come motivazione apparente, come motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile, dovendosi escludere la rilevanza della mera insufficienza di motivazione e l’ammissibilità della prospettazione di una diversa lettura ed interpretazione delle dichiarazioni rilasciate dal richiedente, trattandosi di censura attinente al merito (Cass. 5 febbraio 2019, n. 3340; cfr. pure Cass. 2 luglio 2020, n. 13578): doglianze, queste, che l’istante non ha fatto valere.

E’ poi inammissibile il secondo motivo.

Con tale mezzo di censura il ricorrente si duole di ciò: il Tribunale avrebbe erroneamente ritenuto che la non credibilità del proprio racconto precludesse la spendita dei poteri istruttori ufficiosi con particolare riguardo alle pratiche di sfruttamento lavorativo e di riduzione in schiavitù, oltre che con riferimento all’inerzia delle forze di polizia rispetto a condotte siffatte.

Ebbene, una volta esclusa la credibilità del racconto, il Tribunale non aveva alcun motivo di riconoscere al ricorrente la protezione sussidiaria di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. b). Si rileva, in proposito, che l’esposizione dello straniero al rischio di morte o a trattamenti inumani e degradanti deve pur sempre rivestire un certo grado di individualizzazione (cfr.: Cass. 20 giugno 2018, n. 16275; Cass. 20 marzo 2014, n. 6503; cfr. pure Cass. 19 giugno 2020, n. 11936; Cass. 3 luglio 2020, n. 13756). In tale prospettiva si rivela non decisivo il dato della spendita, da parte del giudice, dei noti poteri di cooperazione istruttoria che devono trovar spazio nelle controversie in tema di protezione internazionale: una acquisizione di informazioni generali sul paese di origine si manifesta inutile proprio in quanto il rischio prospettato dall’istante, siccome correlato a fatti non dimostrati, difetta di concretezza e non potrebbe comunque mai presentare il richiesto grado di personalizzazione.

Il terzo e il quarto motivo sono nel complesso infondati.

La doglianza basata sulla vicenda occorsa appare priva di aderenza al decisum; infatti la non credibilità del racconto del richiedente impediva di porre i fatti narrati a fondamento della forma di protezione invocata (quella umanitaria): ciò che il Tribunale non ha mancato di rilevare e che è – del resto – pienamente corretto in punto di diritto, visto che i criteri posti dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, trovano applicazione anche in tema di protezione umanitaria (Cass. 24 settembre 2012, n. 16221).

Erra, inoltre, il ricorrente, allorquando assume che la propria condizione di vulnerabilità possa desumersi dalla grave instabilità politica del paese di origine, dagli episodi di violenza che ivi sarebbe dato di riscontrare e dall’insufficiente rispetto dei diritti umani che connoterebbe quel contesto nazionale. A prescindere da ogni considerazione circa la veridicità di quanto affermato con riguardo alle richiamate circostanze, è da osservare, in punto di diritto, che la situazione di vulnerabilità rilevante ai fini della protezione umanitaria deve necessariamente correlarsi alla vicenda personale del richiedente, perché altrimenti si finirebbe per prendere in considerazione non già la situazione particolare del singolo soggetto, ma piuttosto quella del suo paese d’origine in termini del tutto generali ed astratti in contrasto col parametro normativo di cui al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 (Cass. Sez. U. 13 novembre 2019, n. 29459 e Cass. 23 febbraio 2018, n. 4455, in motivazione; Cass. 2 aprile 2019, n. 9304).

Non risulta, poi, che il richiedente abbia prospettato alcunché al giudice del merito quanto ai legami familiari che egli avrebbe in Italia: il provvedimento impugnato non ne parla e l’istante non fa una menzione puntuale e rispettosa del principio di autosufficienza delle deduzioni da lui svolte, a tale proposito, nel corso del giudizio di merito. La mancata valorizzazione, da parte del ricorrente, di legami familiari in Italia pare d’altronde giustificarsi alla luce di quanto dichiarato dallo stesso Nioma nel corso della sua audizione avanti al Tribunale: ignorare egli in quale città si trovasse suo padre e l’essere sua madre restata in Pakistan. Deve, in definitiva, farsi applicazione del principio per cui la proposizione del ricorso al tribunale nella materia della protezione internazionale dello straniero non si sottrae all’applicazione del principio dispositivo, sicché il ricorrente ha l’onere di indicare i fatti costitutivi del diritto azionato, pena l’impossibilità per il giudice di introdurli d’ufficio nel giudizio (Cass. 28 settembre 2015, n. 19197; in senso conforme: Cass. 29 ottobre 2018, n. 27336; Cass. 31 gennaio 2019, n. 3016).

3. – Nulla deve disporsi in punto di spese.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello stabilito per il ricorso, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della 6^ Sezione Civile, il 16 dicembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 18 febbraio 2022

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