Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 5337 del 05/03/2010

Cassazione civile sez. I, 05/03/2010, (ud. 27/10/2009, dep. 05/03/2010), n.5337

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VITRONE Ugo – Presidente –

Dott. PANEBIANCO Ugo Riccardo – rel. Consigliere –

Dott. DI PALMA Salvatore – Consigliere –

Dott. MACIOCE Luigi – Consigliere –

Dott. CULTRERA Maria Rosaria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 29996-2008 proposto da:

L.A. (C.F. (OMISSIS)), + ALTRI OMESSI

elettivamente domiciliati

in ROMA, VIA ANDREA DORIA 48, presso l’avvocato ABBATE FERDINANDO

EMILIO, che li rappresenta e difende, giusta procura in calce al

ricorso;

– ricorrenti –

contro

PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI;

– intimata –

avverso il decreto della CORTE D’APPELLO di ROMA, depositato il

25/10/2007;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

27/10/2009 dal Consigliere Dott. UGO RICCARDO PANEBIANCO;

udito, per i ricorrenti, l’Avvocato RODA RANIERI, per delega, che ha

chiesto l’accoglimento del ricorso;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

LECCISI Giampaolo che ha concluso per l’accoglimento per quanto di

ragione.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con decreto depositato in data 25.10.2007 la Corte d’Appello di Roma – pronunciando sulle domande di equa riparazione ex lege n. 89 del 2001 proposte dagli intestati ricorrenti (il R. quale erede di M.L.M.) con venti separati atti nei confronti della Presidenza del Consiglio dei Ministri in relazione al giudizio dai medesimi promosso con ricorso depositato nel mese di Gennaio del 1995 avanti al TAR del Lazio, al fine di ottenere l’attribuzione degli interessi e della rivalutazione sulle maggiori somme corrisposte a seguito nell’inquadramento definitivo nelle qualifiche funzionali ai sensi della L. n. 312 del 1980 e deciso in primo grado con sentenza in data 11.11.1998 e dal Consiglio di Stato con sentenza del 6.3.2006 – riteneva che la durata del procedimento, protrattosi complessivamente per undici anni, non fosse ragionevole nella misura di anni sei e liquidava a favore di ciascuno a titolo di danno non patrimoniale, tenuto conto della modestissima rilevanza del giudizio presupposto, la somma di Euro 4.800,00, ai valori attuali, pari ad Euro 800,00 per ogni anno con gli interessi dalla data del decreto.

Avverso detto decreto propongono ricorso per cassazione gli originari ricorrenti che deducono quattro motivi di censura illustrati anche con memoria.

La Presidenza del Consiglio non ha svolto alcuna attività difensiva.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo i ricorrenti denunciano violazione e/o falsa applicazione della L. n. 89 del 2001, art. 2 nonchè difetto di motivazione. Lamentano che la Corte d’Appello, dopo aver determinato in anni cinque la durata ragionevole dell’intero procedimento presupposto, abbia ritenuto irragionevoli anni sei nonostante il procedimento si fosse protratto per anni undici e mesi, due (Gennaio 1995-Marzo 2006), ignorando in tal modo gli altri due mesi.

Il ricorso è infondato.

L’estrema brevità dell’ulteriore periodo indicato dai ricorrenti (appena due mesi e forse anche molto meno non risultando il giorno preciso del deposito del ricorso in quanto viene indicato solo che è avvenuto nel Gennaio 1995) non rende apprezzabile e riconoscibile una maggiore durata rispetto a quella determinata dalla Corte d’Appello la quale, dopo aver indicato in anni cinque la durata ragionevole dei due gradi giudizio (TAR e Consiglio di Stato), ha fissato in anni sei quella non ragionevole nell’ambito dell’intero procedimento protrattosi dal Gennaio 1995 al 6.3.2006.

Con il secondo motivo i ricorrenti denunciano violazione e/o falsa applicazione della L. n. 89 del 2001, art. 2 e degli artt. 6, 13, 41 e 35 della CEDU. Lamentano che la Corte d’Appello, nel liquidare la somma di Euro 4.800,00 a favore di ciascuno pari ad Euro 800,00 per ogni anno di ritardo, si sia mantenuta al di sotto dei parametri Europei e non abbia, oltre tutto considerato, che trattavasi di controversie .in materia di lavoro.

Anche tale censura è infondata.

La Corte d’Appello, nel riconoscere la complessiva somma di Euro 4.800,00 a titolo di equo indennizzo, a ciascuno dei ricorrenti si è sostanzialmente attenuta ai parametri fissati dalla Corte Europea, che riconosce in linea di massima un indennizzo oscillante fra Euro 1.000,00 ed Euro 1.500,00 per ogni anno di durata non ragionevole, ma non esclude la possibilità di un indennizzo minore quando le circostanze lo giustificano. Ed al riguardo la Corte d’Appello ha sottolineato “la modestissima rilevanza, per i ricorrenti, del giudizio presupposto … limitato agli interessi ed alla rivalutazione su maggiori somme … percepite in qualità di pubblici dipendenti”. Trattasi di una motivazione congrua ed una conclusione in linea con la giurisprudenza Europea.

Deve del pari essere disattesa la tesi che collega il riconoscimento di un indennizzo maggiore alla natura della controversia del giudizio ‘ presupposto in quanto vertente in materia di lavoro, non essendo previsto dalla legislazione nazionale la necessità di un tale riferimento e non potendo comunque considerarsi un effetto automatico, slegato dalla particolarità della fattispecie sulla quale nulla è stato però detto al di là di un generico richiamo al carattere assistenziale della controversia.

Con il terzo motivo i ricorrenti denunciano violazione della L. n. 89 del 2001, art. 2 nonchè dell’art. 1173 c.c.. Lamentano che la Corte d’Appello abbia liquidato gli interessi con decorrenza dalla data del decreto anzichè, come avrebbe dovuto, dalla domanda.

La censura è fondata.

Gli interessi sulla somma riconosciuta all’esito del giudizio non possono che decorrere dalla domanda la quale costituisce anche un atto di messa in mora ai sensi dell’art. 1295 c.c.. Conseguentemente sotto tale profilo il decreto deve essere cassato.

Con il quarto motivo i ricorrenti denunciano violazione e/o falsa applicazione degli artt. 90 e 91 c.p.c., nonchè del D.M. n. 127 del 2004, artt. 4 e 5. Sostengono che la Corte d’Appello, nel liquidare le spese, si sia tenuta al di sotto dei minimi tariffari.

La censura deve ritenersi assorbita in quanto, a seguito della cassazione del decreto impugnato, sia pure relativamente agli interessi, questa Corte deve provvedere ad una nuova liquidazione delle spese del giudizio di merito, spese che si distraggono a favore del difensore e che si liquidano come in dispositivo, per l’intero, quanto al giudizio di merito e, nella misura di un terzo, quanto al giudizio di legittimità in considerazione dell’accoglimento solo parziale del ricorso.

Ricorrendo le condizioni richieste dall’art. 384 c.p.c., comma 1, per una decisione nel merito, si liquidano gli interessi legali dalla domanda.

P.Q.M.

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE Rigetta il primo ed il secondo motivo di ricorso. Accoglie il terzo.

Dichiara assorbito il quarto. Cassa il decreto impugnato in relazione al motivo accolto e, decidendo nel merito, liquida gli interessi con decorrenza dalla domanda. Condanna il Ministero al pagamento delle spese processuali del giudizio di merito che distrae a favore del difensore e che liquida in Euro 3.801,00 per diritti, in Euro 2.000,00 per onorario ed in Euro 100,00 per spese, oltre agli accessori come per legge. Compensa nella misura di due terzi le spese del giudizio di legittimità che distrae a favore del difensore e che determina per l’intero in Euro 2.400,00 di cui Euro 100,00 per spese, oltre agli accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 27 ottobre 2009.

Depositato in Cancelleria il 5 marzo 2010

 

 

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