Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 5315 del 27/02/2020

Cassazione civile sez. VI, 27/02/2020, (ud. 10/01/2020, dep. 27/02/2020), n.5315

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCALDAFERRI Andrea – Presidente –

Dott. MARULLI Marco – Consigliere –

Dott. IOFRIDA Giulia – Consigliere –

Dott. MERCOLINO Guido – Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 2127-2019 proposto da:

I.U., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR,

presso la CORTE DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso dall’avvocato

GIUSEPPE LUFRANO;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, (OMISSIS), COMMISSIONE TERRITORIALE PER IL

RICONOSCIMENTO DELLA PROTEZIONE IN IERNAZIONALE DI (OMISSIS) SEZIONE

DI (OMISSIS), in persona del Ministro pro tempore, elettivamente

domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA

GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope legis;

– controricorrente –

avverso il decreto del TRIBUNALE di PERUGIA, depositato il

12/12/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 10/01/2020 dal Consigliere Relatore Dott. MASSIMO

FALABELLA.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. – E’ impugnato per cassazione il decreto del Tribunale Perugia che ha respinto il ricorso in materia di protezione internazionale di I.U.. Il giudice di merito ha escluso che all’istante potesse essere riconosciuta sia la protezione sussidiaria che quella umanitaria.

2. – Il ricorso si compone di due motivi. Il Ministro resiste con controricorso.

Il Collegio ha autorizzato la redazione della presente ordinanza in forma semplificata.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. – Col primo motivo è denunciata la violazione e mancata applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c). Secondo l’istante avrebbe errato il Tribunale nel dichiarare che il ricorrente non avrebbe dedotto alcun pericolo per la propria incolumità, giacchè in base alla norma richiamata assumeva rilievo la violenza indiscriminata: e nella fattispecie doveva essere considerato che il paese di provenienza del ricorrente era connotato da una forte instabilità, oltre che da una marcata compressione dei diritti umani.

Il secondo motivo oppone la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6. Secondo il ricorrente il decreto non conterrebbe alcuna argomentazione che valesse a giustificare il mancato riconoscimento della protezione umanitaria. Assume I.U. che, ai fini di tale forma di protezione, riveste rilievo la “mancanza delle condizioni minime per condurre un’esistenza nella quale non sia radicalmente compromessa la possibilità di soddisfare i bisogni e le esigenze ineludibili della vita personale, quali quelle strettamente connesse al proprio sostentamento e al raggiungimento degli standards minimi per un’esistenza dignitosa”.

2. – I due motivi non hanno fondamento.

Come ha avuto modo di precisare la Corte di giustizia, nell’interpretare la Dir. del Consiglio n. 2004/83/CE, art. 15, lett. c), (di cui la richiamata norma nazionale costituisce recepimento), l’esistenza di una minaccia grave e individuale alla vita o alla persona del richiedente la protezione sussidiaria non è subordinata alla condizione che quest’ultimo fornisca la prova di essere specifico oggetto di minaccia a motivo di elementi peculiari della sua situazione personale. Ciò implica che la protezione sussidiaria, nel caso in esame, vada accordata per il sol fatto che il richiedente provenga da territorio interessato dalla menzionata situazione di violenza indiscriminata: situazione in cui il livello del conflitto armato in corso è tale che l’interessato, rientrando in quel paese o in quella regione correrebbe, per la sua sola presenza sul territorio di questi ultimi, un rischio effettivo di subire la detta minaccia (Corte giust. 17 febbraio 2009, C-465/07, Elgafaji, richiamata da Corte giust. 30 gennaio 2014, C-285/12, Diakitè; per la giurisprudenza nazionale cfr. pure, di recente: Cass. 2 aprile 2019, n. 9090; Cass. 13 maggio 2018, n. 13858; Cass. 23 ottobre 2017, n. 25083; Cass. 21 luglio 2017, n. 18130). Tali principi non sono stati affatto disattesi dal Tribunale il quale, basandosi sulle evidenze del report EASO relativo alla situazione della Nigeria, ha potuto escludere la presenza in (OMISSIS), regione da cui proviene l’istante, di scontri tra gruppi armati e forze governative, tale da dar vita a una violenza indiscriminata che potesse mettere in pericolo i civili.

Per quanto attiene alla protezione umanitaria, il Tribunale ha rilevato che il richiedente era persona adulta, in buone condizioni di salute, la quale poteva avvalersi, nel paese di origine, di “una rete parentale, composta dalla moglie e dai figli”. Ciò detto, non è spiegato, in ricorso, quale specifica condizione di vulnerabilità abbia fatto valere il ricorrente nel corso del giudizio di merito: circostanza, questa, che assume un decisivo rilievo, giacchè la proposizione del ricorso al tribunale nella materia della protezione internazionale dello straniero non si sottrae all’applicazione del principio dispositivo, sicchè il ricorrente ha l’onere di indicare i fatti costitutivi del diritto azionato, pena l’impossibilità per il giudice di introdurli d’ufficio nel giudizio (Cass. 28 settembre 2015, n. 19197; in senso conforme: Cass. 29 ottobre 2018, n. 27336). Nè, del resto, il giudice del merito avrebbe potuto basarsi sulla sola condizione del paese di origine (che è peraltro richiamata, nel corpo del secondo motivo, in via del tutto generica), giacchè la temuta violazione dei diritti umani deve necessariamente correlarsi alla vicenda personale del richiedente, finendosi altrimenti per prendere in considerazione non già la situazione particolare del singolo soggetto, ma piuttosto quella del suo Paese d’origine in termini del tutto generali ed astratti in contrasto col parametro normativo di cui al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, (Cass. 23 febbraio 2018, n. 4455, in motivazione; Cass. 2 aprile 2019, n. 9304; cfr. ora pure la recente Cass. Sez. U. 13 novembre 2019, n. 29460, sempre in motivazione).

3. – Il ricorso è respinto.

4. – Le spese seguono la soccombenza.

PQM

La Corte:

rigetta il ricorso; condanna la ricorrente al pagamento, in favore del controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 2.100,00 per compensi, oltre alle spese prenotate a debito; ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, se dovuto, per il ricorso.

Motivazione semplificata.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della 6 Sezione Civile, il 10 gennaio 2020.

Depositato in Cancelleria il 27 febbraio 2020

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