Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 5216 del 17/02/2022

Cassazione civile sez. VI, 17/02/2022, (ud. 16/12/2021, dep. 17/02/2022), n.5216

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BISOGNI Giacinto – Presidente –

Dott. MARULLI Marco – Consigliere –

Dott. CAIAZZO Rosario – Consigliere –

Dott. VELLA Paola – Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 11771-2021 proposto da:

N.A.S., domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la

CANCELLERIA della CORTE di CASSAZIONE, rappresentato e difeso

dall’avvocato ETTORE FAUSTO PUCILLO;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro pro tempore;

– intimato –

avverso il decreto n. cronol. 2079/2021 del TRIBUNALE di MILANO,

depositato l’11/03/2021;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio non

partecipata del 16/12/2021 dal Consigliere Relatore Dott. MASSIMO

FALABELLA.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. – E’ impugnato per cassazione il decreto del Tribunale di Milano dell’11 marzo 2021. Con quest’ultima pronuncia è stato negato che al ricorrente N.A.S., proveniente dalla Nigeria, potesse essere riconosciuto lo status di rifugiato ed è stato altresì escluso che lo stesso potesse essere ammesso alla protezione sussidiaria e a quella umanitaria.

2. – Il ricorso per cassazione si fonda su quattro motivi. Il Ministero dell’interno ha depositato un “atto di costituzione” che non contiene alcuna difesa.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. – I motivi di ricorso si riassumono come segue.

Primo motivo: violazione della L. n. 46 del 2017, art. 35 bis, comma 11, lett. a), in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. Si lamenta la mancata audizione del ricorrente, considerata necessaria per meglio comprendere il suo vissuto personale, con particolare riferimento all’orientamento sessuale.

Secondo motivo: violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 2, e del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 3. Si censura il giudizio di credibilità, ritenendo solo apparente la motivazione riportata in decreto ed erronea l’applicazione delle linee guida UNHCR che il Tribunale cita. In particolare, si contesta l’omesso esame sia della relazione psicologica dell’Associazione NAGA, ritenuta non idonea a fondare un diverso apprezzamento, senza considerare quanto da essa riportato anche sotto il profilo psicologico, sia il verbale di audizione dell’attuale compagno del ricorrente, prodotto con il ricorso introduttivo. Il ricorrente, inoltre, contesta l’assenza di una adeguata spiegazione delle ragioni che hanno portato a condividere la decisione della Commissione territoriale, reputando, altresì, non conformi alla giurisprudenza di legittimità le valutazioni espresse circa la non emersione di problemi di accettazione o autoidentificazione.

Terzo motivo: nullità del decreto ex art. 132 c.p.c., e violazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8 comma 3, art. 27, comma 1 bis, nonché violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c); violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4. Si denuncia l’omessa cooperazione istruttoria, avendo il Tribunale utilizzato fonti che si riferiscono al 2018 e 2019 e, quindi, non aggiornate alla decisione emessa a dicembre 2020.

Quarto motivo: in via subordinata: violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3, 4 e 5. Si contesta il rigetto della domanda di protezione umanitaria, censurando l’erronea valutazione del Tribunale circa la sussistenza della vulnerabilità, con particolare riferimento all’attuale stato di precarietà in cui versa la Nigeria, nonché all’impatto della pandemia in corso.

2. – Il secondo motivo è fondato.

Il ricorrente ha riferito di aver lasciato il paese di origine per timore di patire persecuzioni legate al suo orientamento sessuale. Avanti alla Commissione territoriale ha riferito di aver subito violenza all’età di undici anni ad opera di un insegnante, di avere successivamente avvertito la propria inclinazione sessuale per gli uomini, di aver tentato di spiegare l’abuso subito ai propri genitori, che non gli avevano creduto e lo avevano cacciato di casa. L’istante ha poi narrato di una relazione intrattenuta con un ragazzo, cui aveva confidato la propria omosessualità e che, come lui, viveva in clandestinità tale suo orientamento sessuale.

Il Tribunale ha osservato come dalla narrazione del richiedente non fossero emersi problemi di autoidentificazione, di accettazione ed elaborazione della sua diversità, rimarcando come lo stesso istante avesse dichiarato che dopo il primo approccio violento “d’esperienza gli era cominciata a piacere”. Ha osservato che il narrato successivo alla partenza dalla città natale risultava privo dell’approfondimento psicologico che contraddistingue un momento centrale e dell’evoluzione della sessualità; ha ritenuto del tutto implausibile che egli e il suo amico in occasione del loro primo incontro avessero dichiarato la propria omosessualità, nonostante questa fosse perseguita penalmente in Nigeria. Il Tribunale ha pure evidenziato che dalla relazione dell’associazione NAGA (prodotta dall’istante) non emergevano “elementi idonei a fondare un diverso apprezzamento”.

Secondo la giurisprudenza di questa Corte, la valutazione effettuata dal giudice del merito in ordine al giudizio di credibilità delle dichiarazioni del richiedente, non solo deve rispondere ai criteri di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, ma deve essere anche argomentata in modo idoneo a rivelare la relativa ratio decidendi, senza essere basata, invece, su elementi irrilevanti o su notazioni, che, essendo prive di riscontri processuali, abbiano la loro fonte nella mera opinione del giudice cosicché il relativo giudizio risulti privo della conclusione razionale (Cass. 26 agosto 2021, n. 23465; Cass. 6 luglio 2020, n. 13944; cfr. pure Cass. 29 ottobre 2020, n. 23891, con riferimento a un caso in cui il giudizio di non credibilità del richiedente, dichiaratosi omosessuale, era basato sull’assunto della mancata dimostrazione, da un lato, dell’avvio da parte di costui di “un percorso di consapevolezza sofferta” della propria condizione, e, dall’altro, dalla mancata instaurazione in Italia di “rapporti omosessuali”).

Ora, il tema del percorso di elaborazione dell’orientamento sessuale del richiedente, che il Tribunale valorizza ai fini della valutazione della credibilità del narrato, risulta spiegato nella relazione della psicologa dell’Associazione NAGA, acquisita al giudizio. E’ lo stesso decreto impugnato a precisare (a pag. 5) come in detto documento fosse data spiegazione dei silenzi di N. quanto al processo di maturazione della propria identità. Vi si legge che il ricorrente “percepisce la scoperta della sua omosessualità come legata all’evento traumatico dell’abuso, ma non riesce a ricostruire i primi segnali della sua presa di consapevolezza”; vi si evidenzia, ancora, “una fatica (dell’istante) ad accedere ai propri lati emotivi passati, che vengono riconosciuti ed espressi con difficoltà (…)”

Il decreto, nel mentre sottolinea la mancata emersione di un processo di elaborazione della diversità del richiedente e l’assenza di una “dimensione personale nel racconto del rapporto (dello stesso) con il compagno”, osserva che dalla relazione psicologica in questione non emergerebbero “elementi idonei a fondare un diverso apprezzamento”. Sul punto, però, la motivazione appare illogica (nel senso sopra chiarito della inidoneità di essa a dar conto della ratio decidendi), in quanto la richiamata relazione – che non è considerata inattendibile (limitandosi il Tribunale a rilevare l’omessa indicazione, in essa, della durata dell’osservazione svolta) – dava ragione del perché il percorso interiore del richiedente non avesse trovato spazio nella narrazione dei fatti occorsi.

Pure non congruo è il rilievo svolto dal Tribunale circa l’implausibilità della condotta di N. consistente nell’aver confidato la propria omosessualità, a colui che sarebbe divenuto il suo compagno. Il fatto che in Nigeria l’omosessualità sia perseguita come un reato non implica affatto che chi sia omosessuale decida di tenere nascosta la propria inclinazione in ambito privato. Sul punto, è del resto utile ricordare come, secondo la giurisprudenza della Corte di giustizia, in sede di valutazione di una domanda diretta ad ottenere lo status di rifugiato, le autorità competenti non possono ragionevolmente attendersi che, per evitare il rischio di persecuzione, il richiedente asilo nasconda la propria omosessualità nel suo paese d’origine o dia prova di riservatezza nell’esprimere il proprio orientamento sessuale (Corte giust. UE 7 novembre 2013, da C-199/12 a C-201/12, Minister voor Immigralie en Asiel; nel senso che non può richiedersi alla persona di inclinazione omosessuale, la quale viva nell’ambito di un contesto sociale che discrimini l’omosessualità o di un ordinamento che addirittura la preveda come reato, di assumere o non assumere una determinata condotta in ordine ad una scelta che deve rimanere libera, Cass. 9 settembre 2021, n. 24397).

3. – L’accoglimento del secondo motivo determina l’assorbimento dei restanti.

4. – Il decreto è cassato, con rinvio della causa al Tribunale di Milano che, in diversa composizione, statuirà pure sulle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte:

accoglie il secondo motivo e dichiara assorbiti gli altri; cassa il decreto impugnato in relazione al motivo accolto e rinvia la causa, anche per le spese, al Tribunale di Milano, in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della 6 Sezione Civile, il 16 dicembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 17 febbraio 2022

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