Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 5213 del 28/02/2017


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Cassazione civile, sez. lav., 28/02/2017, (ud. 23/11/2016, dep.28/02/2017),  n. 5213

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VENUTI Pietro – Presidente –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – Consigliere –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. LORITO Matilde – Consigliere –

Dott. SPENA Francesca – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 22127-2015 proposto da:

R.L. C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA

DEGLI SCIPIONI 132, presso lo studio dell’avvocato FRANCESCO

CIGLIANO, che lo rappresenta e difende, giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

CARIFE – CASSA DI RISPARMIO DI FERRARA S.P.A. IN AMMINISTRAZIONE

STRAORDINARIA P.I. (OMISSIS), in persona del legale rappresentante

pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA FILIPPO

CORRIDONI N 19, presso lo studio dell’avvocato LUIGI DE VALERI,

rappresentato e difeso dall’avvocato PIERFRANCESCO CARMINE FASANO,

giusta delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 6009/2015 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 14/07/2015 R.G.N. 3030/2014;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

23/11/2016 dal Consigliere Dott. FRANCESCA SPENA;

udito l’Avvocato CIGLIANO FRANCESCO;

udito l’Avvocato FASANO PIERFRANCESCO CARMINE;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FINOCCHI GHERSI RENATO che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso al Tribunale di Roma del 27 marzo 2013 il signor R.L., già dipendente di CARIFE – CASSA RISPARMIO DI FERRARA (in prosieguo,per brevità: CARIFE spa), impugnava il licenziamento disciplinare intimatogli in data 16-22.11.2012, chiedendo dichiararsene la nullità e comunque illegittimità ed inefficacia e condannarsi il datore di lavoro alla reintegra ed al risarcimento del danno L. n. 300 del 1970, ex art. 18 ed, in subordine, al risarcimento di cui al comma 5 della stessa norma.

Agiva altresì per il risarcimento del danno biologico, morale, esistenziale,all’immagine e del danno immanente alla violazione da parte della Banca dei principi di buona fede e correttezza e di affidamento.

Il Giudice del Lavoro separava la domanda di impugnativa del licenziamento dalle ulteriori pretese risarcitorie e ne disponeva la trattazione con il rito L. n. 92 del 2012, ex art. 1, comma 47 e ss..

Con ordinanza del 24.9.2013 rigettava la domanda.

Il Tribunale di Roma rigettava, con sentenza del 9.6.2014 (nr. 6353/2014), la opposizione proposta dal lavoratore.

La Corte d’appello di Roma, con sentenza del 14.7.2015 (nr. 6009/2015), rigettava il reclamo del R..

La Corte territoriale osservava che il licenziamento era avvenuto in ragione esclusivamente di uno degli addebiti contestati, consistente nell’acquisto di una autovettura SMART da parte della moglie del R., signora A.P., pagata con bonifico eseguito in data 9.1.2009 dalla società B/2D srl.

La società- formalmente amministrata dalla signora L.P. e di fatto gestita dalla signora F.S. – in data (OMISSIS) aveva aperto un conto corrente presso la agenzia nr. 7, di cui il R. all’epoca era direttore, che era stato assistito da linee di credito concesse con indubbia ed insolita rapidità.

Le circostanze relative alla apertura del conto corrente ed al pagamento della autovettura intestata alla signora A.P. erano state minuziosamente descritte, così come era stato decritto con chiarezza l’asserito rapporto tra la L., la F. e la società B/2D srl. Il reclamante aveva lamentato la tardività tanto della contestazione – effettuata in data 21.5.2012 per fatti risalenti al periodo dicembre 2008 – aprile 2009 e conosciuti almeno dall’ottobre 2011 – che del licenziamento, irrogato a distanza di sei mesi dalla contestazione.

La tempestività doveva essere valutata in riferimento al momento nel quale il datore di lavoro aveva avuto piena e compiuta conoscenza dei fatti; nella fattispecie di causa tale conoscenza risaliva all’ottobre 2011 e lo spatium deliberandi intercorso fino alla contestazione del 21.5.2012, di sei mesi, appariva adeguato alla necessità di approfondimento e valutazione, tanto più in vista della possibili gravi conseguenze a carico del lavoratore.

In punto di insussistenza degli addebiti il reclamante censurava la mancata ammissione della prova testimoniale offerta per dimostrare di avere versato in contanti la somma di Euro 10mila alla signora F. per l’acquisto della autovettura.

Vi era tuttavia nella fattispecie concreta un quadro caratterizzato da singolare rapidità di apertura del conto e delle linee di credito, utilizzo quasi immediato delle suddette linee di credito, indubbio intreccio di rapporti tra il dipendente e la F..

Tali fatti giustificavano il venir meno del rapporto fiduciario anche in ragione del settore di attività del datore di lavoro e del livello professionale del ricorrente.

Quanto alla prova testimoniale, occorreva che la prova fosse utile al decidere e, specialmente se eccedente tali limiti, sostenuta da un contesto che la rendesse plausibile.

Il ricorrente non forniva elementi per poter ritenere verosimile il pagamento in contanti della somma di Lire 10milioni: non indicava la fonte di provenienza del denaro nè le ragioni per le quali aveva ritirato gli assegni che affermava emessi in un primo momento nè il motivo per cui il teste adotto (signor L.T.) si trovasse nella agenzia nel momento della consegna del denaro nè ancora perchè non fosse stata rilasciata ricevuta del pagamento in contanti.

Le circostanze articolate nei capitoli di prova erano sfuggenti e fantasiose.

L’ordine di esibizione richiesto dal ricorrente riguardava documenti successivi ai fatti contestati ed irrilevanti, non essendo stata addebitata al R. una leggerezza nell’apertura del conto corrente ma la contestualità tra detta apertura e la concessione delle linee di credito e la contiguità di tali operazioni con l’utilizzo del conto per il pagamento di una autovettura intestata alla moglie del dipendente.

La sanzione adottata era proporzionata alla qualifica ed alla condotta del dipendente.

Per la cassazione della sentenza ha proposto ricorso R.L., articolando sette motivi, illustrati con memoria.

Ha resistito con controricorso la società CARIFE spa in amministrazione straordinaria.

Ha depositato atto di costituzione la società NUOVA CASSA DI RISPARMIO DI FERRARA spa, nella qualità di cessionaria della azienda bancaria di CARIFE spa.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Preliminarmente deve essere dichiarata la inammissibilità dell’intervento nel presente giudizio di legittimità della società NUOVA CASSA DI RISPARMIO DI FERRARA spa.

Il successore a titolo particolare, se può impugnare tempestivamente per cassazione la sentenza di merito, non può anche intervenire nel giudizio di legittimità, in difetto di una espressa previsione normativa, regolante tale autonoma fase processuale, che consenta al terzo la partecipazione al giudizio con facoltà di esplicare difese, assumendo una veste atipica rispetto alle parti necessarie, che sono quelle che hanno partecipato al giudizio di merito. Tale orientamento, costantemente affermato da questa Corte (cfr., Cass. nr. 5759/2016; n. 11375/10; n. 7986/11; n. 1279/14; n. 3336/15; di segno contrario n. 18967/13 rimasta isolata), è condiviso dal Collegio, non risultando peraltro indicati dall’interveniente elementi per mutarlo.

1. Con il primo motivo il ricorrente ha denunziato – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3 – violazione e falsa applicazione della L. n. 300 del 1970, art. 7 con riferimento alla genericità ed indeterminatezza della contestazione.

Ha dedotto che in caso di contestazione di comportamenti omissivi del lavoratore – come nella fattispecie di causa in cui si contestavano, in gran parte, comportamenti omissivi nella gestione dei conti correnti – doveva essere precisata in maniera analitica e circostanziata la regola di condotta alla quale il dipendente avrebbe dovuto attenersi.

Il principio di specificità della contestazione richiedeva una esposizione puntuale delle circostanze essenziali del fatto addebitato; nella specie la genericità era immanente al rilievo che i fatti oggetto della contestazione erano indicati addirittura in termini ipotetici, come nel caso della contestazione relativa alla accensione del conto della società Servixia srl.

La banca aveva inoltre omesso di indicare nella lettera di contestazione la sanzione disciplinare applicabile.

La conferma del rilievo di genericità si riscontrava nel fatto che con comunicazione del 23.10.2012 la banca aveva riaperto il procedimento disciplinare e concesso al dipendente ulteriori cinque giorni a difesa.

Il motivo è inammissibile nella parte in cui assume la genericità della lettera di contestazione, sotto il concorrente profilo del difetto di specificità della censura e della sua inconferenza rispetto alla ratio decidendi della sentenza impugnata.

Non è adempiuto l’onere di cui all’art. 366 c.p.c., n. 6 in quanto non sono indicati in ricorso i contenuti della contestazione disciplinare oggetto della denunzia nè la sede di produzione del documento nel giudizio di merito; difetta altresì la condizione di procedibilità di cui all’art. 369 c.p.c., comma 4, giacchè la lettera di contestazione non è stata prodotta unitamente al presente ricorso.

Il vizio è comunque dedotto in riferimento a contestazioni disciplinari che il giudice del merito ha accertato essere rimaste estranee al licenziamento intimato (come la contestazione relativa alla accensione del conto corrente della Servixia srl) oppure rispetto a fatti che il giudice del merito ha affermato non essere stati affatto contestati, sebbene inerenti ai rapporti con la società B/2D srl. Su tale punto si legge a pagina 8 della sentenza: “… non essendo qui addebitate, siamo costretti a ripeterlo, leggerezze del ricorrente nell’apertura del conto corrente”.

Il vizio dedotto resta pertanto inconferente rispetto alle statuizioni della decisione.

Il motivo è infondato nella parte in cui si assume la necessità di indicare nella contestazione disciplinare la sanzione applicabile: il requisito di specificità riguarda la contestazione del fatto materiale mentre non può richiedersi al datore di lavoro la anticipazione, oltre tutto in termini astratti, delle valutazioni che gli competono solo all’esito delle difese del lavoratore. Corretta è dunque sul punto la statuizione del giudice dell’appello.

2. Con il secondo motivo il ricorrente ha dedotto – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3 – violazione e falsa applicazione della L. n. 300 del 1970, art. 7 con riferimento alla tardività della contestazione.

Il ricorrente ha censurato la sentenza per avere valutato la tempestività della contestazione rispetto al momento in cui il datore di lavoro aveva avuto piena e completa conoscenza dei fatti laddove rilevavano la circostanza che gli addebiti risalissero agli anni 2008/2009 mentre la contestazione era stata effettuata soltanto nel maggio 2012 e la considerazione che tali fatti avrebbero potuto essere accertati nel corso delle ordinarie verifiche ispettive.

In ogni caso, la contestazione sarebbe stata tardiva anche considerando il periodo di sette mesi trascorso tra la effettiva conoscenza dei fatti e la contestazione.

La tardività sussisteva anche in relazione al tempo decorso tra la contestazione e la intimazione del licenziamento, sei mesi dopo la contestazione.

Il motivo è infondato.

Deve in questa sede ribadirsi il principio – ripetutamente affermato da questa Corte e qui condiviso – secondo cui la tempestività della contestazione deve essere valutata partendo dal momento dell’avvenuta conoscenza da parte del datore di lavoro della situazione contestata e non dell’astratta percettibilità o conoscibilità dei fatti stessi (Cassazione civile, sez. lav., 19/05/2016, n. 10356; n. 26304/14; nr. 25070/2013; 20823/2013; n. 23739/2008, n. 21546/2007).

La tempestività della contestazione e del licenziamento poi, la cui “ratio” riflette l’esigenza di osservanza della regola di buona fede e correttezza nell’attuazione dei rapporto di lavoro, devono essere intesi in senso relativo, potendo essere compatibili, in relazione al caso concreto e alla complessità dell’organizzazione del datore di lavoro, con un intervallo di tempo necessario per l’accertamento e la valutazione dei fatti contestati, così come per la valutazione delle giustificazioni fornite dal dipendente (ex plurimis: Cass. Sez. lav. 14.5.2015 nr. 9903; 4.2.2015 nr. 20121; 23.1.2015 nr. 1247; 11.9.2013 nr. 20823; 10.9.2013 nr. 20719).

La Corte di merito non si è discostata da tali principi, poichè ha affermato che il datore di lavoro era venuto a conoscenza dei fatti addebitati al R. nell’ottobre 2011.

In relazione a tale accertamento di fatto ha correttamente ritenuto tempestiva la contestazione del 21 maggio 2012 nonchè il licenziamento intimato nei sei mesi successivi, giacchè lo spazio temporale così delimitato appare congruo a contemperare, da un lato, la esigenza di una adeguata ponderazione dei fatti, nell’interesse dello stesso lavoratore, dall’altro quella di consentire al lavoratore una adeguata difesa.

3. Con il terzo motivo il ricorrente ha dedotto – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 – omesso esame circa un fatto decisivo del giudizio ed oggetto di discussione tra le parti in relazione al capo di sentenza che riteneva tempestiva la contestazione disciplinare.

Ha assunto che i fatti contestati, risalenti alle date del 30.1.2008 e del 9.1.2009, avevano la medesima natura di altre operazioni di gestione di conti correnti rispetto alle quali il giudice del primo grado aveva ritenuto il difetto di immediatezza, con statuizione passata in giudicato. Il motivo è inammissibile per la estraneità della censura alle statuizioni della sentenza impugnata; la denunzia si riferisce a statuizioni rese dal giudice della prima fase del primo grado e relative a contestazioni che il giudice dell’appello ha dichiarato non essere confluite nel provvedimento di licenziamento.

Va altresì evidenziata la non deducibilità nella fattispecie di causa del vizio di cui al numero cinque dell’art. 360 c.p.c. in ragione delle previsioni dell’art. 348 ter c.p.c., u.c., come meglio si dirà nel prosieguo.

4. Con il quarto motivo il ricorrente ha dedotto – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 – violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c., dell’art. 111 Cost. dell’art. 6 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.

La censura inerisce alla statuizione di accertamento della responsabilità del ricorrente per i fatti addebitatigli.

Il ricorrente ha richiamato gli addebiti relativi alla gestione dei rapporti con la società B2/D srl e con le signore L.P. e F.S. nonchè alle irregolarità nell’apertura del rapporto di conto corrente con la società.

Ha assunto che le contestazioni erano superate dai documenti richiamati nell’atto di opposizione al Tribunale, dai quali emergeva che dal maggio 2009 egli era stato trasferito presso altra filiale, che la pratica relativa alla società B2/D era stata gestita da altri dipendenti, che avevano espresso giudizi positivi; che le eventuali irregolarità nella apertura del conto erano state superate dalle valutazioni e dai controlli successivamente compiuti.

Ha censurato la mancata ammissione dei mezzi istruttori dai quali sarebbe emersa la propria estraneità agli addebiti ed in particolare della prova testimoniale – diretta a dimostrare il pagamento in contanti della autovettura alla signora F. – e dell’ordine di esibizione dei documenti della Banca relativi alla gestione del rapporto con la B2/D dal maggio 2009.

Ha dedotto che le affermazioni del giudice del reclamo secondo cui era la signora F.S. a gestire la società B2/D, era stata la F. a disporre il bonifico per il pagamento della autovettura, vi era un indubbio intreccio di rapporti tra il R. e la F., erano indimostrate e prive di riscontro nei documenti, giacchè era la amministratrice della società, signora L., l’unica a potere gestire il conto corrente intestato alla B2/D.

Ha concluso che la omissione della fase istruttoria lo aveva privato del diritto di difesa.

Le censure mosse attengono alla ricostruzione del fatto materiale effettuata dal giudice del merito e benchè dedotte sub specie di vizio di violazione di legge devono essere correttamente riqualificate in termini di vizio della motivazione.

La violazione di legge consiste nella erronea ricognizione, da parte del provvedimento impugnato, della fattispecie astratta recata da una norma di legge e, quindi, implica necessariamente un problema interpretativo della stessa (da cui la funzione di assicurare la uniforme interpretazione della legge assegnata dalla Corte di Cassazione) mentre la allegazione – come prospettata nella specie da parte del ricorrente – di una erronea ricognizione della fattispecie concreta, a mezzo delle risultanze di causa, è esterna alla esatta interpretazione della norme di legge e impinge nella tipica valutazione del giudice del merito, la cui censura è possibile, in sede di legittimità, sotto l’aspetto del vizio di motivazione.

Ai sensi dell’art. 348 ter c.p.c., commi 4 e 5, allorquando la sentenza d’appello conferma la decisione di primo grado per le stesse ragioni inerenti alle questioni di fatto il ricorso per Cassazione può essere proposto esclusivamente per i motivi di cui dell’art. 360, comma 1, nn. 1, 2, 3 e 4.

Questa Corte ha già affermato (sentenza n. 23021/2014), con indirizzo cui si intende dare in questa sede continuità, la applicabilità della disposizione di cui all’art. 348 ter c.p.c. alla sentenza che definisce il procedimento di reclamo ex art. 1 legge Fornero.

A tale riguardo ha evidenziato come la normativa di riferimento non disciplini il contenuto dell’atto di reclamo, introduttivo del giudizio di secondo grado e che vi è dunque integrazione della disciplina – pur speciale – dettata dalla L. n. 92 del 2012, art. 1, commi 58 e 61 con quella dell’appello nel rito del lavoro; dalla integrazione deriva la applicazione anche dell’art. 348 ter c.p.c., ed in particolare – per quanto in questa sede rileva – della modifica che riguarda il vizio di motivazione per la pronuncia cd. “doppia conforme”.

A tenore dell’art. 348 ter c.p.c., comma 5 il vizio di motivazione non è dunque deducibile in caso di impugnativa di pronuncia c.d. doppia conforme, come nella fattispecie di causa.

La disposizione è applicabile ratione temporis (D.L. n. 83 del 2012, ex art. 54, comma 2) nel presente giudizio giacchè il reclamo è stato depositato in data 9.7.2014.

5. Con il quinto motivo il ricorrente ha dedotto – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 – violazione e falsa applicazione dell’art. 2106 c.c..

Ha censurato la statuizione sulla proporzionalità del licenziamento, deducendo che una diversa conclusione era imposta dalla genericità e indeterminatezza delle contestazioni, dalla sua condotta, sempre improntata a canoni di buona fede e correttezza, dalle specifiche competenze per le quali era stato assunto, dalla assenza di precedenti disciplinari ed, anzi, dagli encomi, premi e gratifiche ricevuti, dalla professionalità maturata in numerosi anni di attività bancaria. Il motivo è infondato.

La Corte di merito ha ritenuto che la rapidità nella concessione delle linee di credito e l’immediato utilizzo del conto per il pagamento del prezzo di una autovettura intestata alla moglie del dipendente configurassero elementi idonei a far venire meno il rapporto di fiducia. Tale valutazione appare immune da censure, dovendo darsi rilievo alle responsabilità di direzione rivestite dal R. ed alla gravità oggettiva del conflitto di interessi derivante dal pagamento con un bonifico della società B/2D – che aveva ottenuto una apertura di credito presso la filiale della banca diretta dal R. – di una autovettura acquistata dalla moglie del

d i rettore.

6. Con il sesto motivo il ricorrente ha dedotto – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 – omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio ed oggetto di discussione tra le parti, consistente nella incompetenza del soggetto che aveva intimato il licenziamento.

Ha esposto che l’atto di licenziamento era stato sottoscritto dalla direzione generale, con firma illeggibile, in assenza della indicazione del soggetto firmatario e che, comunque, il direttore generale non era competente alla adozione dell’atto a termini di Statuto (essendo competente il consiglio di amministrazione o il comitato esecutivo). La eventuale delibera adottata dagli organi competenti avrebbe dovuto, poi, essere indicata nella comunicazione del licenziamento. Per le stesse ragioni la Corte di merito avrebbe dovuto dichiarare la illegittimità della contestazione disciplinare.

7. Con il settimo motivo il ricorrente ha dedotto – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 – omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio ed oggetto di discussione tra le parti, consistente nella violazione del principio di “conducenza” e necessarietà”.

Con il motivo la parte ha denunziato l’omesso esame della denunziata nullità della lettera di licenziamento del 16.11.2012 per genericità ed indeterminatezza, mancando nella stessa la indicazione delle ragioni che determinavano la sanzione, la sua necessità, il mancato accoglimento delle giustificazioni presentate.

I due motivi possono essere congiuntamente trattati, in quanto si prestano ad analoghi rilievi di inammissibilità.

Si evidenzia nuovamente la non deducibilità nella fattispecie di causa del vizio di motivazione ai sensi dell’art. 348 ter c.p.c., u.c. – come già si è esposto in relazione al quarto motivo.

A ciò si aggiunge il rilievo che i motivi introducono questioni di fatto (la incompetenza dell’organo che aveva adottato l’atto di licenziamento e sottoscritto la contestazione disciplinare, la genericità della comunicazione del licenziamento) che non risultano affrontate nella sentenza impugnata. Nella sentenza gravata si legge anzi (a pagina 3) che i motivi di reclamo riguardavano: la genericità e la tardività della contestazione, la insussistenza della giusta causa, la incompletezza della attività istruttoria e la erronea valutazione delle prove, la sproporzione tra la condotta addebitata e la sanzione espulsiva.

Stante la struttura chiusa del giudizio di legittimità, in esso non possono essere introdotte questioni che non siano state già sollevate nei gradi di merito.

Qualora con il ricorso per cassazione siano prospettate questioni di cui non vi sia cenno nella sentenza impugnata, è onere della parte ricorrente, al fine di evitarne una statuizione di inammissibilità per novità della censura, non solo di allegare l’avvenuta loro deduzione innanzi al giudice di merito, ma anche, in ossequio al principio di autosufficienza del ricorso stesso, di indicare in quale specifico atto del giudizio precedente lo abbia fatto, onde dar modo alla Suprema Corte di controllare “ex actis” la veridicità di tale asserzione prima di esaminarne il merito.

Il ricorso deve essere conclusivamente respinto.

Le spese seguono la soccombenza

Trattandosi di giudizio instaurato successivamente al 30 gennaio 2013 sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17 (che ha aggiunto al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, il comma 1 quater) – della sussistenza dell’obbligo di versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la impugnazione integralmente rigettata.

PQM

La Corte rigetta il ricorso.

Condanna parte ricorrente al pagamento delle spese, che liquida in Euro 100 per spese ed Euro 3.500 per compensi professionali oltre spese generali al 15% ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 23 novembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 28 febbraio 2017

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