Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 5206 del 28/02/2017


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Cassazione civile, sez. II, 28/02/2017, (ud. 20/01/2017, dep.28/02/2017),  n. 5206

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PETITTI Stefano – Presidente –

Dott. MANNA Felice – Consigliere –

Dott. GIUSTI Alberto – Consigliere –

Dott. COSENTINO Antonello – Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 25422/2013 proposto da:

S.F., (OMISSIS), elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

POLIBIO 15, presso lo studio dell’avvocato GIUSEPPE LEPORE,

rappresentato e difesa da se stessa;

– ricorrente –

e contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, (OMISSIS), PROCURA REPUBBLICA TRIBUNALE

POTENZA;

– intimati –

avverso il provvedimento del TRIBUNALE di POTENZA, depositata il

13/09/2013;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

20/01/2017 dal Consigliere Dott. MAURO CRISCUOLO;

Viste le conclusioni del Sostituto Procuratore Generale Dott. LUCIO

CAPASSO che ha chiesto dichiarare la nullità del provvedimento

impugnato per la mancata partecipazione al giudizio del Ministero

della Giustizia.

Fatto

RAGIONI IN FATTO ED IN DIRITTO

Con ordinanza del 16/9/2013 il Giudice monocratico del Tribunale di Potenza, nel contraddittorio con l’Agenzia delle Entrate e con la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Potenza, rigettava l’opposizione proposta da S.F. quale difensore di C.G.L., avverso il decreto reso dal Tribunale di Potenza in data 31/1/2012 con il quale era stata revocata l’ammissione del C. al patrocinio a spese dello Stato nel procedimento penale n. 567/2007 RGT ed al n. 4465/2004 RGNR.

Osservava che il provvedimento opposto aveva motivato la revoca in quanto aveva reputato che il C. traesse i mezzi per il proprio sostentamento dai profitti ricavati dall’attività di spaccio di sostanze stupefacenti, il cui esercizio abituale risultava dalle emergenze investigative che ne avevano attestato la prosecuzione anche in epoca successiva all’ammissione.

Ad avviso del giudice dell’opposizione erano condivisibili le valutazioni espresse nel provvedimento impugnato, in quanto la reiterazione nel tempo di attività criminose sfociate anche nella partecipazione ad un’associazione a delinquere di stampo mafioso, giustificava la verosimile percezione di redditi di provenienza illecita di entità sicuramente maggiore rispetto al limite posto dal D.P.R. n. 115 del 2002, art. 77.

Inoltre appariva del tutto erroneo il richiamo della difesa dell’opponente alla non corretta applicazione della previsione di cui all’art. 76, comma 4 bis del citato D.P.R., in quanto il provvedimento di revoca non era in alcun modo ancorato alla norma de qua.

Avverso tale provvedimento propone ricorso S.F. sulla base di due motivi, mentre gli intimati non hanno svolto attività difensiva.

Ritiene il Collegio di dover disattendere la richiesta del PG di declaratoria di nullità del procedimento all’esito del quale è stato emesso il provvedimento impugnato per la mancata partecipazione del Ministero della Giustizia.

In tal senso non appaiono pertinenti rispetto alla fattispecie i principi evincibili da Cass. n. 21700 del 2015, che in relazione alla ipotesi di revoca disposta ai sensi dell’art. 136, comma 2 del menzionato D.P.R., per avere l’interessato agito o resistito in giudizio con mala fede o colpa grave, ha ribadito che l’opposizione dà luogo a un procedimento che ha natura di giudizio civile contenzioso di natura patrimoniale e del quale è parte necessaria il ministero della Giustizia, trattandosi in quel caso di revoca disposta per ammissione al patrocinio in un giudizio civile, laddove nel caso di specie si dibatte di revoca relativa ad un procedimento penale.

Il primo motivo di ricorso, con il quale si denunzia la violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 112, è fondato.

La norma infatti prevede alla lett. d) del comma 1 che il magistrato possa provvedere alla revoca dell’ammissione al beneficio d’ufficio o su richiesta dell’ufficio finanziario competente presentata in ogni momento e, comunque, non oltre cinque anni dalla definizione del processo, se risulta provata la mancanza, originaria o sopravvenuta, delle condizioni di reddito di cui agli artt. 76 e 92.

Nella fattispecie, in relazione ad un soggetto ammesso, in quanto collaboratore di giustizia, ad un piano provvisorio di protezione, e quindi ragionevolmente sottoposto a controlli da parte del personale addetto all’attuazione del detto piano, il provvedimento impugnato, nonostante le risultanze emergenti dalle note trasmesse dalla Guardia di Finanza attestassero la mancata percezione di redditi da parte dell’assistito dell’odierna ricorrente e la fruizione di un tenore di vita che non era incompatibile con le condizioni reddituali necessarie per accedere al patrocinio, ha ritenuto che, pur in assenza di sentenze di condanna passate in giudicato, e senza che quindi potesse farsi riferimento alle previsioni di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 76, comma 4 bis, la reiterazione nel passato di attività criminose riconducili all’attività di spaccio di sostanze stupefacenti non poteva che implicare la disponibilità di redditi tali da imporre la revoca del beneficio.

Trattasi però di affermazioni che, proprio per l’assenza di una prova circa la carenza originaria o sopravvenuta delle condizioni legittimanti il beneficio de quo, determinano la violazione della norma citata, essendosi tratta dalla sola storia criminale dell’imputato la presunzione assoluta di disponibilità finanziarie tali da legittimare la revoca, sebbene le prove in atti, quali gli stessi accertamenti compiuti dalla Guardia di Finanza, deponessero in senso contrario.

Il motivo deve essere accolto, con il conseguente assorbimento del secondo motivo di ricorso.

Il provvedimento impugnato deve essere cassato con rinvio al Tribunale di Potenza in persona di diverso magistrato, che provvederà anche sulle spese del presente giudizio.

PQM

La Corte accoglie il primo motivo e, assorbito il secondo, cassa il provvedimento impugnato, con rinvio al Tribunale di Potenza in persona di diverso magistrato che provvederà anche sulle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 20 gennaio 2017.

Depositato in Cancelleria il 28 febbraio 2017

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