Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 5188 del 04/03/2010

Cassazione civile sez. III, 04/03/2010, (ud. 29/10/2009, dep. 04/03/2010), n.5188

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI NANNI Luigi Francesco – Presidente –

Dott. PETTI Giovanni Battista – Consigliere –

Dott. URBAN Giancarlo – Consigliere –

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – rel. Consigliere –

Dott. LANZILLO Raffaella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 27955/2005 proposto da:

IMPRESA ROZZI COSTANTINO & C, in persona del liquidatore

giudiziale

Rag. P.P. elettivamente domiciliata in ROMA, VIA ATTILIO

REGOLO 19, presso lo studio dell’avvocato ANDREOTTA Giuseppe, che la

rappresenta e difende per delega in atti;

– ricorrente –

contro

V.F., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZALE CLODIO

1, presso lo studio dell’avvocato RIBAUDO Sebastiano, che lo

rappresenta e difende unitamente all’avvocato VITTONI FRANCO per

delega a margine del controricorso;

– controricorrente –

sul ricorso 6417/2006 proposto da:

R.F.C., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA

ATTILIO REGOLO 19, presso lo studio dell’avvocato ANDREOTTA GIUSEPPE,

che lo rappresenta e difende per delega in atti;

– ricorrente –

contro

V.F., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZALE CLODIO

n. 1, presso lo studio dell’avvocato RIBAUDO SEBASTIANO, che lo

rappresenta e difende unitamente all’avvocato VITTONI FRANCO per

delega a margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 341/2005 della CORTE D’APPELLO di BRESCIA,

Sezione Prima Civile, emessa il 2/03/2005; depositata il 28/04/2005;

R.G.N. 783/2003;

udita la relazione della causa svolta nella Pubblica udienza del

29/10/2009 dal Consigliere Dott. GIACOMO TRAVAGLINO;

udito l’Avvocato GIUSEPPE ANDREOTTA;

udito l’Avvocato SEBASTIANO RIBAUDO;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

GOLIA Aurelio, che ha concluso per il rigetto di entrambi i ricorsi.

 

Fatto

IN FATTO

V.F. convenne dinanzi al tribunale di Bergamo R.C., titolare dell’omonima impresa, per sentirlo condannare al risarcimento di danni subiti a seguito di un sinistro (fuoriuscita del ciclomotore da lui condotto dalla sede stradale di un cavalcavia e conseguente caduta nella scarpata sottostante) del quale doveva ritenersi responsabile il convenuto che, in qualità di appaltatore di lavori autostradali, non aveva in alcun modo segnalato l’inibizione al traffico del cavalcavia da lui imboccato ed ancora in via di rifacimento.

Il giudice di primo grado rigettò la domanda rilevando, da un canto, che dal verbale della P.S. intervenuta in occasione dell’incidente emergeva che la strada era regolarmente munita di segnaletica di divieto di accesso, e che il pretore di Bergamo, investito dell’opposizione proposta dal R. avverso la sanzione amministrativa irrogatagli per l’omessa predisposizione di segnaletica di pericolo, l’aveva revocata sull’assunto che l’impresa convenuta avesse terminato i lavori alcuni mesi prima dell’incidente così che essa non poteva più ritenersi custode del cantiere.

L’impugnazione proposta da V.F. fu accolta dalla corte di appello di Brescia, che, ritenutone il concorso di colpa nella misura del 30%, condannò l’impresa convenuta a risarcire proporzionalmente i danni all’appellante.

La sentenza è stata impugnata dinanzi a questa corte, con due separati ricorsi, da R.C. in proprio e quale legale rappresentante dell’omonima impresa. Resiste con controricorso V.F.. Vi è memoria del ricorrente.

Diritto

IN DIRITTO

Va preliminarmente disposta la riunione dei procedimenti recanti i nn. 27955/05 e 6417/06, poichè i relativi ricorsi risultano proposti avverso la medesima sentenza.

Essi (che risultano pedissequa copia l’uno dell’altro) sono infondati.

Con il primo motivo, si denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 1372, 2051 e 1218 c.c..

Con il motivo primo bis, si denuncia ancora la violazione e falsa applicazione dell’art. 2051 c.c. e art. 112 c.p.c..

I motivi, da esaminarsi congiuntamente attesane la intrinseca connessione, risultano privi di pregio.

Premessa la scarsa conferenza del richiamo alle norme di cui all’art. 1218 c.c. e all’art. 1372 c.c., versandosi, nella specie, in tema da responsabilità ex delieto (e non rilevando in alcun modo e sotto alcun profilo – nemmeno indiretto, essendo il contratto di appalto invocato dal ricorrente res inter alios rispetto all’odierna vicenda risarcitoria – la regola ermeneutica evocata in relazione ad una vicenda di danno che obbliga l’appaltatore al rispetto del precetto del neminem laedere con riguardo alle opere in esecuzione), e rilevata la totale inconferenza del richiamo alle altre norme (in particolare, agli artt. 2049, 2051 e 2053 c.c.) dettate in tema di responsabilità aquiliana, essi si infrangono, difatti, sul corretto impianto motivazionale adottato dal giudice d’appello nella parte in cui ha ritenuto:

– che la responsabilità ex art. 2043 c.c., gravante sull’appaltatore scaturisse, nella specie, da un atto di aggiudicazione di opere pubbliche in favore di un raggruppamento di imprese c.d.

“orizzontale”;

– che l’esecuzione del complesso di opere autostradali fosse di competenza di entrambe le imprese riunite, Rozzi e Pavimentai;

– che l’assenza, in seno al contratto di appalto, di qualsivoglia “scorporo” di parti dell’opera da affidarsi in via esclusiva a ciascuna di esse impediva ogni distinzione tra singoli lavori ed era altresì ostativa alla predicabilità di una sorta di successione nella custodia del cantiere dell’una all’altra delle imprese riunite;

– che la (pretesa) circostanza – di mero fatto, peraltro – di avere terminato i lavori di propria competenza sì come addotta dall’appellante (circostanza, peraltro, smentita dai fatti, essendo ancora presenti sul cantiere alcune maestranze della ditta Rozzi all’epoca dell’accaduto) doveva ritenersi del tutto irrilevante, atteso che la responsabilità dell’appaltatore sarebbe potuta cessare soltanto a seguito della consegna dell’opera alla committente, perdurando sino a tale data l’obbligo di mantenere il cantiere in condizioni di sicurezza, onde non arrecare danni a terzi;

– che la responsabilità dell’appellata emergeva dall’aver mantenuto il cantiere relativo al cavalcavia teatro dell’incidente in condizioni tali da non garantire la sicurezza dei terzi, ingenerando, viceversa, in essi un completo affidamento circa la sicura percorribilità di un tratto stradale privo delle necessarie protezioni.

Tale iter motivazionale – del tutto esente da vizi logici o da qualsivoglia error iuris quali quelli lamentati con i motivi suesposti – questa corte interamente condivide e fa proprio (con l’ulteriore precisazione secondo la quale il richiamo operato dalla corte bresciana al regime contrattuale scaturente dal contratto di appalto fra committente e appaltatori è evidentemente funzionale non già ad identificare una – improponibile – fonte di obbligazioni dirette verso i terzi delle imprese contraenti, bensì si atteggia in guisa di mero fatto storico, descrittivo della posizione e dei compiti rivestiti dalla Rozzi Costantino & C.), rilevando come esso resista a tutte le censure mosse in parte qua dal ricorrente.

Con il secondo motivo, si denuncia un vizio di omessa o insufficiente motivazione su di un punto decisivo della controversia, quanto al (preteso) difetto di legittimazione passiva della ricorrente.

Il motivo è infondato.

A quanto già ricordato in punto di analisi del primo motivo va ancora aggiunto, da un canto, che l’invocato della L. n. 584 del 1977, art. 22, regola esclusivamente il rapporto tra l’ente pubblico conferente e l’appaltatore, specificando che, in capo all’impresa capogruppo, spetta la rappresentanza esclusiva, anche processuale, delle imprese mandanti nei confronti del soggetto appaltante, con conseguente, totale ininfluenza sul piano dei rapporti tra gli appaltatori e i terzi; dall’altro, quanto alla pretesa, mancata evocazione in giudizio del comune in qualità di ente proprietario della strada, che, attesa la autonomia dell’appaltatore nell’esplicazione della sua attività d’impresa (circostanza, questa, che, con riferimento all’impresa Rozzi, non risulta oggetto di dibattito in sede di merito e va pertanto considerata pacifica), deve ritenersi a lui riconducibile la responsabilità per i danni derivati a terzi dall’esecuzione dell’opera (secondo una più consolidata giurisprudenza di legittimità di cui sono espressione, tra le tante, Cass. 11478/04 e Cass. 4361/05).

Con il terzo motivo, si denuncia violazione dell’art. 101 c.p.c.;

motivazione omessa.

Il motivo è inammissibile, prospettando a questa corte questioni di diritto e conseguenti omissioni motivazionali del tutto nuove rispetto ai themata decidendum dedotti ed esaminati in sede di merito, e senza che il ricorrente, in spregio al principio di autosufficienza del ricorso, indichi in quale fase del giudizio essi siano stati tempestivamente sollevati e illegittimamente pretermessi.

Con il motivo quarto e quarto bis, si denuncia un vizio di omessa, insufficiente e/o contraddittoria motivazione; violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c..

La doglianza è inammissibile.

Entrambi i motivi sono, pertanto, irrimediabilmente destinati ad infrangersi sul corretto impianto motivazionale adottato dal giudice d’appello dianzi descritto, dacchè essi, nel loro complesso, pur lamentando formalmente una (peraltro del tutto generica) violazione di legge e un decisivo difetto di motivazione, si risolvono, nella sostanza, in una (ormai del tutto inammissibile) richiesta di rivisitazione di fatti e circostanze come definitivamente accertati in sede di merito. Il ricorrente, difatti, lungi dal prospettare a questa Corte un vizio della sentenza rilevante sotto il profilo di cui all’art. 360 c.p.c., si volge piuttosto ad invocare una diversa lettura delle risultanze procedimentali così come accertare e ricostruite dalla corte territoriale, muovendo all’impugnata sentenza censure del tutto inaccoglibili, perchè la valutazione delle risultanze probatorie, al pari della scelta di quelle – fra esse – ritenute più idonee a sorreggere la motivazione, postula un apprezzamento di fatto riservato in via esclusiva al giudice di merito il quale, nel porre a fondamento del proprio convincimento e della propria decisione una fonte di prova con esclusione di altre, nel privilegiare una ricostruzione circostanziale a scapito di altre (pur astrattamente possibili e logicamente non impredicabili), non incontra altro limite che quello di indicare le ragioni del proprio convincimento, senza essere peraltro tenuto ad affrontare e discutere ogni singola risultanza processuale ovvero a confutare qualsiasi deduzione difensiva. E’ principio di diritto ormai consolidato quello per cui l’art. 360 c.p.c., n. 5, non conferisce in alcun modo e sotto nessun aspetto alla corte di Cassazione il potere di riesaminare il merito della causa, consentendo ad essa, di converso, il solo controllo – sotto il profilo logico-formale e della conformità a diritto – delle valutazioni compiute dal giudice d’appello, al quale soltanto, va ripetuto, spetta l’individuazione delle fonti del proprio convincimento valutando le prove (e la relativa significazione), controllandone la logica attendibilità e la giuridica concludenza, scegliendo, fra esse, quelle funzionali alla dimostrazione dei fatti in discussione (salvo i casi di prove ed.

legali, tassativamente previste dal sottosistema ordinamentale civile). Il ricorrente, nella specie, pur denunciando, apparentemente, una deficiente motivazione della sentenza di secondo grado, inammissibilmente (perchè in contrasto con gli stessi limiti morfologici e funzionali del giudizio di legittimità) sollecita a questa Corte una nuova valutazione di risultanze di fatto (ormai cristallizzate quoad effectum) sì come emerse, ricostruite e correttamente valutate nel corso del precedente gradi del procedimento, così mostrando di anelare ad una surrettizia trasformazione del giudizio di legittimità in un nuovo, non consentito, terzo grado di merito, nel quale ridiscutere analiticamente tanto il contenuto, ormai cristallizzato, di fatti storici e vicende processuali, quanto l’attendibilità maggiore o minore di questa o di quella ricostruzione procedimentale, quanto ancora le opzioni espresse dal giudice di appello – non condivise e per ciò solo censurate al fine di ottenerne la sostituzione con altre più consone ai propri desiderata -, quasi che nuove istanze di fungibilità nella ricostruzione dei fatti di causa fossero ancora legittimamente proponibili dinanzi al giudice di legittimità.

Con il motivo quinto e quinto bis, si denuncia violazione e falsa applicazione di norme di diritto (artt. 2901 e 2909 c.c.; artt. 1 e 652 c.p.c.; art. 28 c.p.p. previgente); motivazione insufficiente e contraddittoria.

Con il sesto motivo, si lamenta la violazione dell’art. 2700 c.c., artt. 115 e 116 c.p.c. e l’insufficienza e contraddittorietà della motivazione.

Le censure sono destituite di giuridico fondamento.

La denunciata violazione di norme di diritto, difatti, appare del tutto impredicabile, atteso che il giudizio penale celebratosi a carico del legale rappresentante dell’impresa Rozzi risulta del tutto indifferente rispetto all’odierno danneggiato che, rispetto al pur invocato giudicato, risulta indiscutibilmente terzo estraneo, nessun effetto preclusivo (nè diretto, nè riflesso) potendo, per l’effetto, derivarne rispetto alla sua domanda risarcitoria sì come proposta in prime cure. La sentenza impugnata, che si diffonde ampiamente sulla questione ai ff. 11 ss., merita anche sul punto integrale conferma.

Del pari conferma merita la pronuncia della corte d’appello nella parte in cui, attraverso un articolato, ampio e convincente iter motivazionale, è pervenuta ad una ricostruzione fattuale difforme da quella ipotizzata nel rapporto della P.S., evidenziando come la non irrilevante diacronia tra il momento del fatto e quello dell’intervento degli agenti fosse del tutto compatibile con una diversa ipotesi ricostruttiva dell’accaduto. Anche sul punto, attesane la assoluta correttezza logico-giuridica, la sentenza si sottrae alle censure mossele.

Il lamentato vizio di motivazione quanto al ritenuto obbligo di custodire il cantiere gravante sull’impresa Rozzi è, infine, del tutto insussistente, avendo il giudice bresciano ampiamente argomentato sul punto della responsabilità dell’appaltatore, come si evince dall’esame che precede dei primi due motivi di ricorso.

Con il settimo motivo, si lamenta la violazione dell’art. 2051 c.c..

Il motivo è inammissibile, introducendo per la prima volta, in sede di legittimità, una quaestio iuris (il fortuito incidentale) mai dibattuta nei precedenti gradi di merito.

Con l’ottavo motivo, si lamenta la violazione e falsa applicazione dell’art. 2056 c.c. in relazione all’art. 1221 c.c., commi 1 e 2;

omessa insufficiente e contraddittoria motivazione.

Il motivo è inammissibile, al pari (e per lo stesso ordine di ragioni ivi espresse) di quelli esaminati supra, sub 4 e 4 bis, poichè rivolge alla corte di legittimità una istanza di rivisitazione del merito della causa, sub specie della (correttamente rilevata e motivata) entità della colpa concorrente dell’infortunato.

Inammissibile risulta altresì il nono motivo, che contesta, nel merito, la determinazione del quantum debeatur, del tutto correttamente e motivatamente fondata, nella sentenza di merito, (anche) su criteri equitativi, la cui adozione viene condivisibilmente spiegata dalla corte bresciana alla luce degli imponenti postumi di natura permanente e della drastica riduzione della qualità della vita riportati dal soggetto infortunato.

L’esame del decimo motivo, che ripropone riassuntivamente alcune delle questioni già sollevate con le precedenti doglianze, è assorbito da quanto sinora esposto a proposito di quelle stesse doglianze.

Il ricorso è pertanto rigettato.

La disciplina delle spese segue, giusta il principio della soccombenza, come da dispositivo.

P.Q.M.

Riunisce i ricorsi e li rigetta. Condanna i ricorrenti in solido al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, che si liquidano in complessivi Euro 10.200,00, di cui Euro 200,00 per spese generali.

Così deciso in Roma, il 29 ottobre 2009.

Depositato in Cancelleria il 4 marzo 2010

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