Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 5177 del 06/03/2018


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Cassazione civile, sez. III, 06/03/2018, (ud. 19/12/2017, dep.06/03/2018),  n. 5177

Fatto

Nell’accogliere l’opposizione a cartella esattoriale proposta da S.M. nei confronti di Equitalia Sud S.p.A. (agente della riscossione) e Roma Capitale (ente creditore), il Giudice di pace di Roma condannò Roma Capitale alla refusione delle spese di lite in favore della parte opponente, liquidate in complessivi Euro 200, di cui Euro 80 per diritti di procuratore ed Euro 120 per onorari di avvocato, oltre accessori fiscali e previdenziali.

Sull’impugnazione proposta dalla S. avente ad oggetto la misura delle spese processuali, il Tribunale di Roma, con la sentenza n. 22875/2015 pubblicata il giorno 11 novembre 2015, disattesa l’eccezione preliminare di tardività dell’appello sollevata dalla convenuta Roma Capitale, ha determinato in diversa e maggiore entità l’importo dovuto a titolo di onorari per il primo grado di giudizio; sul rilievo che “il parziale accoglimento dell’appello – rigetto delle eccezioni preliminari delle parti appellate e riforma della sentenza solo con riguardo alla voce degli onorari – equivale a soccombenza reciproca” ha poi disposto la compensazione integrale delle spese di lite afferenti il secondo grado di giudizio.

Ricorre per cassazione S.M., affidandosi ad unico motivo; resistono, con controricorso, Equitalia Sud S.p.A. e Roma Capitale, la quale spiega altresì ricorso incidentale, anch’esso articolato su unico motivo.

Tutte le parti hanno depositato memoria illustrativa.

Il Collegio ha deliberato di adottare una motivazione in forma semplificata.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Priorità logica impone di anteporre al motivo di ricorso principale (con cui si denuncia l’erroneità della statuizione di compensazione delle spese del grado di appello) la disamina del motivo proposto, in via di ricorso incidentale, da Roma Capitale.

Con esso, per violazione e falsa applicazione degli artt. 325,327 e 292 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, si censura la sentenza impugnata nella parte in cui ha ritenuto la tempestività dell’appello sulla scorta della seguente motivazione: “in quanto la sentenza di primo grado risulta notificata presso la sede dell’ente (Piazza del Campidoglio) anzichè presso il procuratore costituito (Avvocatura comunale in via Tempio di Giove n. 21) come prescrivono gli artt. 285 e 170 c.p.c., con la conseguenza che il termine breve di cui all’art. 325 c.p.c., non ha potuto iniziare la sua decorrenza (art. 326 c.p.c.) e deve perciò ritenersi tempestivo l’appello notificato il 1.4.2014, entro il cd. termine lungo di cui all’art. 327 c.p.c., (sei mesi dal deposito della sentenza, avvenuto il 13.11.2013)”.

Si assume, in particolare, che la notificazione della sentenza di primo grado eseguita il giorno 21 gennaio 2014 personalmente a Roma Capitale (rimasta contumace nel giudizio di primo grado) era idonea a far decorrere il termine cd. breve per l’impugnazione anche per il notificante S.M., talchè alla data di proposizione dell’appello da parte di quest’ultima (avvenuta con citazione notificata il giorno 1 aprile 2014) era interamente spirato il termine ex art. 325 c.p.c., con derivante inammissibilità dell’impugnazione.

Il motivo – il quale si concreta nella denuncia di un vizio di nullità della sentenza, dunque correttamente sussumibile nell’ambito dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, senza peraltro che l’inesatta qualificazione rappresenti ragione di inammissibilità del ricorso (Cass., Sez. U, 24/07/2013, n. 17931; Cass. 20/02/2014, n. 4036; Cass. 28/09/2015, n. 19124) – è fondato.

Esso, in primo luogo, muove dalla corretta rappresentazione dello svolgimento della vicenda processuale: si inferisce pacificamente dagli scritti dei contraddittori (ma anche dagli atti di causa, il cui accesso è consentito alla Corte dalla necessità di verificare l’esistenza del vizio processuale lamentato) la situazione di contumacia in primo grado della opposta Roma Capitale e la notifica a quest’ultima, su istanza di S.M., della sentenza di primo grado presso la sede dell’ente, perfezionata il giorno 21 gennaio 2014 mediante consegna a mani di persona addetta alla ricezione.

Ciò posto, ha errato la Corte territoriale nell’escludere l’operatività nella specie del cd. termine breve per l’impugnazione, malamente richiamando le disposizioni degli artt. 170 e 285 del codice di rito.

Secondo il consolidato orientamento del giudice di legittimità – dal quale non vi è ragione per discostarsi – nell’ipotesi in cui il giudizio si sia svolto nella contumacia di una parte, la sentenza che lo conclude deve essere notificata alla parte personalmente ai sensi dell’art. 292, ultimo comma, cod. proc. civ., anche al fine della decorrenza del termine breve per impugnare di cui all’art. 325 c.p.c., nè tale prescrizione può trovare deroga quando la notifica della sentenza sia avvenuta in forma esecutiva ai sensi dell’art. 479 c.p.c., non avendo rilevanza il fine processuale per il quale essa sia stata effettuata (cfr., ex plurimis, Cass. 14/03/2013, n. 6571; Cass. 25/01/2007, n. 1647; Cass. 15/03/2006, n. 5682).

Per il principio della cd. efficacia bilaterale della notificazione, poi, il decorso del termine breve opera per tutti i soggetti partecipi del procedimento notificatorio della sentenza: l’art. 326 c.p.c., comma 1, va infatti interpretato nel senso che, pur in mancanza di un’espressa previsione al riguardo (presente invece nel codice processuale civile precedentemente in vigore), i termini di cui all’art. 325 c.p.c., decorrono dalla notificazione della sentenza non solo per il soggetto cui la notificazione è diretta, ma anche per la parte notificante, per la quale il compimento della predetta attività (cui la legge attribuisce valenza acceleratoria ai fini della formazione del giudicato), segna il momento della conoscenza legale del provvedimento da impugnare, senza che alcun rilievo possa rivestire l’intenzione del notificante stesso (in questo senso, Cass. Sez. U, 19/11/2007, n. 23829; Cass. 12/06/2007, n. 13732; Cass. 17/01/2014, n. 883; Cass. 07/05/2015, n. 9258).

Facendo applicazione del termine breve e considerando quale dies a quo la data di notifica della sentenza (21 gennaio 2014), l’appello spiegato dalla S. (con citazione notificata il giorno 1 aprile 2014) andava dichiarato inammissibile per tardività.

L’accoglimento del ricorso incidentale (che esime, per evidenti ragioni di pregiudizialità, dall’esame dell’unico motivo di ricorso principale) importa, ai sensi dell’art. 382 c.p.c., la cassazione senza rinvio della sentenza impugnata perchè l’appello non poteva essere proposto.

2. Le peculiarità della vicenda esaminata e le alterne vicende del giudizio giustificano, ad avviso della Corte, l’integrale compensazione tra le parti delle spese processuali.

La Corte dà atto della insussistenza dei presupposti per l’applicabilità del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, (nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17).

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso incidentale, assorbito il ricorso principale, e cassa senza rinvio la sentenza impugnata perchè l’appello non poteva essere proposto.

Dichiara interamente compensate le spese di lite tra le parti.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Terza Civile, il 19 dicembre 2017.

Depositato in Cancelleria il 6 marzo 2018

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