Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 5163 del 26/02/2020

Cassazione civile sez. trib., 26/02/2020, (ud. 26/06/2019, dep. 26/02/2020), n.5163

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NAPOLITANO Lucio – Presidente –

Dott. CRUCITTI Roberta – Consigliere –

Dott. GIUDICEPIETRO Andreina – Consigliere –

Dott. GUIDA Riccardo – Consigliere –

Dott. FEDERICI Francesco – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 666-2013 proposto da:

EDITALIA SRL IN LIQUIDAZIONE, elettivamente domiciliato in ROMA VIA

PANAMA 77, presso lo studio dell’avvocato MARCO COCILOVO, che lo

rappresenta e difende unitamente all’avvocato ANTONIO D’ALOIA;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE DIREZIONE PROVINCIALE (OMISSIS), in persona del

Direttore pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA VIA DEI

PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo

rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 248/2012 della COMM. TRIB. REG. di NAPOLI,

depositata il 17/09/2012;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

26/06/2019 dal Consigliere Dott. FRANCESCO FEDERICI;

lette le conclusioni scritte del Pubblico Ministero in persona del

Sostituto Procuratore Generale Dott. GIOVANNI GIACALONE che ha

chiesto il rigetto del ricorso.

Fatto

RILEVATO

Che:

La Editalia s.r.l. propone ricorso per la cassazione della sentenza n. 248/45/2012, depositata dalla Commissione Tributaria Regionale della Campania il 17.09.2012, con la quale, in accoglimento dell’appello e in riforma della decisione di primo grado, era stato rigettato il ricorso introduttivo della società avverso l’avviso di accertamento, con cui l’Agenzia aveva rideterminato per l’anno d’imposta 2006 il reddito della società ai fini Ires.

Ha premesso di essere società partecipata per il 55% dalla Tricovef service s.r.l. e per il 45% dall’Editoriale La Stampa s.p.a.; di essere titolare di due testate giornalistiche, (OMISSIS) e (OMISSIS); di aver affittato le suddette testate, edite e distribuite unitamente al quotidiano a diffusione nazionale La Stampa. Avendo immobilizzazioni immateriali iscritte a bilancio per Euro 2.580.859,00 ed un reddito dichiarato di Euro 78.000,00, aveva prodotto interpello, ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 37 bis, comma 8, per la disapplicazione della normativa sulle società non operative (cd. di comodo), prevista dalla L. n. 724 del 1994, art. 30.

L’interpello era rigettato dalla Amministrazione, che in sintesi motivava l’atto denegatorio evidenziando che la società non esercitava l’oggetto principale della propria attività d’impresa, limitandosi invece all’affitto delle testate giornalistiche, e che il valore delle immobilizzazioni, preso a base per il calcolo del reddito minimo, era stato determinato dalle stesse società partecipanti alla compagine sociale.

Seguiva quindi la notifica dell’avviso di accertamento, con il quale il reddito era elevato dal passivo dichiarato di Euro 12.674,00 a quello minimo di Euro 301.069,00, calcolato ai sensi dell’art. 30 cit..

Contestando le ragioni dell’accertamento, la ricorrente aveva introdotto la controversia dinanzi alla Commissione Tributaria Provinciale di Caserta, che con sentenza n. 76/07/2011 aveva accolto il ricorso. Nel successivo grado d’appello la Commissione Tributaria Regionale riformava la decisione di primo grado.

La ricorrente censura questa sentenza con quattro motivi:

con il primo per violazione e falsa applicazione della L. n. 212 del 2000, art. 7, e della L. n. 241 del 1990, art. 3, nonchè per omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio, che è stato oggetto di discussione tra le parti (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), per aver ritenuto che l’atto impositivo fosse corredato da idonea motivazione, nonostante questa consistesse nel mero rinvio al provvedimento di rigetto dell’istanza di disapplicazione, non allegato nè riprodotto nelle parti essenziali;

con il secondo per violazione e falsa applicazione della L. n. 724 del 1994, art. 30, comma 4 bis, nonchè per omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio, che è stato oggetto di discussione tra le parti (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), per non aver correttamente interpretato la disciplina sulle società non operative, e non aver riconosciuto la sussistenza dei presupposti per la disapplicazione della relativa normativa;

con il terzo per violazione e falsa applicazione della L. n. 724 del 1994, art. 30, comma 1, n. 4, nonchè per omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio, che è stato oggetto di discussione tra le parti (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), per non aver riconosciuto l’applicabilità della esclusione della disciplina in presenza di una società avente influenza dominante sulla compagine sociale, ossia la Stampa s.p.a.;

con il quarto per violazione e falsa applicazione del D.M. 19 giugno 1998, n. 259, art. 1, perchè, nonostante l’Amministrazione comunicasse il rigetto dell’istanza di disapplicazione oltre il termine di novanta giorni previsto dalla norma, non riconosceva l’irritualità del procedimento seguito.

Chiede in conclusione la cassazione della sentenza, con ogni conseguente statuizione.

Si è costituita l’Agenzia, contestando le ragioni del ricorso, di cui ha chiesto il rigetto.

Sono state depositate memorie ex art. 380 bis.1 c.p.c., ed il P.G. ha chiesto il rigetto del ricorso.

Diritto

CONSIDERATO

che:

il primo motivo di ricorso, con cui la società si duole della carenza di motivazione dell’avviso di accertamento, che fa rinvio alle ragioni del rigetto dell’istanza di disapplicazione della disciplina sulle società di comodo, senza allegare o riprodurne i passaggi essenziali, è infondato.

Giurisprudenza ormai consolidata di questa Corte, con riguardo al rinvio ai processi verbali di constatazione redatti dai funzionari accertatori, ma più in generale con riferimento anche ad altri atti prodromici o fondativi dell’accertamento, ha affermato che in tema di atto impositivo, ai fini dell’ammissibilità della motivazione per relationem, è sufficiente il rinvio contenuto nell’avviso di accertamento al p.v.c. notificato al contribuente (Cass., ord. 29002/2017; sul rinvio alla motivazione di altri atti notificati in precedenza, cfr. sent. n. 13110/2012). Persino nell’ipotesi di doppia motivazione per relationem si è affermato che l’avviso di accertamento è legittimo, ove il processo verbale di constatazione richiamato nello stesso faccia a propria volta riferimento a documenti in possesso o comunque conosciuti o agevolmente conoscibili dal contribuente (ord. 32127/2018).

D’altronde la motivazione per relationem, con rinvio alle conclusioni contenute nel verbale redatto dalla Guardia di Finanza nell’esercizio dei poteri di polizia tributaria, non è illegittima per mancanza di autonoma valutazione da parte dell’Ufficio degli elementi da quella acquisiti, significando semplicemente che l’Ufficio stesso, condividendone le conclusioni, ha inteso realizzare una economia di scrittura che, avuto riguardo alla circostanza che si tratti di elementi già noti al contribuente, non arreca alcun pregiudizio al corretto svolgimento del contraddittorio (cfr. Cass., sent. 32957/2018; sent. n. 30560/2017).

Nel caso di specie è incontestato che il rigetto dell’istanza di disapplicazione della normativa dettata dal cit. art. 30, in materia di società non operative fu ritualmente notificato all’odierna ricorrente, che infatti ne riporta analiticamente il contenuto anche nel presente ricorso.

Del tutto estranee all’oggetto del motivo, con il quale si invoca lo Statuto del contribuente, art. 7, sono poi le argomentazioni con cui si sostiene che la motivazione dell’avviso di accertamento sarebbe incomprensibile al giudicante. Le garanzie sulla motivazione dell’atto impositivo sono infatti dirette alla tutela del contribuente.

Con il medesimo motivo è anche invocato il vizio motivazionale della sentenza. Il motivo è inammissibile, perchè, quando non già tale alla luce della portata dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, come riformulato dal D.L. n. 83 del 2012, conv. con modificazioni in L. n. 134 del 2012, esso lo diventa perchè risulta incomprensibile quale sia il fatto decisivo che non è stato esaminato.

E’ infondato il secondo motivo, con il quale ci si duole della non corretta interpretazione della disciplina sulle società non operative, e della erronea valutazione di insussistenza dei presupposti per la disapplicazione della relativa normativa.

La contribuente propone una ricostruzione esegetica della disciplina applicabile all’anno d’imposta sottoposto ad accertamento, alla luce delle novità introdotte nel D.L. n. 223 del 2006, art. 30, conv. con modificazioni in L. n. 248 del 2006. Sostiene in sintesi che, al contrario di quanto affermato dal giudice regionale, la società fosse operativa, ciò emergendo dalla stessa percezione del reddito derivante dall’affitto delle testate giornalistiche. Afferma inoltre la sussistenza dei presupposti disapplicativi della normativa sulle società di comodo, riconducibili al particolare settore operativo della società, nonchè alle particolari o temporanee situazioni di mercato, come previsto dalla disciplina antielusiva all’epoca vigente.

Il motivo non ha pregio. A parte la contraddizione logica nell’affermare l’operatività di una società per la quale si è chiesta la disapplicazione della normativa sulle società di comodo, va premesso che al caso di specie trova applicazione l’art. 30, comma 4 bis, nella formula originariamente introdotta dal D.L. 223 cit., sicchè l’istanza di disapplicazione poteva essere proposta nelle ipotesi di “oggettive situazioni di carattere straordinario che hanno reso impossibile il conseguimento dei ricavi.. nonchè del reddito determinati ai sensi del presente articolo.”. Tale formulazione del testo normativo ha avuto vigenza per tutto l’anno d’imposta 2006, come espressamente previsto dal medesimo D.L., comma 16, mentre la successiva soppressione delle parole “di carattere straordinario”, ad opera della L. n. 296 del 2006, art. 1, comma 109, lett. h), ha avuto effetto a partire dall’anno d’imposta 2007 – che qui dunque non interessa -. Non può infatti condividersi la presunta soppressione sin dall’anno d’imposta 2006, come pretende la contribuente, in forza del D.L. n. 296 cit., comma 110, che non menziona affatto la lett. h).

Ma, a prescindere dall’esegesi della norma e dall’incidenza sul caso di specie delle parole “di carattere straordinario”, su cui, a dire della difesa della contribuente, si fonderebbe erroneamente l’impianto motivazionale della sentenza impugnata, è stato opportunamente evidenziato che la L. n. 724 del 1994, art. 30, comma 1, prevede una presunzione legale relativa, in base alla quale una società si considera “non operativa” se la somma di ricavi, incrementi di rimanenze e altri proventi (esclusi quelli straordinari) imputati nel conto economico sia inferiore a un ricavo presunto, calcolato applicando determinati coefficienti percentuali al valore degli “asset” patrimoniali intestati alla società (cd. “test di operatività dei ricavi”), senza che abbiano rilievo le intenzioni e il comportamento dei soci. E tuttavia il comma 4-bis, consente la presentazione dell’istanza di interpello per la richiesta di disapplicazione delle “disposizioni antielusive”, in presenza di situazioni oggettive, non dipendenti da scelte consapevoli dell’imprenditore, che abbiano reso impossibile raggiungere il volume minimo di ricavi o di reddito di cui al precedente comma 1, così rispondendo all’esigenza di dare piena attuazione al principio di capacità contributiva, di cui la disciplina antielusiva resta comunque espressione (cfr. Cass., ord. n. 9852/2018).

Ebbene, alla luce della normativa applicabile e perimetrato il significato della disciplina antielusiva, non emergono errori interpretativi commessi dal giudice d’appello. Questi ha valutato gli elementi a disposizione e le ragioni allegate dalla contribuente medesima, affermando che una società editoriale, proprietaria di due testate giornalistiche, priva però di dipendenti e senza meccanismi propri di esercizio di attività editoriale, che invece di contro si limitava ad affittare le due testate giornalistiche, per sua scelta e non perchè costretta da fattori esterni, costituiva una tipica fattispecie di società di comodo. Anche la contestata-erroneamente- applicabilità del concetto di “straordinarietà” della situazione non incide sulla correttezza della valutazione della commissione regionale, che ne fa menzione solo per affermare che l’attività di affitto delle testate giornalistiche, e non invece quella editoriale, non costituiva una eccezione, ma l’unica attività esercitata, in quell’anno come nei precedenti, dalla Editalia. Trattasi di una interpretazione della normativa del tutto corretta, e, ove invece la ricorrente abbia voluto contestarne le conclusioni, ciò richiederebbe valutazioni di merito, inibite in questa sede anche a prescindere dalla applicabilità del nuovo art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5. In questo senso la censura alla sentenza, sollevata anche sotto il profilo del vizio motivazionale, è inammissibile.

Infondato è anche il terzo motivo, con il quale ci si duole che la commissione regionale abbia escluso la inapplicabilità della disciplina dell’art. 30 cit., in presenza di una società avente influenza dominante sulla compagine sociale, ossia la Stampa s.p.a.

Sul punto il giudice d’appello ha evidenziato che: 1) la fattispecie esonerativa dall’applicazione della normativa prevista dall’art. 30 cit., e in particolare l’ipotesi di cui all’art. 30, comma 1, n. 4, novellato dal D.L. n. 296 del 2006, art. 1, comma 109, lett. d), invocata dalla Editalia, era stata introdotta solo a partire dall’anno d’imposta 2007; 2) la società con partecipazione di maggioranza assoluta alla compagine sociale di Editalia era in ogni caso la Tricovef s.r.l. con il 55%, a fronte dell’Editoriale La Stampa, con il 45%; 3) l’attività gestionale non era neppure svolta dall’Editoriale La Stampa, ma da una cooperativa terza. Trattasi di argomentazioni afferenti tanto agli aspetti interpretativi, di efficacia della norma invocata, quanto agli aspetti fenomenici, di valutazione degli assetti organizzativi della compagine sociale, che appaiono non censurabili, rispettivamente sotto il profilo giuridico, per la loro correttezza, e sotto il profilo motivazionale, perchè esenti da illogicità o errori; nè quella di legittimità è la sede processuale in cui poter operare valutazioni di merito.

Non è infine condivisibile il quarto motivo. La contribuente sostiene che l’intera procedura fosse viziata dalla tardiva risposta, oltre il termine di novanta giorni previsto dal cit. D.M. n. 259 del 1998, art. 1, alla istanza di disapplicazione. E’ qui sufficiente evidenziare che il termine non è perentorio, nè al suo mancato rispetto, pur tenendo conto della lettura complessiva della norma, può seguire la nullità del procedimento, men che meno la nullità dell’atto impositivo.

In conclusione il ricorso è infondato.

Considerato che:

Il ricorso va rigettato e all’esito del giudizio segue la soccombenza della società ricorrente nelle spese processuali del giudizio di legittimità, da liquidarsi nella misura specificata in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte, rigetta il ricorso. Condanna la società ricorrente alla rifusione delle spese processuali del giudizio di legittimità in favore della Agenzia delle Entrate, che si liquidano nella misura di Euro 5.600,00 per competenze, oltre spese prenotate a debito.

Così deciso in Roma, il 26 giugno 2019.

Depositato in Cancelleria il 26 febbraio 2020

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